Roma, 2 marzo 2026
COME CONOBBI BENEDETTO CROCE
II
Storia
Dopo il 1857 i rapporti tra i Croce e i Nicolini si vennero via via allentando, sino a cessare del tutto. Sicché, a principio del presente secolo, il grande Benedetto Croce, di cui mi giungeva sempre più spesso all’orecchio il nome, era per me un estraneo. Tanto più che, pur avendo io seguìto assai straccamente all’Università i corsi di giurisprudenza e strappato una laurea in utroque, vivevo lontanissimo dal mondo degli studi e m’occupavo furiosamente di musica. Nel che è quasi implicito — confesso la cosa con rossore — che del Croce io avessi letto ne verbum quidem e non sapessi nemmeno con precisione di quali discipline s’occupasse.
L’occasione di conoscerlo mi venne offerta dai manoscritti dell’abate Ferdinando Galiani, che mio bisnonno Nicola aveva acquistati nel 1806 dall’avvocato Francesco Paolo Azzariti, nipote ed erede del giocondo abate. Già dagli anni del liceo, leggendo una nota del Settembrini alle sue Lezioni di storia della letteratura italiana, avevo appreso che essi si possedevano dalla mia famiglia: sicché, quando nel 1901, per la morte del mio povero papà, vennero in mio possesso, mi posi per passatempo, non voglio dire a studiarli, ma a scartabellarli, copiando altresì, con la bella calligrafia che il non troppo maneggiare la penna mi faceva possedere allora, le lettere del Tanucci e talune di quelle della d’Epinay e di altri amici francesi del Galiani. Ma, con molta probabilità, tutto si sarebbe fermato lì, se negli ultimi giorni del maggio 1903, conversando con Emmanuele Gianturco, non avessi accennato appunto a quelle carte.
— A proposito: — mi disse il Gianturco — avete letto l’articolo che Benedetto Croce, qualche giorno fa, ha pubblicato contro di voi?
— Contro di me? Ma se non ho la fortuna di conoscerlo e non ho avuto mai alcun rapporto con lui!
— Voglio dire un articolo nel quale si rimprovera alla vostra famiglia di tenere sotto chiave quelle carte e sottrarle, per tal modo, agli studiosi.
— Non sapevo. E dove il Croce ha pubblicato codesto articolo?
— In una rivista che da qualche mese ha fondata egli stesso. S’intitola «La Critica».
— Sta bene. Lo leggerò.
E senza perder tempo mi avviai alla libreria, a quei tempi famosa, che don Luigi Pierro aveva a piazza Dante, e per la cospicua somma di una lira e cinquanta centesimi, sulla quale mi venne elargito anche il dieci per cento di sconto, acquistai il terzo fascicolo della prima annata della «Critica», nel quale lessi quanto il Croce scriveva dei manoscritti del Galiani, compresa la tirata d’orecchi finale contro la mia famiglia. Dopo di che, il 1º giugno 1903 — data memorabile nella mia vita — mi recai al numero 23 di via Atri, dove, nello storico palazzo abitato centoventi anni prima da Gaetano Filangieri e che nel 1787 ebbe ospite l’allora trentottenne Volfango Goethe, dimorava in quegli anni il Croce.
Alla mia timida bussata venne ad aprirmi una cameriera, vecchia, occhialuta, piemontese e di nome Berenice, che i frequentatori della casa (e quindi poi anche io), alla stessa guisa scherzosa del padrone, chiamavano «madama». E, come in certo qual modo m’attendevo, «madama» s’affrettò a dirmi: «Il signore non è in casa», ma con un tono da cui anche un idiota si sarebbe avveduto che il signore era bensì in casa, ma voleva tenerne lontani — peste del genere umano — i seccatori. Pertanto, consegnata a «madama» la mia carta da visita, sulla quale scarabocchiai d’esser venuto a parlare dei manoscritti galianei, mi detti a scendere lentissimamente le scale, sicurissimo che sarei stato chiamato indietro. Come, in effetti, avvenne.
Ero così ignaro di qualunque cosa concernesse la persona del Croce, che, quando entrai nell’ampia sala ov’egli studiava, avevo la certezza assoluta di trovarvi un vecchio più o meno cadente e dalla nivea barba, ricoprente la calvizie con una papalina di velluto nero dai ricami e dal fiocchetto aurei, esibente una di quelle monumentali camicie da notte che i vecchi usavano allora (una camicia con un chilometrico colletto rovesciato, i cui risvolti giungevan quasi all’ombelico), calzante pantofole grandi come barche e paludato da una palandrana di taglio ultrantiquato: insomma, quale mi si presentò, press’a poco, Isidoro del Lungo la prima volta che nel 1918 mi recai a visitarlo in Firenze. Invece mi vidi venire incontro, agile, vivace, gioviale, sorridente, un uomo dai baffetti biondi; un uomo che dall’aspetto molto giovanile, sebbene contasse allora trentasette anni, mostrava di non esser giunto ancora nel mezzo del cammin di nostra vita; un uomo, infine, che non solo indossava un gaio vestito chiaro dal taglio inappuntabile, ma portava persino, giusta la moda del tempo, un sobrio gilet a fantasia e un alto colletto inamidato.
