Roma, 9 marzo 2026
Cosa disse, a proposito delle lettere dell’abate Galiani, Benedetto Croce nell’articolo che l’ex ministro del Regno d’Italia, Emmauele Gianturco, indicò all’allora ventiquattrenne Fausto Nicolini? Mi par cosa buona e giusta pubblicare per intero lo scritto del Croce, che anni fa è stato anche per me motivo d’esortazione quando mi decisi a donare alla Biblioteca nazionale di Napoli, l’intero archivio di Giuseppe Patroni Griffi, di cui ero stato, per un decennio, il depositario. Per non ripetere l’errore già commesso dai miei antenati con le lettere dell’abate Galiani, e soprattutto per non lasciare ai miei figli una scomoda eredità di migliaia di carte a loro sconosciute, il materiale di Patroni Griffi ora è diventato di pubblica utilità presso la sezione della Lucchesi Palli, miniera della storia del teatro napoletano e non solo.
Tornando a bomba (mai detto fu più appropriato richiamando l’attenzione all’articolo del Croce), la domanda più opportuna è: perché Niccola Nicolini era così interessato alle lettere del Galiani da comprarle all’Azzariti? e perché «ne era gelosissimo»? Il motivo affettivo va ricercato nell’infanzia del Nicolini avo, il quale nacque nel 1772 a Tollo, paese poco distante da Chieti, città che nel 1728 aveva dato i natali a Ferdinando Galiani. E, come questi fu educato dallo zio Celestino, anche il Nicolini fu educato dallo zio Luigi, suo mentore, poeta e oratore, il quale, da sempre dedito alla vita ecclesiastica (con i voti prese il nome di Aloysius e fu abate prima di Civitaquana e poi di Pescara), «gli ispirò l’amore de’ buoni studi» e all’età di 17 anni «lo inviò in Napoli per il perfezionamento», proprio come accadde qualche anno prima per Ferdinando Galiani, che zio Luigi, suo coetaneo, probabilmente aveva conosciuto.
Tuttavia, sappiamo che l’incartamento acquistato dal mio antenato, dal nipote del Galiani nel 1806, quand’egli ritornò a Napoli dopo «le tempeste» del 1799, alla vigilia del nuovo ordinamento napoleonico dei tribunali del Regno, che lo avrebbe portato in breve tempo a ricoprire le più alte cariche giuridiche, conteneva, oltre alle lettere di Ferdinando, anche quelle dello zio Celestino, influente arcivescovo, molto vicino al Papa e al re di Napoli. E la storia ci dice che Carlo III di Borbone, incoronato nel 1734, fu riconosciuto sovrano dallo Stato Pontificio soltanto nel 1739, grazie alla lunga mediazione dell’arcivescovo Galiani, il quale nel 1741 divenne presidente del Tribunale di Napoli (la stessa carica che settant’anni più tardi ricoprì il Nicolini) e che quello stesso anno Carlo di Borbone stipulò un importante concordato con la Santa Sede. Quante coincidenze! Mi viene il sospetto che più delle lettere illuminate del nipote Ferdinando, che giustamente sollecitava il Croce culturali, al mio antenato interessassero quelle dello zio Celestino per risalire a misteriosi intrighi di Palazzo. (fn)
«UN MATERIALE PREZIOSO PER LA STORIA»
Leggendo in questi giorni un volume di saggi di uno scrittore tedesco, tra i quali uno contenente un florilegio delle note lettere francesi dell’abate Galiani, ho risentito nell’animo come una dolorosa puntura, e ho ripensato alla sorte delle corrispondenze epistolari e degli altri manoscritti lasciati da Ferdinando Galiani.
Il primo biografo di lui, Luigi Diodati, ci fa sapere che il Galiani tenne vivo carteggio col Facciolati, con F. M. Zanotti, col Maffei, col Boscovich, col Gori, col Winckelmann e con altri dotti italiani e stranieri; e soggiunge in nota: «Il carteggio de’ letterati d’Italia fu dal Galiani ligato in otto tomi ben grossi, che contengono solamente le lettere degli amici italiani: oltre quattordici altri volumi, che comprendono le lettere di parecchi uomini illustri di Oltremonte, di molti Sovrani, e di celebri ministri di Stato. Tutte queste carte insieme colle opere inedite si conservano oggi dal suo nipote cugino D. Francesco Azzariti, Avvocato delle Scuole Normali, uomo non men dotto che gentile, il quale con somma cortesia mi ha permesso di leggerle a fin di raccogliere le presenti memorie». Sappiamo anche dalla stessa fonte che l’Azzariti, «per essere grato alla memoria dello zio», pensava di pubblicarne le opere inedite.
Nel 1803, l’editore milanese degli scritti economici del Galiani, accennando ai detti manoscritti, diceva: «Se mi riesce di ottenerli, come non dispero, sarò forse in grado di pubblicarli, eseguendo una completa separata edizione di tutte le opere di questo autore». Ma non se ne fece altro.
Nel 1818 si pubblicarono contemporaneamente a Parigi due edizioni della corrispondenza del Galiani con la D’Épinay e con gli altri amici francesi, l’una condotta sull’autografo appartenente al Ginguené, ma assai mutilata; l’altra condotta su di un apografo, e più completa. Il Salfi, che curò la prima, scriveva nella prefazione: «Notre livre offrirait, sans doute, plus d’intérêt, si l’on eût pu recouvrer toutes les réponses de Madame d’Épinay [Il nostro libro acquisterebbe senza dubbio molto più interesse se fossimo riusciti a recuperare tutte le risposte di Madame d’Épinay, ndr]». E, accennato alla corrispondenza «amusante et philosophique [divertente e filosofica, ndr]» che il Galiani tenne per molti anni col marchese Caracciolo, esclamava: «Que de matériaux précieux pour l’histoire du temps, si l’on met au jour ces instructives correspondances! [Quale materiale prezioso per la storia, se riuscissimo a ritrovare questo interessante epistolario, ndr]».
