venerdì 16 luglio 2010

Ali Khan sposa Rita Hayworth



La STORIA






La favola breve tra il principe e la stella





C’era una volta una donna bellissima, e naturalmente c’era anche un giovane principe ricchissimo… Questi ricordi dovrebbero cominciare proprio così, come la più classica delle favole, ma per confermare che non si tratta di una fiaba di H. C. Andersen né dei fratelli Grimm, diciamo subito che non vissero mai felici e contenti.
Lei si chiamava Margarita ed era la figlia di un ballerino di flamenco, nata a Brooklyn dove papà Eduardo si trasferì dall’Andalusia per aprire una scuola di ballo e perché i teatri della vicina Broadway offrivano più opportunità di lavoro e quindi una maggiore stabilità economica. Lui si chiamava Ali, ufficiale della Legione straniera, principe ereditario dell’imam, Sultan Mohammed Shah, più noto come Aga Khan III, che – a differenza del futuro suocero iberico – non dovette mai affrontare il nauseabondo problema di gestire una precaria stabilità economica; piuttosto ebbe qualche grattacapo sulla stabilità della propria residenza, avendo ville sparse in tutta Europa e naturalmente in India. I due giovani erano entrambi già sposati, lei addirittura due volte. Ma l’amore, si sa, è una insana potenza irresistibile a cui si cede volentieri. Se però ci si sofferma sul particolare – affatto secondario – che lei già si faceva chiamare non più Margarita Carmen Cansino ma già Rita Hayworth, si comprendono meglio i motivi che spinsero Ali Khan a cedere al sentimento.
Rita già era stata la conturbante lady di Shanghai (1947), l’affascinante Gilda (1946), l’appassionata Donna Sol di Sangue e arena (1941), e non s’era fatta mancare avventure sentimentali, anche se le furono attribuiti come flirt pure le amicizie più innocenti.
A Hollywood il mito di Rita sembrava in declino: così si diceva negli ambienti cinematografici. Nonostante il successo del film The Lady from Shanghai, diretto da Welles, l’immagine sensuale dell’atomica rossa cominciò a sgretolarsi e gli agenti della Columbia Film si preoccuparono seriamente. Il matrimonio con Orson Welles, sposato nel 1943, dopo la nascita di Rebecca, pareva essere entrato in una fase di apatia coniugale. Si ordì quindi una vera e propria congiura ai danni della vita privata della Hayworth. Fu assoldata Elsa Maxwell – famosa giornalista dell’epoca dalla penna affilata come un rasoio, maga del pettegolezzo tra le star del cinema – per studiare un piano che facesse gridare ai rotocalchi di tutto il mondo il nome della Dea dell’amore, affinché ritrovasse nuovi echi di successo. La Maxwell, dalle sembianze tutt’altro che attraenti, venne a sapere che il giovane Khan, abile e spavaldo corteggiatore, nuotava in acque coniugali piuttosto torbide. Si consultò immediatamente con quelli della Columbia, i quali proposero alla bellissima Rita un viaggio promozionale in Costa Azzurra. Lì, non proprio casualmente, l’attrice incontrò il principe e… la situazione sfuggì di mano a tutti. Lei splendida, lui affascinante: un colpo di fulmine, e nel giro di poche ore li videro scomparire insieme per tre giorni e tre notti.
Nessuno più seppe dove e come rintracciare la Hayworth. Il principe diede ordine ai suoi sudditi di non far trapelare nulla (e quando un indiano si mette a fare l’indiano!). La stessa diva, infatti, confesserà anni più tardi: “Quando ci sposammo ero incinta già di due mesi”. A causa di tanta passione, il 18 gennaio del ’49, allo Chateau de l’Horizon, la superba residenza vicino a Cannes di proprietà dell’imam, il principe Ali Khan organizzò una conferenza stampa per annunciare le nozze con la famosa attrice. “Dovrà essere un matrimonio celebrato secondo la religione maomettana – precisò il principe – e secondo le leggi del paese in cui ci sposeremo. La signorina Margarita non è maomettana e non credo che vorrà abbracciare la mia religione, ma gli eventuali figli dovranno farlo”.
“Un matrimonio, un matrimonio vero”, gridò entusiasta, dall’altra parte del pianeta, Elsa Maxwell, le cui prospettive migliori non andavano al di là dell’ennesimo flirt (magari costruito ad arte da fotografi e giornalisti). La notizia era ghiotta, da condire appena e da sfruttare appieno: quindi, sempre d’accordo con i marpioni della Columbia Film, sparse voce che l’attrice aveva già firmato un contratto per un nuovo lungometraggio e che sarebbe dovuta rientrare subito in California. Ma non si diventa imam a caso: l’Aga Khan in persona, durante un’intervista rilasciata a un quotidiano inglese, approvando le nozze del figlio con l’attrice, in due parole smentì la Maxwell e la produzione.
L’attrice non si fece mai vedere durante gli annunci ufficiali. Ai giornalisti che la reclamavano, il principe diceva che era ammalata d’influenza. E la Maxwell non perse occasione per malignare: in verità era ben cosciente di aver trovato un muro invalicabile dove persino i suoi informatori non avrebbero potuto carpire alcuna esclusiva. Non le restò che provocare il padre di Rita, rimasto a New York; ma anche lui non le diede grandi soddisfazioni: “Chiariamo: per conto mio dovrò lavorare come prima. Per me va bene, purché mia figlia possa essere felice. Un principe indiano favolosamente ricco, come genero, non sarà meno piacevole di quell’intelligente ragazzo di Orson Welles”.
Già, Orson Welles! Perfino lui era propenso alle nozze di sua moglie con il principe, se non fosse che Rita era ancora sua moglie a tutti gli effetti. Sì, è vero, avevano già avviato le pratiche per la separazione, ma queste cose burocratiche, si sa, vanno sempre per le lunghe. E anche il principe Ali Khan era nelle stesse identiche condizioni con la consorte Joan Guinness, figlia di un lord inglese, dalla quale però viveva separato già da tre anni. Ma sussistevano altre due differenze determinanti: Ali era figlio dell’imam (il capo religioso di venti milioni di musulmani) mentre Rita non era figlia del papa; Ali era ultramiliardario mentre Rita era soltanto moderatamente ricca. Infatti il principe in meno di sei settimane riuscì ad ottenere una straordinaria sentenza di divorzio in cui era chiaro che la signora Guinness rinunciava agli alimenti e ai figli che furono affidati al padre. L’8 aprile Ali, infatti, avrebbe potuto già comunicare la data delle nozze ma preferì una certa cautela perché dall’altra parte gli avvocati non riuscivano a mantenere lo stesso ritmo procedurale dei suoi. Chissà perché! Ali e Rita annunciarono che il loro matrimonio si sarebbe celebrato a metà maggio, senza specificare un giorno preciso. “Allo Chateau de l’Horizon”, disse lei sapendo che l’Aga Khan aveva già destinato la sfarzosa residenza di Cap d’Antibes alla giovane coppia.