Per quanto piacevolmente sorpreso d’averlo trovato così diverso da come lo avevo immaginato, non sapevo come entrare in argomento, giacché sin da quel primo giorno fui preso davanti a lui da una sorta di metus reverentialis, di cui soltanto molti anni dopo ch’egli m’invitò a dargli del «tu» riuscii parzialmente a disfarmi. Senonché il Croce stesso provvide a trarmi d’impaccio, entrando, con la maggiore semplicità, in medias res e offrendosi di venire a casa mia per aiutarmi così a riordinare quei manoscritti come a compilarne un catalogo. E sin dal giorno successivo venne quasi quotidianamente da me, ora solo, ora insieme con un suo antico compagno di collegio, l’indimenticabile Giuseppe Ceci, col quale altresì non tardai a stringermi in amicizia fraterna.
In due settimane o tre il lavoro fu condotto a termine. Il Croce allora, consegnandomi un fascio d’appunti presi da lui, mi chiese, come se fosse la cosa più naturale del mondo: — Perché, avvalendovi di questi appunti, non mi scrivete un articolo per «La Critica»?
— Io?! Un articolo?! Ma se non ho scritto mai articoli in vita mia e non so come si faccia a scriverli!
— Provatevi, e vedrete che ci riuscirete.
Provai, e, in capo ad alcuni giorni, gli portai uno scartafaccio d’una sessantina di pagine con la beata illusione d’aver messo al mondo un capolavoro.
— Non c’è male — mi disse, dopo d’averlo scorso con l’occhio. — In fondo avete detto ciò che occorreva dire. Ma avete detto anche molte altre cose punto necessarie. E poi l’articolo è d’una lunghezza esasperante e tutto un arruffìo. Bisogna affidarlo alle cure di Peppino Ceci.
E come quel manoscritto uscì da quelle cure! Le sessanta pagine si ridussero a otto e all’arruffìo sottentrarono chiarezza e ordine. Con che, naturalmente, il carissimo Peppino mi rese un servigio inestimabile, perché mi fece comprendere ciò che tanta brava gente, che pure scrive per la stampa, non sospetta nemmeno: che altra cosa è gettar sulla carta, e come esce dalla penna, ciò che passa per la mente, e altra cosa non già lo scrivere con eleganza, ma semplicemente lo scrivere, ch’è anzitutto scrivere con semplicità, ordine, chiarezza, concisione.
Comunque, quel mio (o mezzo mio) primo parto letterario uscì nel quinto fascicolo della prima annata della «Critica». Da allora mi legai strettissimamente col Croce, il quale tornò ad aprirmi la sua rivista per la pubblicazione d’una scelta commentata di lettere al Galiani; mi fece accogliere socio nella Società napoletana di storia patria e iniziare nell’«Archivio storico per le provincie napoletane» la stampa, parimente commentata, delle lettere del Tanucci al medesimo Galiani; e, nell’affidarmi, negli ultimi mesi del 1903, la direzione della rivista «Napoli nobilissima», mi esortò a percorrere la carriera degli Archivi di Stato e soprattutto a darmi toto corde agli studi storici, letterari e filosofici.
— Ma se mi manca — gli obiettai — qualunque preparazione culturale, e sono un musicista fallito!
— Non ve ne preoccupate — mi rispose. — Veggo che voi ponete molto amore nelle cose che fate. E quando negli studi si ami molto un argomento, chi non sia un cretino finisce sempre col procurarsi la cultura che gli occorre. Per ora basterà che studiate un po’ di tedesco — ed egli stesso mi presentò a chi lo aveva insegnato a lui, cioè al vecchio professor Foulques, che aveva anche una piccola libreria in via Trinità Maggiore e pubblicava una collezioncina di Bijoux littéraires a dieci centesimi il volumetto. — Il resto — concludeva il Croce — verrà a poco a poco da sé.
Non so se codesto resto sia effettivamente venuto, o almeno se sia venuto nella misura che, con una troppo indulgente valutazione, egli s’attendeva. Posso ricordare bensì — mi si condoni quest’atto d’immodestia — che, in cinquant’anni di amicizia fraterna e collaborazione assidua, io divenni, sì, una delle vittime preferite delle sue accese intemerate, ma sempre a causa di quello ch’egli chiamava il mio «sconcio disordine», cioè a causa delle mie ritardate consegne di manoscritti e bozze di stampa, non mai perché egli fosse scontento dell’opera mia.
Fausto Nicolini
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Come conobbi Benedetto Croce, articolo pubblicato sul Bollettino dell’Archivio storico del Banco di Napoli, vol. 6, anno 1953, pagg. 213-221
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Foto: Benedetto Croce nel suo studio a Palazzo Filomarino, con Fausto Nicolini (© ???). L’immagine è presa dal volume «Croce», biografia del Nicolini, ed. Utet, 1962