GESTUALITÀ MOZARTIANA PER L’OMAGGIO A MOLIÈRE
Malgrado gli autori effettivi siano nomi altisonanti, come Molière e Da Ponte (con Mozart), questo è uno spettacolo che porta indiscutibilmente la firma di Arturo Cirillo. Nessuno dei tre giganti del teatro (di prosa e lirico) riconoscerebbe suo l’allestimento visto alla Sala Umberto del Don Giovanni, e soprattutto all’unisono dichiarerebbero che quel personaggio non è rappresentato così come loro lo hanno pensato. Eppure, la storia corrisponde sia alla trama musicata da Mozart, con Leporello servitore, sia all’altra, simile ma non identica, che Molière mise in scena scrivendo la parte di Sganarello per se stesso. Entrambe sono figlie dell’opera di Tirso de Molina (1616), ma questa di Cirillo si allaccia per ritmi e sonorità al libretto di Da Ponte e alla comicità della scrittura dell’autore prediletto da Re Sole.
È abbastanza evidente che Cirillo avesse in mente con estrema chiarezza i personaggi che circondano il protagonista, sobbarcandosi lui del peso di far da collante tra i due copioni. Il suo «incoerente» Don Giovanni esula dal fascino del conquistatore, piuttosto, si burla del ruolo e, vestendosi di grande generosità, si mette al servizio degli autori prima e dei colleghi dopo: cerca di mescolar le carte in maniera tale da riuscire, con invenzioni e ilarità, ad accordare per sonorità le battute dell’uno con quelle dell’altro, lasciando molto spazio anche al gioco dell’assurdo e di un sicuro capocomicato (chiarirò poi). Peccato per lo squilibrio causato dai soliti imperdonabili microfoni! Da Ponte vince sull’eleganza e sull’immediatezza delle situazioni che la musica richiede, Molière invece «s’attarda» nelle tirate comiche scritte per la prosa. Non ne esce un capolavoro letterario (ma son certo che non era questa l’intenzione di Cirillo che s’è concentrato a «scrivere» i gesti sullo spartito di Mozart), anzi, talvolta il testo risente di qualche incertezza, tuttavia, il gusto della teatralità si espande dal palcoscenico verso la platea con l’abbraccio tipico da teatro popolare: in cui il sottostrato culturale c’è ma si nota poco, perché viene macinato con dovizia dal mestiere e dalla sensibilità degli interpreti.
Benché si tratti di uno spettacolo che detiene momenti di godibilissima genialità teatrale, non nascondo che all’inizio, fino alla scena a quattro (con Zurlina e Masetto) ho notato che le carte giocate da Cirillo stavano diventando davvero troppe. Dramma giocoso (Don Giovanni), dramma più serio (Donna Elvira), comicità (Sganarello), poesia in rima e senza rima, musicalità, musica, accenni di danza, duetti, parossismi, giochi di parole, e tanto altro: tutta questa carne a cuocere ha creato un po’ di spaesamento, come se si faticasse a prendere una direzione più precisa, che invece, dopo il primo sospetto, si è semplificata ed è venuta a galla. Ed è proprio la semplicità che ha donato leggerezza a un testo in realtà molto complesso. Oltre ai già citati capisaldi Molière e Da Ponte, Cirillo ha individuato situazioni e personaggi teatrali a lui favorevoli per arricchire il suo Don Giovanni con battute di Beckett, di Pirandello, di Shakespeare e altri per esplorare un teatro meno codificato.
Quando s’approda finalmente alla scena tra il protagonista e il suo creditore M. Dimanche (Signor Quaresima) si intuisce chiaramente l’impalcatura genuina dell’operazione. Durante il divertente duetto, tratto da Molière, la comicità viene portata all’estremo, secondo i canoni classici: i due attori potrebbero proseguire la gag all’infinito. L’uno non lascia mai parlar l’altro che gli porge la nota del conto. Don Giovanni la ignora pur continuando a sciorinar celie che si tramutano in una rocambolesca cascata di boutade, tipica del genio di Totò. All’istante ho afferrato che proprio Totò, prima maniera, quello meno conosciuto, aleggiava come un folletto illuminato sin dall’inizio, rimbalzando tra Sganarello e Don Giovanni, seguendo un ritmo ben preciso imposto dalla musicalità dei suoni, dei gesti, degli sguardi. Ecco il teatro popolare a cui s’è ispirato Cirillo per portare in scena questo «incoerente» Don Giovanni.
«Incoerente» con la sua immagine classica, ma disegnato con precisione secondo l’arte della farsa teatrale, quella in cui la figura del capocomico diventa determinante per l’andamento dello spettacolo e per la sicurezza dei colleghi. Ed ecco spuntare da lontano l’antica commedia dell’arte travestita da opera buffa, ecco che si scorgono i fantasmi del Sancarlino (Petito e Altavilla), con il sottofondo del San Carlo. «Incoerente» nella nobile incipriata postura settecentesca, ma l’ossatura arriva dallo storico teatro comico napoletano. «Incoerente» persino nell’impatto scenografico: Dario Gessati si lascia ispirare dal famoso film di Losey che ambienta il Don Giovanni tra le ville del Palladio, mentre i personaggi sembrano agire irrimediabilmente sulle tavole del palcoscenico e da giullari dell’arte.
Con microfoni
