02 marzo 2026

«Come conobbi Benedetto Croce» di Fausto Nicolini Sr. (1)

Roma, 1° marzo 2026

In vista di una più approfondita – ormai d’imminente pubblicazione – rivalutazione storica, analitica e culturale della figura di Fausto Nicolini (Napoli, 20 gennaio 1879 – ivi, 1º marzo 1965), del quale porto generosamente il nome, vinco una forte ritrosia per rendergli omaggio: non già perché «Zio Fausto» non lo meriti, tutt’altro, ma per quell’atavico pudore che ha sempre frenato prima mio padre e poi me nel voler decantare le lodi degli antenati. Oggi, 1º marzo 2026, data in cui ricorre il 61° anniversario della morte, sollecitato dall’impegno che il mio fraterno amico Simone Misiani, una volta compagno di gioventù, ora anche professore di Storia Moderna, in questi mesi sta prodigando agli studi sull’esimio Don Fausto, fratello di mio nonno Luigi, mi piace inaugurare, su questo blog, una rubrica che ospiti, di tanto in tanto, alcuni suoi scritti, ormai tutti editi, ma per lo più sconosciuti, a cominciare da quello più significativo, nel quale lo zio di mio padre racconta come avvenne l’incontro con Benedetto Croce nel lontano 1903. Una conoscenza che gli cambiò la vita, e che presto diventò un’assidua collaborazione, fino a tramutarsi in amicizia leale e soprattutto proficua.
L’articolo che segue è ripreso dal Bollettino dell’Archivio storico del Banco di Napoli, periodico semestrale che Nicolini fondò nel 1949 e che diresse fino al giorno della sua dipartita. In quel tempo, per questione d’avanzata età, già da un biennio s’era allontanato dai ruoli istituzionali delle biblioteche d’Italia, quando quell’anno fu chiamato alla presidenza della commissione addetta all’Archivio storico del Banco di Napoli. Immediatamente comprese di doversi occupare della catalogazione degli oltre trentamila sesquipedali registri di polizze (lavoro ancora oggi incompiuto), fitti di dati che raccontano la vita napoletana di ogni giorno, pubblica e privata, nell’arco di oltre due secoli. Con l’avvio del Bollettino semestrale, Nicolini raccoglie sia contributi sulle vicende degli istituti di credito e dei loro archivi, sia saggi di storia napoletana; si sofferma inoltre sui ricordi di amici illustri, in capite il Croce; difende istituti a lui cari (come l’Accademia dei Lincei, di cui fu socio dal 1946); polemizza contro le false interpretazioni del pensiero filosofico del Vico, di cui fu biografo, editore e commentatore, nonché interprete tra i primi.
Per la sua lunghezza preferisco spezzare in due parti il ricordo dell’incontro con Croce, seguendo la stessa impostazione data dall’autore, il quale fa cominciare la relazione dalla Preistoria, quando il suo bisnonno e il nonno di Croce, entrambi giureconsulti del Regno, strinsero «real» amicizia. (fn)

COME CONOBBI BENEDETTO CROCE

I
Preistoria

Un’amicizia più che trentennale tra un Croce e un Nicolini, e amicizia cementata da comunanza di attività intellettuale, cominciò molto prima che il grande Benedetto Croce e chi scrive venissero al mondo. Chiamato anche lui Benedetto, il Croce di cui parlo era il nonno del Maestro scomparso e, nato a Montenerodomo in Abruzzo nel 1792, morì a Napoli nel 1854. A sua volta il Nicolini a cui alludo era mio bisnonno Nicola, nato a Tollo, parimente in Abruzzo, nel 1772, morto a Napoli nel 1857.
Molti aneddoti sul Croce seniore usavano raccontare a me giovincello così due mie vecchie prozie, che, giovani, lo vedevano di continuo nella casa del loro genitore, come un mio zio, il presidente Francesco Santamaria-Nicolini, che, nato nel 1830, aveva avuto anche lui qualche rapporto col nonno del mio grande amico. Tuttavia né le une né l’altro mi seppero dir mai come il vecchio Croce e il vecchio Nicolini si fossero conosciuti. Mi parlavano bensì d’una villa che, tra il 1820 e il 1830 o giù di lì, il primo possedeva a Sorrento, della visita che tutti gli anni usava fargli colà il secondo, e di quelle che, in quei pochi giorni di comune villeggiatura, erano loro occupazioni favorite: discutere e lavorare accanitamente intorno a questioni di diritto, e poi ritemprare le forze dando assalti poderosi a ben conditi maccheroni, che ingurgitavano nella quantità consueta ai nostri bisavoli, che non a torto trovavano quel cibo più delizioso dell’ambrosia («Quattordici ore di tavolino e un rotolo di maccheroni», soleva rispondere il Nicolini a chi gli domandava come avesse fatto a giungere a ottantacinque anni senza soffrir mai del più piccolo incomodo).