***

Un intralcio doloroso, anch’esso legato in qualche modo alla sfera sentimentale, capitò pure sulla strada di Ali e il matrimonio subì un ulteriore ritardo. Occorre, a questo proposito, ricordare ai lettori le passioni sportive del principe e il suo attaccamento a questo mondo: sci e cavalli sopra tutto il resto, discipline d’élite e aristocratiche che lo vedevano spesso protagonista a Cortina o agli ippodromi inglesi (vinse oltre cento concorsi ippici). Ma il principe era nato a Torino nel 1911 da madre italiana e, proprio in quella città, nell’immediato dopoguerra, c’era una squadra di calcio amata da tutta Italia (anche quella meno sportiva), e stimata da tutto il mondo; una formazione che soltanto i tifosi di Totti e Kakà (forse troppo distanti dall’autentico valore che il calcio espresse in quel periodo) probabilmente ne ignorano l’assoluta invincibilità morale più che agonistica. Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II erano gli undici moschettieri al servizio di un’altra Italia pronta a rinascere, unita (quella sì, davvero unita!), pronta a lasciarsi alle spalle, grazie alle loro imprese, i dolori e i sacrifici della guerra; di un altro calcio giocato (non solo con i piedi), sentito (non soltanto alla radio), un calcio educato ed eroico quello del quale fu simbolo il Grande Torino di Valentino Mazzola. Vinsero cinque scudetti consecutivi dal 1942 (quindi lo stop imposto dal conflitto mondiale) al 1949. Fu la squadra che riportò l’entusiasmo patriottico dopo anni di stenti, la squadra che se dalla guerra non fosse stata sospesa avrebbe vinto il campionato per l’intero decennio. Non si poteva non sentirsi galvanizzati da quel Grande Torino. Non si poteva non amare l’unica formazione della storia che per dieci undicesimi rappresentò la nazionale italiana. Da Venezia a Genova, da Milano a Palermo tutti ascoltavano alla radio le imprese eroiche dei loro idoli. E quando, all’alba del 4 maggio 1949, di ritorno da una trasferta a Lisbona, l’aereo che li riportava in patria si schiantò sulla collina di Superga, fu una tragedia infinita. Tutta Torino, tutto il mondo sportivo, tutta Europa ne fu scossa. Indro Montanelli scrisse il 6 maggio, in una memorabile terza pagina, di aver visto singhiozzare un’infinità di ragazzi per le vie di Milano, di averli visti a gruppi leggere il giornale stringendo tra le mani le figurine stropicciate dei loro moschettieri in casacca granata.

