24 gennaio 2026

«L’anitra selvatica» di Henrik Ibsen (regia, T. Ostermeier)

«L’anitra selvatica» di Henrik Ibsen (regia, Thomas Ostermeier)

Roma, Teatro Argentina
18 gennaio 2026

IL BENE E IL MALE SULLA GIOSTRA DELLA FORTUNA

Non è la durata di circa tre ore che fa dell’Anitra selvatica di Ibsen, presentato all’Argentina, uno spettacolo pesante (tutt’altro, il tempo scorre con leggerezza e piacevolezza), piuttosto risulta assai faticoso leggere la traduzione simultanea dal tedesco, lassù, sopra l’inquadratura della scena. Ammetto che per seguire le battute, mi son perso molte sfumature interpretative e me ne dispiace: colpa mia che nel periodo scolastico mi sono applicato poco alle lezioni della lingua di Goethe. L’altra sera l’occhio saltava in continuazione da cielo in terra, e viceversa, per cercare di catturare quante più informazioni possibili, riuscendo soltanto nel finale a penetrare emotivamente la quarta parete per partecipare al dramma insieme con i protagonisti. Per la regia di Thomas Ostermeier c’era grande attesa che non è stata certamente delusa, ma nemmeno osannata. Il nome della Schaubühne è sinonimo di grande qualità, rispettata in pieno dalla prova attoriale. Tutti bravissimi, ma Marcel Kohler, nel ruolo di Gregers, il figlio del ricco proprietario, m’è parso il più raffinato e completo: un infelice ancora annebbiato dal dolore della morte della madre ingannata dal marito, che trova riscatto nel sollecitare ovunque e comunque la verità, tanto che sembrerebbe giunto, dopo anni di assenza, non dal distretto minerario dove lavorava nell’azienda paterna, ma da un seminario, pronto ormai a intraprendere una folgorante carriera da prelato.

Del dramma scritto nel 1884, Ostermeier, spremendo le ironie (si ride anche, ma si sorride molto), ne fa una commedia contemporanea. Adattamento e regia spostano l’ambientazione ai nostri giorni, benché la scena non aiuti a chiarirlo subito: i colori lignei dell’appartamento degli Ekdal e soprattutto il vetusto arredamento daterebbe l’azione negli anni Sessanta/Settanta, ma poi, ragionandoci, si comprende che la casa in cui vive Hjalmar con sua moglie Gina e la figlia, è quella di suo padre, mai rimodernata, il quale infatti conserva lì una stanza tutta per sé. E forse il colpo d’occhio della triste scenografia tende a smorzare gli entusiasmi generali in platea che alla fine del primo tempo si aspettava di vedere un quid registico più audace e intraprendente. Tuttavia, Magda Willi, scenografa, riesce a trovare la soluzione per rappresentare tutti e cinque gli atti su una pedana girevole (non è certamente una novità, ma funziona sempre), dove il lato con il salottino di Werle, visto alla prima scena, appena sparito e dimenticato, torna rivestito da cortiletto recintato per l’anitra del titolo.

Il pennuto selvatico, che mai si palesa, è importante perché rappresenta l’elemento di passaggio nella scrittura di Ibsen: da drammaturgo realista a simbolista. E difatti l’anatra è il simbolo della discordia, del male, che Gregers vorrebbe vedere morta. La regalò Werle a Ekdal, quando durante una battuta di caccia, la sparò senza riuscire a ucciderla. Da allora è stata adottata dal padre di Hjalmar ed è il suggello di un rapporto di tossica dipendenza che non riesce a sciogliersi. Un’anitra selvatica rinchiusa in un cortiletto coperto! Una metafora che per Gregers diventa anche un sortilegio: non basta separarsi dal padre-padrone, ma soltanto uccidendo l’anatra si potrà recuperare la serenità. Un male da estirpare, secondo lui, soltanto mettendolo a confronto con la santa verità.

Hjelmar è l’altro personaggio chiave della vicenda che Ostermaier ripensa come un disadattato dall’animo vagabondo che non riesce ad adattarsi alla vita casalinga. Amante di serata al bar con birre e amici, ritrova se stesso soltanto nel suono della chitarra elettrica e nella musica ribelle dei Metallica, quindi anni Novanta. Capelli lunghi e disordinati, lo sguardo carico d’angoscia di Stephan Stern, molto bravo ed empatico, svela l’animo dell’anatra imprigionata in una vita che non gli s’addice. Esemplare il gesto con cui si libera dello smoking, affittato per andare alla festa dei Werle. È l’unico che comprende e assimila i precetti dell’amico e li esegue, sperando di poter così ritornare alla sua indipendenza. «Non farle mai rivedere il cielo o il mare», gli dice Gregers a proposito dell’anatra, mentre a parole gli suggerisce il cammino per ritrovare la sua natura.

L’indagine sul valore della menzogna che Ibsen propone osservando la società del XIX secolo, e che il regista tedesco amplifica, adattandola alle nostre abitudini, ci consente di chiederci se verità e onestà siano sempre bandiere portatrici del bene; o rischiano di essere anche distruttive? E fino a che punto le nostre personali teorie possono interferire e modificare la vita degli altri? Nella chiara regia di Ostermeier anche il bene e il male salgono su una giostra che gira (l’immagine finale è coinvolgente ed esplicativa), a seconda dei casi, e – sembra paradossale – proprio come la fortuna, procede autonomamente nella gioia e nel dolore, oltre qualsiasi prospettiva del senno umano. Non siamo noi a poter decidere le sorti di nessuno, nemmeno di coloro che più ci stanno a cuore. (fn)
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L’anitra selvatica, di Henrik Ibsen. Adattamento, Maja Zade e Thomas Ostermeier. Drammaturgia, Maja Zade. Regia di Thomas Ostermeier. Con Thomas Bading (Werle), Marie Burchard (Gina Ekdal), Stephanie Eidt (La signora Sörby), Marcel Kohler (Gregers Werle), Magdalena Lermer (Hedvig), Falk Rockstroh (Ekdal), David Ruland (Relling), Stefan Stern (Hjalmar Ekdal). Scenografia, Magda Willi. Costumi, Vanessa Sampaio Borgmann. Musiche, Sylvain Jacques. Luci, Erich Schneider. Produzione, Schaubühne Berlin; e in coproduzione, Festival d’Avignone e Teatro di Roma. Al teatro Argentina, ancora oggi 24 gennaio (h. 19.00)

In tedesco con soprattitoli

Foto: da sin, David Ruland, Marie Burchard, Stefan Stern, Magdalena Lermer, Marcel Kohler (© Schaubühne Berlin)

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