Bensì quando nel 1906, per certe onoranze all’insigne Carlo Fadda, dovetti apprestare su «Nicola Nicolini e gli studi giuridici nella prima metà del secolo decimonono», uno zibaldone divenuto oggi una rarità bibliografica, trovai tra i carteggi di mio bisnonno talune lettere del Croce, tra le quali mi colpì particolarmente una scritta il 29 maggio 1837 da Campobasso, ove Benedictus senior era procurator generale presso quella Gran Corte criminale, quasi al tempo stesso che il Nicolini, destituito nel 1821 per ragioni politiche, veniva da Ferdinando II richiamato alla sua antica carica di avvocato generale presso la Suprema Corte di giustizia in Napoli e, insieme (poiché allora eran consentiti cumuli del genere), insignito dell’altra di professore ordinario di diritto e procedura penale nell’Università. Lo scrivente chiedeva chiarimenti e consigli, soprattutto di natura procedurale, intorno a una causa gravissima, nella quale egli finì col chiedere e ottenere la pena di morte per i rei principali, che, non si penserebbe mai, vestivano tutti l’abito cappuccino. E invero – scriveva il Croce – si trattava «d’una associazione di colpevoli che si era formata ne’ cenobi di alcune provincie, nella quale avevano la parte principale diversi religiosi; di un’associazione che aveva estese le sue relazioni sin nella Daunia, da dove furono i soci de’ misfatti chiamati per portare il turbamento nell’animo degli abitanti delle tranquille regioni del Sannio; d’un’associazione che scambiato aveva il tempio del Signore in un deposito di armi e munizioni e la sagrestia dello stesso tempio in un quartiere d’uomini tristi, tutti preparati a derubare e spegnere il più agiato e il più onesto del vicino villaggio, il quale, tra le altre virtù, avea quella d’essere il benefattore di tutti gl’infelici ed in particolar modo de’ religiosi, che occultamente gli tendean l’insidia».

Ricerche compiute qualche anno addietro in Campobasso hanno fatto rinvenire gli atti di quel processo famoso. Ma qui, anziché entrare in particolari del genere, conviene piuttosto notare che dalla lettera anzidetta, combinata con le altre e anche con ciò che del carattere del Croce si racconta in qualche libro a stampa (per esempio dal Serravalle in certe Memorie della magistratura e del foro di Catanzaro dal 1809 ai nostri tempi), appare che don Benedetto seniore fu uomo tutto d’un pezzo, giusto sino allo scrupolo, ma inflessibilmente severo nelle sue requisitorie contro coloro che egli credeva colpevoli, e quindi terrore dei criminali, così come, del resto, il suo nipote omonimo era il terrore di quella particolar sorta di criminali (criminali verso le muse) che sono i cattivi poeti, i cattivi filosofi, i cattivi storici. Anzi in quante altre cose, attraverso le sue lettere, il nonno appare simile al nipote! Per tacere il resto, anche nell’uno, come nell’altro, sentimento preponderante era quello del dovere; anche Benedictus senior come Benedictus iunior era, sì, inflessibile con gli altri, ma dopo essere stato ancora più inflessibile con se medesimo; anche il primo come il secondo possedeva il raro coraggio di dir sul viso alla gente, se necessario, le verità più sgradite.

Con la promozione del Croce a consigliere della Corte suprema di giustizia, cioè dal 1839, i due amici furono nuovamente riuniti; e da allora alla sua morte «don Benedetto» oppure «il consigliere», secondo lo si designava variamente, fu uno dei visitatori più assidui e più graditi di questa mia vecchia casa all’«Infrascata», come a quei tempi si chiamava bellamente l’odierna via Salvator Rosa: di questa mia vecchia casa ove, ancora una cinquantina d’anni appresso, venivan ricordate con affetto e simpatia certe singolari manifestazioni del suo spirito irruente, caustico e alquanto bisbetico (e, se tutt’altro che irruente e bisbetico, caustico era certamente anche il nipote): ragion per cui non a torto venne qualificato, in certe «note caratteristiche» ufficiali, uomo dal temperamento «orgoglioso ed estuante».

