UNA ESERCITAZIONE A «SIPARIO CHIUSO»
Nel 2012 Enzo Moscato scrive un disarticolato testo teatrale dedicato a Eduardo De Filippo, nel quale sono evocati i suoi pensieri, i suoi dolori, i suoi sentimenti, le sue parole sparse (quelle che più lo hanno rappresentato nella vita e sul palcoscenico), riflessioni critiche mai esposte, ma eduardiane doc. Moscato recupera frammenti nella sua memoria rovistando in quelle valigie che Eduardo si apprestava a preparare, quando l’estrema vecchiezza gli suggerì una commovente poesia sulle consistenze della vita che a un certo punto rifiuta le tante inutili fesserie. Al grande pubblico che oggi affolla le platee, il testo di Moscato resta sconosciuto (fu rappresentato dall’autore una sola volta con Isa Danieli, poi non so, non trovo traccia di altre edizioni). Nell’originale, malgrado Eduardo si racconti in prima persona, prende consistenza un fatto nascosto, che pochi conoscono: è la figura di un innominato Pierpaolo Pasolini che «suggerisce» all’autore di titolare l’opera Tà-Kài-Tà, che nella lingua di Platone significa «questo e quello» e rimanda al titolo del film che PPP stava scrivendo sulla vita di San Paolo, poco prima di essere «brutalmente massacrato». Di quel progetto Pasolini già ne aveva parlato con Eduardo, il quale avrebbe dovuto partecipare alle riprese. «Chillo ha penzato a te, pecché nun ce sta cchiù Totò».
Fabio Faliero, allievo del secondo anno del corso di regia all’Accademia d’Arte drammatica «Silvio D’Amico», sollecitato da Arturo Cirillo (che ne cura attentamente la supervisione artistica), propone, al teatrino Duse di via Vittoria, una riduzione dell’immaginario percorso ideato da Moscato tra l’onirico e il fantasioso, in cui Eduardo (interpretato dall’attore Michelangelo Dalisi) si ritrova tra le quinte di un palcoscenico insieme con il vispo spiritello dei suoi pensieri, un Ariel al femminile (Giorgia De Simone, allieva del 2° anno di recitazione), tanto leggiadra quanto spensierata e fresca, figlia di quella Tempesta che fu tra gli ultimi impegni del drammaturgo napoletano, nelle vesti di una ragazzina che apprende le prime nozioni teatrali dal suo mentore. Non si tratta di un vero spettacolo, ma di una asciutta esercitazione di regia. Infatti, il sipario è rigorosamente chiuso. Il maestro e l’allieva vivono un momento di intima riflessione teatrale protetti dalla solitudine del tavolato deserto. «La mia vera casa è il palcoscenico».
E il pubblico? L’idea del regista riguarda soprattutto la posizione insolita degli spettatori che vengono accompagnati (non più di una trentina), dal retro, proprio sul palco, cosicché lo sfondo della scena diventa la tela rossa calata alle spalle dei protagonisti. La platea non si vede, è al di là, sospesa nell’incertezza della realtà, mentre noi – è evidente – viviamo la concretezza della finzione, la riesumazione di un sogno. Michelangelo Dalisi è esattamente quel che evoca Moscato, «nu cristallo… appena carnoso, ma nello scheletrico, nel mùmmico» che si veste della sua parola, del suo ardente gelo che trattiene a fatica nelle vene, ma pure ci parla della bontà che scorge «luminosa, senza equivoco, senza sbaglio, senza infingimento alcuno» nel poeta appena ucciso. «Un uomo molto buono». La sua recitazione cresce d’intensità man mano che le parole diventano poesia: la scrittura di Moscato, pur se in prosa, è armonia di suoni che dettano il ritmo. E l’attore esegue dando talvolta rilievo a questo andamento musicale, impavido e severo. «Farai solo un piacere al friulano vate e pervertito».
