«UN URLO IN CERCA DI UNA BOCCA»
Che Pierfrancesco Favino fosse un ottimo attore lo sapevamo tutti: la macchina da presa ne ha fotografato più volte le straordinarie qualità. Che fosse un bravissimo regista, invece, è una notizia che ancora deve arrivare al grande pubblico e chissà se arriverà, perché parliamo di teatro, quindi, della folla che riempie una platea e la risonanza del plauso è circoscritta, discreta, talvolta anche intima. Comunque, complimenti a Favino: per la sua prima regia ufficiale (dopo gli esordi, sempre portati a buon fine, a quattro mani) ha portato in scena una commedia di non facile realizzazione, con numerosi cambiamenti di scena e con una compagnia di dieci attori che interpretano almeno una ventina di personaggi. Ancora un autore inglese dalla scrittura assai fluida, ma dall’argomento più che solido, Duncan Macmillan scandaglia la vita della giovane Nina che poi sarà Emma e che infine rivelerà d’essere Sara: un’attrice, un’alcolista, una tossicodipendente.
Nina è il nome del personaggio in cui Sara riflette la sua anima alla affannosa ricerca di libera leggerezza: «Sono un gabbiano», ripete più volte a chi le chiede una definizione di se stessa. People, places & things comincia con la scena dell’ultimo incontro tra Kostia e Nina, quando lei torna nella villa di campagna e fatica ad ammettere al suo primo amore la disagevole e triste esistenza in città come attrice fallita: tra le scene del teatro classico, questa di Cechov descrive perfettamente la disperata realtà di Sara, annegata tra gli affanni e le rinunce di una infelice gioventù. La ritroviamo, infatti, un attimo dopo, completamente fatta di alcol e di droga, a chiedere aiuto in un presidio medico dove comicamente comincia il vero dramma. Il testo, che mai dimentica l’attaccamento al teatro, si mantiene sempre in bilico sul filo della verità e della recita, alternando a una costante crescita drammatica, attimi di umorismo e di profonda umanità. Sara, appena riacquista lucidità, sente la necessità di proteggersi, dal mondo che la osserva, con le menzogne. Nasce quindi Emma: personaggio partorito dalla sfiducia di sé e dalla paura per la cattiveria della società: «Il problema non siamo noi drogati – urla – ma è il mondo che è uno schifo». «Io non sono il risultato – si giustifica – delle decisioni che ho preso». Emma è una creatura ambigua, fragilissima, che cerca di districarsi tra il fallimento reale di Sara e quello di Nina che appartiene alla finzione artistica. A nulla valgono le lezioni del programma per la riabilitazione che ai suoi occhi diventa soltanto una doppia finzione.
Anna Ferzetti, apprezzatissima, si giostra bene tra le tre anime del suo personaggio con grande credibilità, distribuendo disperazione in ciascuna di loro con colori differenti: dal comico grottesco della prima, a quella esibizionistica della seconda, fino alla più drammatica e sincera della terza; ognuna tenta di difendersi dall’altra e tutte fuggono dal mal di vivere in una società incapace di riconoscere la fragilità di un animo sensibile, di un «gabbiano» appunto. Con lei sono in scena, tra gli altri, Betti Pedrazzi (in tre ruoli, di cui l’ultimo, la madre di Sara, è il più solido e convincente), Thomas Trabacchi (ottimo Elia, alter ego di Emma, il quale riesce a infonderle lo spiraglio luminoso per ritrovare la fiducia; rappresenta la concretezza della realtà esterna e la vive in scena con disinvoltura e un pizzico di strafottenza) e Totò Onnis (l’opposto: la follia, la teatralità, la vulnerabilità della finzione costretta ad aggrapparsi a un dogma religioso alquanto discutibile; nella parte del padre di Sara, poi, l’attore ritrova la completezza di un ruolo più intenso).
La regia pone la protagonista, e con lei i suoi drammi, costantemente in ribalta, modificandole attorno la scenografia che rappresenta sempre l’interno di un centro di assistenza per tossici. Luigi Ferrigno concentra lì la reception, l’infermeria, la sala riunioni, lo studio medico e la stanza di Emma, con agili pareti movibili e colonne scorrevoli. Il colore grigio e una luce al neon (l’effetto obitorio è ben studiato) annunciano il clima spettrale di un animo in decomposizione: e il momento in cui Emma si risveglia nella notte circondata dai suoi fantasmi richiamati dall’astinenza coatta diventa il clou di una visione horror che rispecchia la drammatica cattività della tossicodipendenza.
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