Roma, 1° marzo 2026
COME CONOBBI BENEDETTO CROCE
IPreistoria
Un’amicizia più che trentennale tra un Croce e un Nicolini, e amicizia cementata da comunanza di attività intellettuale, cominciò molto prima che il grande Benedetto Croce e chi scrive venissero al mondo. Chiamato anche lui Benedetto, il Croce di cui parlo era il nonno del Maestro scomparso e, nato a Montenerodomo in Abruzzo nel 1792, morì a Napoli nel 1854. A sua volta il Nicolini a cui alludo era mio bisnonno Nicola, nato a Tollo, parimente in Abruzzo, nel 1772, morto a Napoli nel 1857.
Molti aneddoti sul Croce seniore usavano raccontare a me giovincello così due mie vecchie prozie, che, giovani, lo vedevano di continuo nella casa del loro genitore, come un mio zio, il presidente Francesco Santamaria-Nicolini, che, nato nel 1830, aveva avuto anche lui qualche rapporto col nonno del mio grande amico. Tuttavia né le une né l’altro mi seppero dir mai come il vecchio Croce e il vecchio Nicolini si fossero conosciuti. Mi parlavano bensì d’una villa che, tra il 1820 e il 1830 o giù di lì, il primo possedeva a Sorrento, della visita che tutti gli anni usava fargli colà il secondo, e di quelle che, in quei pochi giorni di comune villeggiatura, erano loro occupazioni favorite: discutere e lavorare accanitamente intorno a questioni di diritto, e poi ritemprare le forze dando assalti poderosi a ben conditi maccheroni, che ingurgitavano nella quantità consueta ai nostri bisavoli, che non a torto trovavano quel cibo più delizioso dell’ambrosia («Quattordici ore di tavolino e un rotolo di maccheroni», soleva rispondere il Nicolini a chi gli domandava come avesse fatto a giungere a ottantacinque anni senza soffrir mai del più piccolo incomodo).
Bensì quando nel 1906, per certe onoranze all’insigne Carlo Fadda, dovetti apprestare su «Nicola Nicolini e gli studi giuridici nella prima metà del secolo decimonono», uno zibaldone divenuto oggi una rarità bibliografica, trovai tra i carteggi di mio bisnonno talune lettere del Croce, tra le quali mi colpì particolarmente una scritta il 29 maggio 1837 da Campobasso, ove Benedictus senior era procurator generale presso quella Gran Corte criminale, quasi al tempo stesso che il Nicolini, destituito nel 1821 per ragioni politiche, veniva da Ferdinando II richiamato alla sua antica carica di avvocato generale presso la Suprema Corte di giustizia in Napoli e, insieme (poiché allora eran consentiti cumuli del genere), insignito dell’altra di professore ordinario di diritto e procedura penale nell’Università. Lo scrivente chiedeva chiarimenti e consigli, soprattutto di natura procedurale, intorno a una causa gravissima, nella quale egli finì col chiedere e ottenere la pena di morte per i rei principali, che, non si penserebbe mai, vestivano tutti l’abito cappuccino. E invero – scriveva il Croce – si trattava «d’una associazione di colpevoli che si era formata ne’ cenobi di alcune provincie, nella quale avevano la parte principale diversi religiosi; di un’associazione che aveva estese le sue relazioni sin nella Daunia, da dove furono i soci de’ misfatti chiamati per portare il turbamento nell’animo degli abitanti delle tranquille regioni del Sannio; d’un’associazione che scambiato aveva il tempio del Signore in un deposito di armi e munizioni e la sagrestia dello stesso tempio in un quartiere d’uomini tristi, tutti preparati a derubare e spegnere il più agiato e il più onesto del vicino villaggio, il quale, tra le altre virtù, avea quella d’essere il benefattore di tutti gl’infelici ed in particolar modo de’ religiosi, che occultamente gli tendean l’insidia».
Ricerche compiute qualche anno addietro in Campobasso hanno fatto rinvenire gli atti di quel processo famoso. Ma qui, anziché entrare in particolari del genere, conviene piuttosto notare che dalla lettera anzidetta, combinata con le altre e anche con ciò che del carattere del Croce si racconta in qualche libro a stampa (per esempio dal Serravalle in certe Memorie della magistratura e del foro di Catanzaro dal 1809 ai nostri tempi), appare che don Benedetto seniore fu uomo tutto d’un pezzo, giusto sino allo scrupolo, ma inflessibilmente severo nelle sue requisitorie contro coloro che egli credeva colpevoli, e quindi terrore dei criminali, così come, del resto, il suo nipote omonimo era il terrore di quella particolar sorta di criminali (criminali verso le muse) che sono i cattivi poeti, i cattivi filosofi, i cattivi storici. Anzi in quante altre cose, attraverso le sue lettere, il nonno appare simile al nipote! Per tacere il resto, anche nell’uno, come nell’altro, sentimento preponderante era quello del dovere; anche Benedictus senior come Benedictus iunior era, sì, inflessibile con gli altri, ma dopo essere stato ancora più inflessibile con se medesimo; anche il primo come il secondo possedeva il raro coraggio di dir sul viso alla gente, se necessario, le verità più sgradite.
Con la promozione del Croce a consigliere della Corte suprema di giustizia, cioè dal 1839, i due amici furono nuovamente riuniti; e da allora alla sua morte «don Benedetto» oppure «il consigliere», secondo lo si designava variamente, fu uno dei visitatori più assidui e più graditi di questa mia vecchia casa all’«Infrascata», come a quei tempi si chiamava bellamente l’odierna via Salvator Rosa: di questa mia vecchia casa ove, ancora una cinquantina d’anni appresso, venivan ricordate con affetto e simpatia certe singolari manifestazioni del suo spirito irruente, caustico e alquanto bisbetico (e, se tutt’altro che irruente e bisbetico, caustico era certamente anche il nipote): ragion per cui non a torto venne qualificato, in certe «note caratteristiche» ufficiali, uomo dal temperamento «orgoglioso ed estuante».
Fausto Nicolini
