LA RABBIA DEI POVERI NON HA MAI FINE
Nel 1936 John Steinbeck scrisse per il quotidiano The San Francisco News sette articoli sulla migrazione verso l’ovest dei contadini americani, costretti da un disastro ambientale, ad abbandonare le loro case per cercar fortuna in California. Nel 1930, infatti, le terre dell’Oklahoma furono colpite da una devastante siccità che trasformò le grandi pianure coltivate a mais in deserti, riducendo tutto in polvere. E con la polvere che offusca la vista e secca l’aria s’apre il racconto che Massimo Popolizio porta in scena, seguendo l’adattamento che Emanuele Trevi ha fatto di Furore, romanzo, uscito nel 1939, che da quegli articoli prese forma in soli cinque mesi. Così il narratore diventa il «cronista che osserva l’epopea della migrazione di migliaia di contadini verso la California, dove speravano di trovare una terra accogliente. Invece…», si legge nelle note riportate dall’attore e ideatore del progetto.
Invece… quei poveracci erano sistemati in tende e baracche, venivano sfruttati e sottopagati, perché ognuno – fa notare Steinbeck – portava sulla sua pelle il marchio della miseria, nel corpo le cicatrici della fame, negli occhi la tristezza delle sconfitte dell’uomo. Il progresso ha tolto braccia al lavoro nei campi, sostituendole con il trattore: e mentre il proprietario terriero enumera i vantaggi della meccanica applicata alla semina, il contadino piange denunciando il trattore di arare «la terra senza passione». La riduzione delle circa 500 pagine che compongono il romanzo viene letta a capitoli, alternando lo scorrere impetuoso delle vicende della famiglia Joad a considerazioni più generiche, da giornalista attento qual è l’autore, sui cambiamenti epocali determinati soprattutto dal dilagare delle banche e dalla crescita del valore economico di ogni cosa, tranne che della manodopera. «I salari diminuiscono, ma i prezzi restano invariati», una frase che risuona da sempre nel proletariato.
Nelle descrizioni che Popolizio sceglie di esaltare da dietro un tavolo metallico che regge un leggio e una elegante bottiglia metallica che serve a dissetare il narratore arso dalla polvere delle parole che giungono dall’America, si scorge la violenza dei dipinti del Caravaggio, realistici fino a far male, densi di quel furore letterario che denuncia le ingiustizie quotidiane della povera gente, i soprusi della legge, le truffe degli approfittatori, il dolore che inevitabilmente viaggia con la povertà. I brani sono accompagnati dalle immagini in bianco e nero di filmati e scatti d’archivio, molti dei quali, presumibilmente, pubblicati in una raccolta dedicata a Dorothea Lange, pioniera della fotografia documentaristica americana degli anni Trenta. Se le istantanee inizialmente nascono come cornici didascaliche ai campi di mais, o alla tempesta di sabbia, man mano che l’ingiustizia s’insinua nel racconto e il furore implacabile monta, le fotografie delineano le differenze di genere, che non sono da attribuire al genere maschile e femminile, ma a quello più perfido composto da grassi e magri: smunti e avvizziti, i contadini malnutriti; untuosi e obesi, i proprietari e gli sceriffi che sfoggiano sorrisi da sciacalli. Fame e cupidigia sono posti uno di fronte all’altro, mentre dalle parole si comprende bene che le banche si arricchiscono esclusivamente grazie allo sfruttamento delle migliaia di migranti giunti all’ovest già indebitati: «Come posso contrastare la concorrenza di chi non ha debiti?», è la domanda che Steinbeck legge nel silenzio dei più disperati.
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Furore, dal romanzo di John Steinbeck, adattamento di Emanuele Trevi. Ideazione, regia e voce, Massimo Popolizio. Musiche eseguite dal vivo da Giovanni Lo Cascio. Suono, Alessandro Saviozzi. Luci, Carlo Pediani. Assistente alla regia Giacomo Bisordi. Creazioni video, Igor Renzetti e Lorenzo Bruno. Produzione: Teatro di Roma (Teatro Nazionale), Compagnia Umberto Orsini. Al Teatro Argentina, fino a domenica 29 marzo
Con microfoni
Foto: Massimo Popolizio (© Federico Massimiliano Mozzano)