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La sciagura di Superga richiamò l’attenzione di tutti: cisalpini e transalpini. Forse soltanto Margarita Carmen, cresciuta tra l’arte coreutica a Broadway e quella del grande schermo a Hollywood, restò interdetta dell’imponente eco che la tragedia suscitò. Probabilmente un pensiero – dalle contorte radici che affondano nelle credenze popolari andaluse – cominciò a balenare nella sua mente: questo matrimonio non s’ha da fare! Ma il frutto di quella passione, che prese poi il nome di Yasmine, si fece sentire proprio in quell’istante e ciecamente lo discacciò. Potrebbe essere stato questo il motivo per cui all’improvviso si venne a sapere che appena pochi giorni dopo (il 27 maggio) “colei che è stata designata come la più bella donna del mondo – raccontò Orio Vergani, inviato davvero speciale del Corriere della Sera – la Venere del Novecento, la mascotte dei soldati americani nella guerra mondiale, la Gilda che ha rappresentato, in un certo modo, una confortante bandiera di bellezza nelle ore di riposo degli eserciti affaticati ed insanguinati, dirà di sì al sindaco di Vallauris” che le chiederà ufficialmente “Volete voi, signorina Margarita Carmen Cansino, unirvi in matrimonio al qui presente principe Ali Khan?”
E così fu.
E fu così che intanto, già il giorno precedente alla cerimonia, il nostro cronista d’eccezione raggiunse la Costa e si spinse alle soglie dell’inviolabile e superba residenza dell’Aga Khan, che decine di inservienti silenziosissimi stavano addobbando a festa: valanghe di fiori ovunque negli interni e nei giardini, nelle fontane e tra le statue; lungo i viali piante tropicali seguivano il declino verso il mare, e laggiù una darsena e il porticciolo dov’erano ancorati i grandi motoscafi di Ali. “Io ho pensato – onore alla penna di Orio Vergani – che la miglior tattica fosse quella di considerare lo Chateau de l’Horizon come casa mia e di entrarvi pacificamente, leggendo il giornale e fermandomi, anzi, ogni tre o quattro passi, come se leggessi qualche notizia estremamente interessante…” Leggere solitariamente un quotidiano e far finta di porgere la propria attenzione alla carta stampata piuttosto che alle magnificenze esibite dall’imam per le nozze di suo figlio – diciamolo – potrebbe pur essere una delicatezza nei confronti di quei padroni di casa soliti nel manipolare rubini e smeraldi come noi trattiamo i ceci. Infatti, continua Vergani: “I doni arrivano a Rita e ad Ali con un fasto e un’abbondanza di cui essi non hanno certamente bisogno, ma che sono, in ogni modo, una cara testimonianza di amicizia... un sacchetto di tela della misura d’un normale sacchetto di caramelle, pieno di pietre preziose, sciolte, messe lì dentro con la bonarietà con cui, per uno scherzo, si metterebbero delle manciate di grossa ghiaia; e Ali ha deposto con un velo di amabile noncuranza il sacchetto su un mobile, dove è rimasto abbandonato per quasi tutto il giorno.”
Addentrandosi poi in un ambiente più elitario, il nostro cronista puntò verso uno scalone che affacciava sul mare: lì trovò “…il principe Ali. Era vestito con una tuta di tela azzurra, come un meccanico di corse automobilistiche: aveva un piccolo fazzoletto di seta a disegni di cachemire al collo, pantofole di tela marron legate con stringhe bianche… Parlava amabilmente con un ufficiale inglese venuto da Londra a salutarlo, un vecchio compagno d’arme… parlavano di un quadro rappresentante un concorso ippico. Egli diceva che non aveva ancora deciso se acquistarlo o no.”
Poi all’improvviso, dall’alto di una terrazza sospesa, una voce di donna richiamò un cane e l’emozione del cronista ebbe un sussulto: “Avrei potuta vederla facendo forse appena qualche passo più avanti ma evidentemente era scritto che la parte migliore fosse riservata all’indomani”.

