05 marzo 2026

«Orlando», da Virginia Woolf (regia, Andrea De Rosa)

«Orlando» da Virginia Woolf (regia, Andrea De Rosa)

Roma, Teatro Vascello
4 marzo 2026

ALL’OMBRA DELLA QUERCIA IN FIORE,
UNA «JEUNE FILLE EN FLEUR»

Non ho fatto a tempo a riprendermi dall’affettuosa ramanzina per non aver apprezzato uno scialbo e vano monologo denso di insensatezze, definito dai più «uno spettacolo al femminile», che il destino mi propone una versione, per voce solo, tratto dall’Orlando dell’immensa Virginia Woolf, romanzo divenuto emblema della fluidità di genere. Andrea De Rosa coglie al volo il momento storico in cui tutti siamo alacremente concentrati a sbandierare i vessilli dell’omosessualità, e a proteggere con fervore la libertà di poter esibire il proprio istinto, ieri di mascolinità, domani di femminilità, per educarci a rispettare i tempi di seduzione dei nostri desideri. E soprattutto a ricordarci che Orlando, personaggio immaginario, scrittore, poeta, cavaliere e inossidabile amante della vita, impiega diversi secoli per vivere entrambe le situazioni, da uomo e da donna. Prima gode della propria esuberanza in un corpo di maschile e poi, dopo un lungo sonno, si risveglia nell’altro sesso per riscoprire le gioia e i piaceri della nuova esistenza.

Nella delicatissima trascrizione drammaturgica di Fabrizio Sinisi non è mai contemplata alcuna forma d’astio, o rivalsa, nei confronti dell’uno o dell’altro sesso, e nemmeno la si carica d’inopportune ambiguità che ne snaturano la valenza letteraria: insomma, né più né meno, l’opera teatrale è il frutto di quel che ha partorito la mente dell’autrice, con qualche aggiunta estrapolata dall’epistolario che raccoglie le missive della Woolf all’amata Vita Sackville-West, alla quale il romanzo è dedicato. Ne risulta una lunga dolcissima lettera d’amore, certamente sofferta, disincantata, ma profumata di quell’autenticità passionale e satirica che ne fa un capolavoro della letteratura. Tengo a sottolineare che l’assenza di qualunque tipo di forzature al testo (troppo spesso, in questi anni, utilizzato per contrastare le ostilità di genere, o per ostentare il divismo omosessuale), diventa il cardine intorno al quale la dolcezza del personaggio, interpretato magnificamente da Anna Della Rosa, esprime comprensione per gli uomini e per le donne: accetta gli uni e le altre, ciascuno con i propri pregi e i propri difetti; e con gioia e gentilezza il monologo si erge a inno della libertà di genere e non solo.

In scena, all’ombra di una quercia in fiore, possente, eterna e indistruttibile proprio come lo sono certe passioni del cuore, e quale è il titolo del poema che Orlando sta scrivendo, c’è una jeune fille en fleur (la citazione non è irrilevante) che, destata dalla pagina bianca di un romanzo che le frulla per il capo, decide già di dedicare la futura opera letteraria alla sua amica e amante, soprannominata Vita. Ed è la vita (minuscolo), che assurge al ruolo di protagonista invisibile, ascoltatrice prescelta e consigliera prediletta. Anna Della Rosa, distesa su un tipico prato inglese riscaldato dal sole (le pregevolissime luci di Pasquale Mari ne esaltano morbidezza e colore, o lo bagnano di fredda umidità e di serenità lunare) comincia a parlare al femminile, da autrice, per poi immedesimarsi nel personaggio di Orlando che declina, in prima persona, aggettivi e participi, riferiti a se stesso, al maschile. Racconta del suo amore per Sasha, mentre Virginia torna a parlare al femminile rivolgendosi alla sua amata. È soltanto questa l’ambiguità, se così si può definire, che si percepisce: un gioco teatrale di due personaggi che si passano la battuta senza darlo troppo a vedere.

L’attrice, una delle migliori della nostra scena, dà forma davanti ai nostri occhi a un’opera complessa: una matrioska letteraria, iniziata dall’autrice che inventa un personaggio che scrive la sua biografia, che passa per le mani di un drammaturgo per trovare infine l’esatta dimensione per le sue corde vocali. Qui si veste di semplicità, e con naturalezza diventa ella stessa quella lama di coltello che «divide la malinconia dalla gioia»; è lei che produce parole «come fosse una febbre», che è lo stile dell’autrice; è lei che si fa cavaliere, ambasciatore, corteggiatore, amante; è lei che traduce la gelosia in rabbia spumeggiante e poi torna tranquilla a scrivere per continuare ad amare. Anna Della Rosa, metaforicamente, volteggia con agilità recitativa nei naturali desideri di Orlando e di Virginia, inabissandosi nei tetri innamoramenti per la morte dell’uno per risollevarsi frizzante di fronte all’esigenza dell’altra di rivedere la sua amata. Poi, accompagnata dalle note di Čajkovskij, gioisce felice in vortici di danza, attorno al tronco della quercia dalla quale cascano i fiori delle pagine bianche che riempirà con i ricordi della sua vita plurisecolare; è lei che tra le avventure di Orlando e le confessioni di Virginia, dopo una nevicata di candidi fogli, si risveglierà dal letargo scoprendosi donna e divertendosi a cedere e resistere al corteggiamento degli uomini che ben conosce. Per questo non si sofferma troppo sulle limitazioni e i pregiudizi imposti alle donne nel XIX secolo, ma anzi ci sorride su: li annota, li valuta criticandoli col sorriso, ma ne intuisce la fragilità della consistenza che la sua capacità di scrittrice è riuscita a sgretolare. (fn)
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Orlando, dal romanzo di Virginia Woolf e dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West («Scrivi sempre a mezzanotte», Donzelli). Drammaturgia, Fabrizio Sinisi. Traduzione, Nadia Fusini. Regia di Andrea De Rosa. Con Anna Della Rosa. Scene, Giuseppe Stellato. Luci, Pasquale Mari. Suono G.U.P. Alcaro. Costumi, Ilaria Ariemme. Musica di scena: Sinfonia n. 6 (Patetica) di Čajkovskij. Produzione: Tpe, Teatro Piemonte Europa. Al Teatro Vascello, fino all’8 marzo

Con microfoni

Foto: Anna Della Rosa (© Andrea Macchia)

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