Per esempio, una volta il Nicolini riceveva, proprio nella camera ove scrivo, un collega, che, se non brillava per ingegno, era, in compenso, «di spirito seccatorio dotato». A un tratto s’ode dalla porta d’ingresso una vigorosa scampanellata, e il Nicolini, che attende con desiderio l’amico Croce, pensa che sia lui. Ma, non vedendo comparire alcuno, chiama il cameriere e gli chiede: — Pasquale, chi era alla porta?
Pasquale: Era il consigliere Croce.
Nicolini: E perché non è entrato?
Pasquale (alquanto imbarazzato): M’ha domandato se c’era qualcuno.
Nicolini: E tu che gli hai risposto?
Pasquale (ancora più imbarazzato): Gli ho detto… gli ho detto… che c’era il signore qui.
Nicolini: E che c’entra questo col consigliere Croce?
Pasquale (facendosi a poco a poco coraggio): Ma… ma… il consigliere m’ha detto… m’ha detto: «Ah! Quella bestia?! Me ne vado». E m’ha voltato le spalle e se n’è andato.
Il bello fu che, mentre il Nicolini non sapeva dove nascondere il viso per non farsi veder ridere, il visitatore, lungi dall’offendersi, procurava di scusarsi, dicendo tra l’altro: «Ma che cosa gli ho fatto a quel benedetto uomo perché mi detesti a questo modo?».

Tanto il Nicolini quanto il Croce erano borbonici. Senonché il primo, giacobino nel 1799, fervido murattiano nel decennio francese (1806-1815) e perciò, come ho detto, destituito nella grande «epurazione» del 1821, era passato al borbonismo soltanto dopo che Ferdinando II lo aveva richiamato in magistratura e nominato (1841) ministro senza portafogli: sicché inclinava a grande moderazione e, pure senza esser liberale, propugnava, come appare da un suo scritto ufficiale, riforme quanto mai profonde. Il Croce, invece, a cui per l’età più giovanile mancava questo passato così movimentato, passava per reazionario: tanto che, quando nel 1850 lo si propose a Ferdinando II quale direttore di polizia, si racconta che lo stesso re esclamasse, quasi spaventato: «Il consigliere Croce? No, no! È troppo tuosto». Durezza, peraltro, che lo rendeva magistrato integerrimo e tutt’altro che cedevole a pressioni che gli venissero così dal basso come dall’alto. Una volta, per esempio, il conte di Siracusa, fratello del re, mandò a casa del Croce il suo patrigno – cioè il conte del Balzo, secondo marito della regina madre – per raccomandargli una causa che gli stava molto a cuore. E la risposta, assai secca, fu che sarebbe stata fatta sicuramente giustizia. Ma in quale senso fosse stata esibita questa assicurazione, potette vedersi in Camera di consiglio, quando il Croce, interrogato se intendeva dar voto favorevole all’accoglimento del ricorso così vivamente raccomandato da «Sua Altezza reale», rispose, più duro del solito, con un vigoroso no.

D’altra parte, il suo acceso borbonismo non gli impedì, sia pure una volta sola di rendere omaggio, se non proprio al liberalismo, quanto meno a una delle doti dei liberali. Un giorno, mentre il Nicolini e lui, come di consueto, si trattenevano in amichevoli conversari, sopraggiunse un loro collega con la notizia strabiliante che il Tal dei Tali, non saprei dire se avvocato o anche lui magistrato, era «liberale». «Impossibile!», esclamarono a coro i due. «È troppo imbecille!». Dunque non perché devoti a Ferdinando II, i borbonici intelligenti non s’avvedevano che, per esser liberali, occorreva anzitutto non essere troppo imbecilli. Il che, per i quattro gatti, che, come me, appartengono ai tanto dispregiati liberali di questo tormentatissimo dopoguerra, può anche essere una consolazione.

Fausto Nicolini

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Come conobbi Benedetto Croce, articolo pubblicato sul Bollettino dell’Archivio storico del Banco di Napoli, vol. 6, anno 1953, pagg. 213-221

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Foto: Don Fausto Nicolini con il gatto Nerone (© Publifoto)

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