Mediante queste due edizioni simultanee si avevano molte lettere del Galiani, ma assai poche di quelle al Galiani. È curioso poi notare che il caso di simultaneità del 1818 si ripetette nel 1881-2, quando si pubblicarono due edizioni, annotate ed entrambe con la presunzione della completezza, delle lettere del Galiani: l’una dai signori Perey e Maugras, e l’altra dal sig. E. Asse, la prima presso Calmann Lévy e la seconda presso lo Charpentier.
Che cosa accadeva intanto dei carteggi, ch’eran presso l’Azzariti? Un accenno della Biographie universelle, stampata a Parigi nel 1838 e col titolo di Dizionario biografico universale pubblicata in italiano dal Passigli di Firenze nel 1842, farebbe ritenere che fossero passati in Francia. Ivi si legge, infatti, sotto il nome Galiani: «Le lettere scritte all’abate Galiani da gran numero di dotti italiani, di dotti ministri e principi stranieri, formano una collezione di ventidue volumi [gli 8 + 14, dei quali parla il Diodati come esistenti già presso l’Azzariti], che conservasi nella Biblioteca di Ginguené». Ma questo è un equivoco, cagionato dal fatto che il Ginguené possedeva l’autografo delle lettere alla D’Épinay. Invero, il Ginguené, nella notizia sul Galiani che fu pubblicata postuma innanzi all’edizione della corrispondenza, non solo non dice di possedere i detti carteggi, né porge di essi alcun dato che già non sia nel Diodati, ma di più scrive: «Nous ignorons si M. Azzariti vit encore, ou si c’est d’un autre possesseur, qui lui aurait succédé, qu’entend parler l’auteur de la notice … [Non sappiamo se il signor Azzariti sia ancora vivo, o se l’autore dell’avviso si riferisca a un altro proprietario che gli è succeduto, ndr]», ossia l’editore dell’edizione milanese del 1803 già da noi citato. Nella stessa notizia, il Ginguené parla invece dell’autografo delle lettere alla D’Épinay, dicendolo in suo possesso.
I carteggi restarono, dunque, uniti agli altri manoscritti del Galiani, e tutti insieme passarono dall’Azzariti al giureconsulto napoletano Niccola Nicolini. Il Nicolini ne era gelosissimo, e solo una volta, per pochi momenti, e dopo molte insistenze, li lasciò guardare dal compianto magistrato e bibliofilo Francescantonio Casella, il quale rinvenne tra quelle carte la Sinopsi del Vico. Il Casella ha raccontato a me e ad altri che, oltre le carte e corrispondenze di Ferdinando, il Nicolini possedeva anche quelle di Celestino Galiani, e che egli aveva visto le molte lettere della D’Épinay al Galiani. Morto Niccola Nicolini, quei manoscritti non uscirono dalla sua famiglia.
Ed invano, trent’anni fa, il Settembrini, in una nota alla sua Storia della letteratura italiana, esortava con calde parole alla pubblicazione: «I Francesi hanno pubblicato le lettere del Galiani: non sarebbe nostro dovere pubblicare le lettere dei Francesi al Galiani? ... La famiglia Nicolini ha debito d’onore verso l’Italia e la Francia di pubblicare queste opere, che per qualche accidente, come tante altre, potrebbero andare perdute». Invano altri, in seguito, fece eco alle parole del Settembrini.
Io non voglio affermare risolutamente la grande importanza delle carte del Galiani, giacché bisognerebbe prima esaminarle, per discorrerne fondatamente. E sono fin da ora disposto ad ammettere, per quanto se ne può giudicare dall’elenco datone dal Diodati, che opere inedite, davvero importanti, del Galiani quelle carte non possano contenere. Forse la sola notevole eccezione è da fare pei numeri 3 e 4 dell’elenco sommario del Diodati, cioè per gli studii intorno ad Orazio. Il Galiani, moribondo, non si rammaricava d’altro se non che «lasciava imperfette le sue fatiche sopra Orazio, le quali gli era mancato il tempo di pubblicare; e che non poteva veder compita la riattazione del porto di Baia, e la carta geografica del regno di Napoli». Ma non è congettura punto ardita il supporre che le lettere della D’Épinay, del D’Alembert, del Grimm, del D’Holbach e degli altri scrittori francesi, debbano essere di grande rilievo per la conoscenza della società e del pensiero del secolo XVIII.
Perché, dunque, non si ripiglia la questione ora addormentata, e non si cerca prima di ottenere un elenco minuto ed esatto dei detti manoscritti e corrispondenze, e poi di farli passare in qualche pubblica biblioteca, o di altrimenti promuoverne la conoscenza e la pubblicazione? A Napoli abbiamo una R. Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, e un’altra di Scienze morali e politiche. Perché queste Accademie non acquistano il merito di salvare dalla dispersione o dalla distruzione (che a lungo andare accadranno di certo) l’eredità intellettuale di uno dei più fini e vivaci ingegni del mezzogiorno d’Italia?
I manoscritti dell’abate Galiani, articolo del 14 marzo 1903, estratto da «La Critica», rivista di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da Benedetto Croce. Volume I (1903). Dalla ristampa dell’edizione Gius. Laterza & figli, 1908, pagg. 236-40
Foto: Antico medaglione che rappresenta il profilo di Ferdinando Galiani
