UN ALLESTIMENTO DOVE REGNA IL RISPETTO PER L’AUTORE
Semplicità e coerenza ripagano sempre. Anna Masullo porta in scena un testo nel quale, giustamente, ha piena fiducia e non sente la necessità di adattarlo, di stravolgerlo, di aggiornarlo, di «renderlo fluido» (come ho sentito dire giorni fa per un altro lavoro): si affida alle indicazioni in didascalia di Agatha Christie, alle battute scritte (tradotte da Edoardo Erba) che sono la partitura della regia, e si lascia consigliare esclusivamente dal buon senso teatrale. Ne esce uno spettacolo più che decoroso, misurato e, siccome è un giallo, anche assai intrigante. Non ci sono sfarzi. Non ci sono colori azzardati (la scena, sobria, è di Michele Montemagno). Non ci sono toni eccessivamente imprudenti. Si avverte (con gioia) un’aria di competente rigore. I caratteri dei personaggi sono contenuti e ben identificabili. In ogni ambito regna il rispetto per l’autrice e per quell’allestimento che, a Londra, è in cartellone – ininterrottamente – dal 6 ottobre 1952, giorno del debutto. Soltanto il Covid è riuscito a interrompere le repliche dell’inossidabile The Mousetrap, Trappola per topi, capolavoro del genere poliziesco.
All’ultima rappresentazione, anche il teatro Ciak di via Cassia segnalava, dopo un mese di repliche (dal 19 dicembre), il «tutto esaurito». L’affollamento al botteghino è stato il miglior incentivo per alimentare il buon umore degli attori che già sperano in una prossima ripresa. «Abbiamo fatto pochissima pubblicità – ci dicono – ma il passaparola ha ben seminato e i frutti si son visti». Le stesse considerazioni che mi furono fatte al Belli per «Club 27»: anche lì un mese di repliche. Allora mi chiedo: perché in altri teatri, anche a spettacoli applauditissimi, che avrebbero bisogno di maggior sostegno, si concedono appena tre o quattro serate? Mistero a cui non so rispondere!
Affidato a un gruppo di buoni attori – quasi tutti di livello – il testo si conferma un preciso congegno a orologeria. Nella hall del Monkswell Manor, quattro ingressi, usati con dovizia, disegnano perfettamente la struttura della pensione che ospiterà gli otto sospettati. Un unico ambiente dove i personaggi, al loro arrivo, si presentano ai proprietari del maniero, e quindi al pubblico; dove i sospetti prendono consistenza; dove si commette un omicidio; e dove salterà fuori la verità. Lì, in quella stessa stanza, la Masullo è riuscita a introdurci anche una soffusa ironia: mai si avverte una pausa di tensione e mai la tensione crea disagio. E quando in scena irresponsabilmente si alza il tono della voce, il motivo c’è e diventa addirittura un indizio.
Ho molto apprezzato la severità della Signora Boyle di Anna Teresa Rossini: la sua intransigenza esasperante ne fa un giudice irreprensibile, una puntigliosa seccatrice, anche un po’ saccente e spericolata classista («Le classi inferiori non hanno coscienza delle loro responsabilità»), tanto che a qualcuno oggi verrebbe voglia di vederla subito stecchita, e infatti… così sarà. A proposito di cadaveri, quando la signora Boyle, alla fine del primo tempo, viene uccisa, la sua morte – da un punto di vista di cinica letteratura – diventa molto interessante. Il cadavere in un giallo, infatti, non muore mai, ma diventando il motore del ragionamento, acquista una vita molto più intensa: l’assassinio della Boyle ne è la testimonianza. Per questo la Christie non si dilunga mai in lacrime e tristezze, ma anzi nei suoi lavori quando «arriva» il morto, si sbarazza subito dell’intralcio fisico, e finalmente la vicenda si ravviva. Miracoli della scrittura!
Con leggerissimi microfoni in proscenio
