ALL’OMBRA DELLA QUERCIA IN FIORE,
UNA «JEUNE FILLE EN FLEUR»
Non ho fatto a tempo a riprendermi dall’affettuosa ramanzina per non aver apprezzato uno scialbo e vano monologo denso di insensatezze, definito dai più «uno spettacolo al femminile», che il destino mi propone una versione, per voce solo, tratto dall’Orlando dell’immensa Virginia Woolf, romanzo divenuto emblema della fluidità di genere. Andrea De Rosa coglie al volo il momento storico in cui tutti siamo alacremente concentrati a sbandierare i vessilli dell’omosessualità, e a proteggere con fervore la libertà di poter esibire il proprio istinto, ieri di mascolinità, domani di femminilità, per educarci a rispettare i tempi di seduzione dei nostri desideri. E soprattutto a ricordarci che Orlando, personaggio immaginario, scrittore, poeta, cavaliere e inossidabile amante della vita, impiega diversi secoli per vivere entrambe le situazioni, da uomo e da donna. Prima gode della propria esuberanza in un corpo di maschile e poi, dopo un lungo sonno, si risveglia nell’altro sesso per riscoprire le gioia e i piaceri della nuova esistenza.
Nella delicatissima trascrizione drammaturgica di Fabrizio Sinisi non è mai contemplata alcuna forma d’astio, o rivalsa, nei confronti dell’uno o dell’altro sesso, e nemmeno la si carica d’inopportune ambiguità che ne snaturano la valenza letteraria: insomma, né più né meno, l’opera teatrale è il frutto di quel che ha partorito la mente dell’autrice, con qualche aggiunta estrapolata dall’epistolario che raccoglie le missive della Woolf all’amata Vita Sackville-West, alla quale il romanzo è dedicato. Ne risulta una lunga dolcissima lettera d’amore, certamente sofferta, disincantata, ma profumata di quell’autenticità passionale e satirica che ne fa un capolavoro della letteratura. Tengo a sottolineare che l’assenza di qualunque tipo di forzature al testo (troppo spesso, in questi anni, utilizzato per contrastare le ostilità di genere, o per ostentare il divismo omosessuale), diventa il cardine intorno al quale la dolcezza del personaggio, interpretato magnificamente da Anna Della Rosa, esprime comprensione per gli uomini e per le donne: accetta gli uni e le altre, ciascuno con i propri pregi e i propri difetti; e con gioia e gentilezza il monologo si erge a inno della libertà di genere e non solo.
In scena, all’ombra di una quercia in fiore, possente, eterna e indistruttibile proprio come lo sono certe passioni del cuore, e quale è il titolo del poema che Orlando sta scrivendo, c’è una jeune fille en fleur (la citazione non è irrilevante) che, destata dalla pagina bianca di un romanzo che le frulla per il capo, decide già di dedicare la futura opera letteraria alla sua amica e amante, soprannominata Vita. Ed è la vita (minuscolo), che assurge al ruolo di protagonista invisibile, ascoltatrice prescelta e consigliera prediletta. Anna Della Rosa, distesa su un tipico prato inglese riscaldato dal sole (le pregevolissime luci di Pasquale Mari ne esaltano morbidezza e colore, o lo bagnano di fredda umidità e di serenità lunare) comincia a parlare al femminile, da autrice, per poi immedesimarsi nel personaggio di Orlando che declina, in prima persona, aggettivi e participi, riferiti a se stesso, al maschile. Racconta del suo amore per Sasha, mentre Virginia torna a parlare al femminile rivolgendosi alla sua amata. È soltanto questa l’ambiguità, se così si può definire, che si percepisce: un gioco teatrale di due personaggi che si passano la battuta senza darlo troppo a vedere.
Con microfoni
