19 marzo 2026

«La storia» da Elsa Morante (regia, Fausto Cabra)

«La storia» da Elsa Morante (regia, Fausto Cabra)

Roma, Teatro Vascello
18 marzo 2026

«MAMMA, MI RACCONTI LA STORIA?»

Il «c’era una volta» si nasconde dietro la battuta della madre che dall’aeroporto annuncia telefonicamente lo sciopero ai figli, ai quali dice che nell’attesa leggerà un libro. È così che comincia la fiaba: «Un giorno di gennaio del 1941, un soldato tedesco…». Ad osservare più attentamente a come decolla il racconto, è una mamma che narra la favola della buonanotte ai suoi due piccoli. Sul palcoscenico, immediatamente, si materializzano le immagini partorite dalla fantasia dei bambini che, nella penombra della stanza, dove una lucina illumina soltanto le pagine del libro aperto, lasciano entrare i personaggi di cui seguono le vicende e ne ipotizzano le voci che sono le loro voci, e ne intravedono le sembianze che sono le loro stesse sembianze. Sono loro che si trasformano in Gunther, in Nino, in Useppe, nel nonno Giuseppe, in Davide, mentre ai volti delle donne regalano l’aspetto della madre che è lì seduta accanto al letto a leggere La storia.

Nell’estro dell’inventiva infantile, i personaggi mantengono il viso dei familiari perché sono quelli buoni: i cattivi non hanno fisionomia, e restano reclusi nelle pagine del libro, oppure nelle voci registrate che parlano di tedeschi cattivi, di fascisti spietati, di Mussolini e di Hitler, ma sempre in terza persona, non entrano mai nel dialogo vivo degli altri più rassicuranti, che meritano fiducia, che contribuiscono a rendere la tragedia della guerra meno angosciosa, più teatralmente rappresentabile. «Loro nun lo sanno, ma’, quant’è bella la vita», dice Nino sempre ubriaco d’infanzia. Ed ecco che anche la violenza che all’inizio Ida subisce, viene rappresentata con il solo corpo di lei deflagrato dai lampi dei proiettori. La violenza in scena passa sempre sotto forma di parola, senza mai consistere in un atto, in una azione, mentre si lasciano liberi di manifestarsi tutti quei sentimenti che sono conseguenza del male. A cui, naturalmente, si contrappone il bene: l’eterno conflitto che dà vita alle favole.

Sono tornato a rivedere lo spettacolo di Fausto Cabra (già recensito nel 2023) senza alcuna intenzione di riscriverne critiche e giudizi. Ma siccome l’ho trovato più coinvolgente rispetto a due anni fa, sento la necessità di aggiungere un paio di inevitabili suggestioni. Se qualche piccolo cambiamento di regia è stato effettuato, questo s’è fatto sottraendo oggetti del mobilio per lasciare più ampio orizzonte all’immaginazione. E quanta più sollecitazione si offre alla fantasia di ciascuno, tanta più emozione costui ne ricaverà: perché sarà la nostra stessa sensibilità ad accendersi e a generarla. Così, come quei due bambini che sul palcoscenico, seguendo i suggerimenti del racconto, si industriano di dar forma di cane bastardo a un borsone di pelle a tracolla, o di gatto utilizzando la piccola sporta della spesa, o di bianco pastore abruzzese che si nasconde nella morbidezza di un cuscino, a noi spettatori vien chiesto di figurarci le strade di Roma al tempo del fascismo e sotto le bombe che colpirono il quartiere di San Lorenzo soltanto con i bagliori delle luci che, proiettati su una pedana, ne delimitano gli spazi angusti o accidentati e ne indicano l’intensità del pathos.

Passato il primo momento, durante il quale si comprende come decifrare al meglio lo spettacolo, appena riacquistata la versatilità della fantasia dell’infanzia, riusciamo a scorgere in una semplice striscia luminosa che schiarisce il proscenio, l’agghiacciante ombra di un vagone carico di ebrei in partenza dalla stazione Tiburtina: ne catturiamo i lamenti, ne sentiamo il freddo, mentre davanti ai nostri occhi la figura della signora Di Segni si affanna alla disperata ricerca della sua famiglia catturata durante il rastrellamento.

Elsa Morante non ha scritto una storia per bambini: lo sappiamo. Eppure, Cabra sul palco ce la prospetta ugualmente seguendo l’insegnamento primordiale del teatro: una finzione alla quale si cede per fede, che non è la fede cristiana, ma è la fede nella partecipazione al dramma, quella per la quale i più piccoli sentono un’attrazione costante perché riconoscono per istinto che da lì potranno apprendere i principii per vivere. Un bambino non si accosterà mai con diffidenza a una favola, ma anzi l’ascolterà con lo sguardo di chi se la figura nella mente, di chi ne gode dell’intima rappresentazione, di chi riesce a credere di abbracciare un cane, stringendo un cuscino. Bisogna tornare indietro nel tempo, alleggerirsi con un bagno d’ingenuità: è il suggerimento che il regista esorta per vedere meglio la sua favola per adulti, che è la nostra Storia. Una storia infinita, «uno scandalo che dura da diecimila anni»: quella del potere, dell’uomo, della povertà, della sconfitta. Quando, al finale dello spettacolo, Davide Segre spiega a noi in platea (luci di sala accese) che cos’è il fascismo, che cos’è la guerra e che cos’è la pace, occorre avere la coscienza sgombra da pregiudizi, proprio come i bambini, per comprendere le teorie scritte dalla Morante. E per poter dire a se stessi in qualunque momento della nostra vita: «Mamma, raccontami ancora una volta La storia di quando saremo grandi». (fn)
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La storia, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Elsa Morante (Giulio Einaudi Editore). Drammaturgia, Marco Archetti. Regia di Fausto Cabra. Con Franca Penone, Alberto Onofrietti, Francesco Sferrazza Papa. Scene e costumi, Roberta Monopoli. Drammaturgia del suono, Mimosa Campironi. Luci, Marco Renica e Fausto Cabra. Video Giulio Cavallini. Regista assistente, Anna Leopaldo. Consulenza movimenti scenici, Marco Angelilli. Produzione: Teatro Franco Parenti, Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival, Centro Teatrale Bresciano. Al Teatro Vascello, fino al 22 marzo

Con microfoni

Foto: Alberto Onofrietti e Francesco Sferrazza Papa (© Giulio Cavallini)

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