I FANTASTICI QUATTRO AL MICROFONO
Premetto che la performance mi è assai piaciuta. Premetto anche che la sperimentazione firmata Muta Imago, egida che nell’ambiente teatrale è sinonimo di alta qualità, è stata molto ben concepita. Quattro microfoni in scena accanto ad altrettanti leggii, e una consolle strumentale sulla sinistra. L’ottimo musicista, Lorenzo Tomio, prende posizione, dà il segnale d’ingresso e i quattro attori, al buio, raggiungono le loro postazioni: luce, suono e voci attaccano su tempi precisi, stabiliti dall’attentissima regia di Riccardo Fazi che ha scritto anche la drammaturgia. L’inizio è coinvolgente, avvolto nell’oscurità: «Quivi sospiri, pianti e alti guai / risonavan per l’aere sanza stelle, / per ch’io al cominciar ne lagrimai. / Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche...» Eh sì, non siamo molto lontani dalle impressioni che Dante trasse appena varcata la porta infernale e il buio lo cinse. Quei lamenti, quei pensieri smarriti nella penombra stimolano il senso dell’udito, proprio come capita al pellegrino nell’Aldilà. Si va avanti con parole apparentemente sconnesse, con frammenti di discorsi incompiuti, con dialoghi appena accennati, perché sono i suoni vocali a raccontare le vite di un’umanità chiusa nel silenzio emotivo della casa, dove sono soltanto i muri che raccolgono i suoni delle solitudini, anche in famiglia.
L’autore deve aver ascoltato le pareti delle abitazioni che idealmente registrano i vuoti affettivi, le segregazioni concordate, le esclusioni volontarie. La famiglia presentata da Fazi è composta da due genitori e due figli: non si guardano mai, non si osservano, non si odorano, non si accarezzano, restano immobili dietro al microfono come se ciascuno – inesistente all’altro – stesse concentrato sullo schermo del proprio cellulare. Credo che sia sufficiente questo a definire che, malgrado i microfoni, malgrado i leggii, malgrado una costante assenza di movimento e di relazioni tra gli imperturbabili quattro, malgrado manchi il tentativo di instaurare un dialogo, si possa tranquillamente constatare che in scena esiste una drammaturgia, in questo caso, sonora, composta da intonazioni, fonemi, svariati versi che fanno parte del mondo ornitologico: perché gli uccelli cinguettano principalmente per marcare il loro territorio più che per comunicare. Allo stesso modo i quattro emettono suoni per far sentire ancora vive le ceneri (Ashes) delle loro esistenze, ma la vita vissuta è tutt’altra cosa: «Se la vita vissuta fosse solo una brutta copia di una nuova vita che…», sussurra il padre sapendo di aver perso molte occasioni.
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Ashes, uno spettacolo Muta Imago. Drammaturgia e regia di Riccardo Fazi. Con Marco Cavalcoli, Federica Dordei, Ivan Graziano, Arianna Pozzoli. Musiche eseguite dal vivo da Lorenzo Tomio. Occhio esterno, Claudia Sorace. Luci, Maria Elena Fusacchia. Produzione: Index. Allo Spazio Diamante, fino a domenica 22 marzo
Con microfoni
Foto: da sin. Marco Cavalcoli, Federica Dordei, Ivan Graziano, Arianna Pozzoli (© Michela Di Savino)
