IL SESSO SIA CON NOI: ANDIAMO IN PACE!
Un invito a teatro per andare a vedere Lisistrata, di questi tempi, non si può rifiutare. L’idea di ritrovarsi di fronte a un gruppo di donne in calore che, per la pace nel mondo, sono disposte ad affrontare un lungo periodo di astinenza sessuale è una pensata che avrebbe fatto arrossire finanche le belle corsare della Flotilla. Ed Emilia Miscio affronta l’adattamento del testo con l’arguzia e la determinazione di far sentire il peso del potere femminile rivolto al bene, quelle possibilità materiali che madre natura ha loro donato per ottenere qualunque cosa dall’uomo, perfino di smettere di «giocare» alla guerra, dimostrando quanto Aristofane sia molto più moderno di noi. «Finiamola col distenderci a letto tutte profumate e truccate ad attendere i nostri uomini, indossando vestiti trasparenti – grida la protagonista alle sue seguaci – La salvezza della Grecia dipende da noi: dobbiamo rinunciare al sesso». In verità, la proposta non solleva immediati clamori. Le focose ateniesi rigettano il piano di castità: evidentemente non fa per loro. Invece, la bella spartana intuisce che dietro quel sacrificio c’è un’intenzione più grande: ottenere la pace nel mondo, sconfiggere la guerra. Ed è lei che convince le altre.
Quando Aristofane scrisse la commedia (quattro secoli prima di Cristo), usando la leggerezza e l’eleganza dei versi, era in atto la guerra del Peloponneso, che non differisce molto da quelle che stiamo ora vivendo. Se prima si moriva sotto una pioggia di frecce, ora si muore sotto le bombe: la guerra è rimasta il simbolo del male, nulla è cambiato. Purtroppo, oggi è mutato il nostro approccio con il sesso. Aristofane usa il concetto del rapporto sessuale in opposizione al conflitto, all’eccidio. Sesso come fonte di un bene da ricercare e da elargire: la vita che contrasta la morte. Aristofane vedeva nell’amplesso una necessità di gioia, di serenità; noi lo vediamo, perlopiù, come una violenza, un sopruso. Aristofane ne parlava come un argomento per ritrovare la pace tra i popoli (una visione meravigliosa); noi come un argomento per denunciarci vicendevolmente, anche a scuola tra compagni di classe. Siamo giunti a un punto tale di demenza che usiamo il sesso per istituzionalizzare la guerra. Con il paradossale ricatto del sesso, invece, le donne di Aristofane sono riuscite a piegare la volontà del prefetto, quindi della legge; da noi, al contrario, il Parlamento codifica le intenzioni sessuali. Proprio ieri la Camera s’è riunita per sostituire nel ddl contro gli stupri la parola «consenso» con «dissenso». Eppure, le focose ateniesi, quasi rassegnate, si chiedevano: «Come potrebbe godere un uomo se la donna non ci sta?». Questa è una logica, figlia della pace, che gli infelici hanno dimenticato. Ecco perché, di questi tempi, non si può rifiutare un invito a teatro per assistere alla «Lisistrata» di Aristofane.
Mi sconcerta, piuttosto, che sia stata una piccola compagnia a portarla in scena, ad avere avuto un intuito così perspicace. Un testo tanto attuale ed educativo (dove l’ironia è la migliore maestra) sarebbe stato opportuno che fosse presentato in un teatro più grande e da attori più preparati. A proposito: al termine della rappresentazione ho chiesto – precisamente per correttezza – se l’équipe fosse formata, appunto, da professionisti, visto che il risultato m’è parso abbastanza dozzinale e incerto, e la regia troppo elementare e ripetitiva. Siccome, contro ogni mia aspettativa, mi è stato risposto che proprio di professionisti si trattava, da tali allora andrebbero giudicati. Ma io non ci credo. Essere professionisti non è lo stesso che aver fatto una scuola di recitazione! Non posso credere che nove professionisti possano accettare di andare in scena in una situazione così precaria, senza scena, senza costumi (jeans e corpetto le donne e pantaloni i maschi); non posso credere che nove professionisti recitino tutti fronte al pubblico, in fila, una accanto all’altro, come nella posizione degli applausi finali; non posso pensare che un professionista esponga imbarazzanti tatuaggi di pupazzi colorati sulle braccia.
Foto: Nino Palmeri, Federica Pallozzi Lavorante, Enzo Avagliano (© Riccardo Dell’Era)
