20 gennaio 2026

«Tà-Kài-Tà» di Enzo Moscato (regia, F. Faliero)

«Tà-Kài-Tà» di Enzo Moscato (regia, F. Faliero)

Roma, Teatro Studio E. Duse
17 gennaio 2026

UNA ESERCITAZIONE A «SIPARIO CHIUSO»

Nel 2012 Enzo Moscato scrive un disarticolato testo teatrale dedicato a Eduardo De Filippo, nel quale sono evocati i suoi pensieri, i suoi dolori, i suoi sentimenti, le sue parole sparse (quelle che più lo hanno rappresentato nella vita e sul palcoscenico), riflessioni critiche mai esposte, ma eduardiane doc. Moscato recupera frammenti nella sua memoria rovistando in quelle valigie che Eduardo si apprestava a preparare, quando l’estrema vecchiezza gli suggerì una commovente poesia sulle consistenze della vita che a un certo punto rifiuta le tante inutili fesserie. Al grande pubblico che oggi affolla le platee, il testo di Moscato resta sconosciuto (fu rappresentato dall’autore una sola volta con Isa Danieli, poi non so, non trovo traccia di altre edizioni). Nell’originale, malgrado Eduardo si racconti in prima persona, prende consistenza un fatto nascosto, che pochi conoscono: è la figura di un innominato Pierpaolo Pasolini che «suggerisce» all’autore di titolare l’opera Tà-Kài-Tà, che nella lingua di Platone significa «questo e quello» e rimanda al titolo del film che PPP stava scrivendo sulla vita di San Paolo, poco prima di essere «brutalmente massacrato». Di quel progetto Pasolini già ne aveva parlato con Eduardo, il quale avrebbe dovuto partecipare alle riprese. «Chillo ha penzato a te, pecché nun ce sta cchiù Totò».

Fabio Faliero, allievo del secondo anno del corso di regia all’Accademia d’Arte drammatica «Silvio D’Amico», sollecitato da Arturo Cirillo (che ne cura attentamente la supervisione artistica), propone, al teatrino Duse di via Vittoria, una riduzione dell’immaginario percorso ideato da Moscato tra l’onirico e il fantasioso, in cui Eduardo (interpretato dall’attore Michelangelo Dalisi) si ritrova tra le quinte di un palcoscenico insieme con il vispo spiritello dei suoi pensieri, un Ariel al femminile (Giorgia De Simone, allieva del 2° anno di recitazione), tanto leggiadra quanto spensierata e fresca, figlia di quella Tempesta che fu tra gli ultimi impegni del drammaturgo napoletano, nelle vesti di una ragazzina che apprende le prime nozioni teatrali dal suo mentore. Non si tratta di un vero spettacolo, ma di una asciutta esercitazione di regia. Infatti, il sipario è rigorosamente chiuso. Il maestro e l’allieva vivono un momento di intima riflessione teatrale protetti dalla solitudine del tavolato deserto. «La mia vera casa è il palcoscenico».

E il pubblico? L’idea del regista riguarda soprattutto la posizione insolita degli spettatori che vengono accompagnati (non più di una trentina), dal retro, proprio sul palco, cosicché lo sfondo della scena diventa la tela rossa calata alle spalle dei protagonisti. La platea non si vede, è al di là, sospesa nell’incertezza della realtà, mentre noi – è evidente – viviamo la concretezza della finzione, la riesumazione di un sogno. Michelangelo Dalisi è esattamente quel che evoca Moscato, «nu cristallo… appena carnoso, ma nello scheletrico, nel mùmmico» che si veste della sua parola, del suo ardente gelo che trattiene a fatica nelle vene, ma pure ci parla della bontà che scorge «luminosa, senza equivoco, senza sbaglio, senza infingimento alcuno» nel poeta appena ucciso. «Un uomo molto buono». La sua recitazione cresce d’intensità man mano che le parole diventano poesia: la scrittura di Moscato, pur se in prosa, è armonia di suoni che dettano il ritmo. E l’attore esegue dando talvolta rilievo a questo andamento musicale, impavido e severo. «Farai solo un piacere al friulano vate e pervertito».

Più scoordinata e fanciullesca la voce dell’allieva che suggerisce le battute, le suggella, anche quando si rivolge all’altarino d’ ‘a Madonna di Filumena, per chiedere di diventare memoria: «E quant’anne tenisse, mo, bambina mia?». Nella solitudine del palco sin dall’inizio aleggia aria di morte che giunge dalle quinte senza palesarsi. Si reclama spesso la presenza di qualcuno che non arriva, che non può raggiungerli. Oltre a Pasolini, si ricorda Scarpetta, la sorella Titina, il fratello Peppino. Fino a quando in scena restano solo loro, padre e figlia, anime che si ritrovano. È Luisella, la bambina di Eduardo scomparsa a soli 10 anni, per un malore in seguito a una caduta sulle nevi del Terminillo. Era il 1960. Il personaggio di Eduardo rivive quel momento drammatico, trasfigurandolo per la scena: ne abbozza una grezza regia, che diventa una suggestione poetica: la neve cade come cade a teatro, finta, ingannevole, arrangiata. Ma è proprio nell’arte dell’arrangiarsi che Tà-Kài-Tà, questo e quello, acquista il valore del riflesso di una vita di «sacrifici e di gelo! Così si fa il teatro». (fn)
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Tà-Kài-Tà, di Enzo Moscato. Regia di Fabio Faliero. Supervisione artistica, Arturo Cirillo. Con Michelangelo Dalisi e (l’allieva del 2° anno di recitazione) Giorgia De Simone. Scene, Dario Gessati. Costumi, Fabio Faliero. Luci, Gianni Staropoli. Produzione, Accademia nazionale d’Arte Drammatica «Silvio D’Amico». Al Teatro studio Eleonora Duse

Lo spettacolo fa parte di una esercitazione
del corso di II livello di regia

Foto: Giorgia De Simone e Michelangelo Dalisi (© Manuela Giusto)

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