***

Eccoci all’indomani. Perdonino gli amanti delle fiabe se il cronista Vergani ha attinto da queste per la descrizione che segue. “Trionfi simili si vedono solo nelle riviste di grande spettacolo… eppure non era quella che vedevamo una finzione scenica; era una parte viva della vita. Vero era il cielo azzurro, veri i palmeti, veri i cortei d’automobili, veri erano i maragià, vere le dame indiane vestite come nelle antiche miniature, veri i misteriosi personaggi orientali vestiti con neri e bianchi mantelli come gli sceicchi dei film di Rodolfo Valentino, vere le bellissime europee arrivate, con carni giovani o nascostamente antiche, profumate di squisite essenze, dalle più belle ville del mondo; veri i pittori celebri scesi dai loro studi di Parigi, vere le principesse e i principi, verissime le infinite canestre d’orchidee, verissimi i grandi fasci di fiori galleggianti sul mare, vero lo sposo, bruno e disinvolto che parla cinque lingue e persino il piemontese; vera la sposa che, senza essere forse proprio la più bella donna del mondo, è certamente un perfettissimo campionario di quegli attributi di grazia… Ali è arrivato due minuti prima delle 11 sulla sua macchina americana, targata GB 3434 TT8X. Guidava lui, vestito con giacchetta nera e garofano all’occhiello… E adesso dovrei dire come è la bellezza di Rita Hayworth, vista, come l’abbiamo vista al matrimonio e poi al ricevimento, a pochi centimetri di distanza e non sullo schermo del cinematografo… Rita sa, e non lo nasconde, di essere coronata, prima che dalla corona dei Khan, da quella di una straordinaria bellezza… Quella di Rita è la bellezza di una magnifica domenica di primavera. Se dovessimo paragonarla a un fiore, più che alla gardenia o alla rosa o all’orchidea, la paragoneremmo a una bellissima ortensia… Oggi era la giornata del sorriso e Rita doveva sorridere infaticabilmente a tutti… nel mio diario segreto scriverò che Rita Hayworth ha dovuto sorridere anche al sottoscritto…”.
Il giorno seguente furono celebrate, alla chetichella (e non solo per la stanchezza dei precedenti bagordi), le nozze musulmane, ma la notizia trapelò e raggiunse subito il Vaticano: e se l’imam fu ben lieto di avere come nuora la donna più bella del mondo, il papa non gradì che la donna più bella della cristianità esibisse un cattivo esempio. Anche Pio XII, nonostante avesse già manifestato una sconveniente simpatia germanica, non nascose un più sano debole per la Hayworth: vada per la bomba atomica in bikini, vada per il guanto nero sfilato con sensualità, vada per gli ancheggiamenti lascivi dedicati all’Amado mio, ma sposa a un musulmano no! Dichiarò ufficialmente “non esistente” quel legame, in quanto la diva, battezzata, non aveva celebrato le nozze secondo il rito cattolico. “I due per la Chiesa – secondo una celebre nota della Santa Sede – vivono in stato di pubblico concubinaggio. Il fatto che essa si sia sposata secondo il rito di quella religione la fa incorrere fin d’ora nella scomunica.”
E così fu.
Inoltre il matrimonio creò a Rita una sorta di ostracismo in patria; Elsa Maxwell, offesa per non essere stata invitata alla cerimonia, le tolse il saluto e con essa la stampa tutta si raffreddò nei suoi confronti; la Federazione delle donne americane decise di boicottare i suoi film; insomma, cominciò il vero declino che naturalmente non vogliamo raccontare per continuare a ricordare Rita Hayworth al meglio del suo splendore. Come compete soltanto a una stella. (fn)


pubblicato sulla rivista Infofinax, ottobre 2009



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