Roma, 16 marzo 2026
«PREOCCUPANTE LA SCORRETTA EDUCAZIONE ALL’ASCOLTO»
Sono anni che mi batto per un uso più coscienzioso del microfono in scena. Purtroppo, a poco servono le critiche, gli avvertimenti e i consigli. Sempre più spesso all’apertura del sipario la prima sillaba pronunciata lascia intendere quale sarà l’impostazione della recita. Anche qualche sera fa, alla Sala Umberto, con un’attrice brava ed esperta come Laura Marinoni, i primi minuti sono stati «di prova» per il fonico che (comunque bravo) ha dovuto livellare i volumi a spettacolo avviato, creando ovviamente uno squilibrio di voci e di volumi. Poi tutto si è armonizzato al meglio, ma questo tipo di accortezze fanno ormai parte delle eccezioni: sta diventando regola teatrale, la sopraffazione della voce sul gesto, sull’espressione, sull’emotività dello stato interiore del comédien, perché mentre la prima è amplificata, le altre doti restano contenute in una più naturale esposizione. Non si vuol comprendere che l’arte della recitazione è la summa di varie estensioni sensibili del corpo di un attore che è il mezzo con cui si dà vita al personaggio.
Un mesetto fa, l’ottimo Fausto Paravidino, pur deliziandomi con la sua caratterizzazione di Molière, a un certo punto mi ha fatto sobbalzare: preso da un raptus di libidine, l’attore nel ruolo del drammaturgo francese si ritrova a terra tra le braccia della bella Armande, le alza le vesti, le scopre le gambe e, calandosi le braghe, s’accinge a compiere quel gesto che avrebbe dovuto essere la finzione di un amplesso folgorante: un quadro, tutt’altro che simbolico, che il pubblico doveva recepire con una partecipazione di sdegno o di compiacimento. Ma quale irrisibile delusione l’aver constatato che dalle chiappe in bella mostra del focoso amante spuntasse l’antennina ondulante del microfono. La finzione scenica, in un istante, è diventata pessima parodia, pessima farsa, oppure pessima indecenza artistica.
Approfittando di un felice incontro con Giuseppe Tantillo, attore diplomato alla Silvio D’Amico, sotto la guida di insegnanti che non hanno mai avallato l’aiuto del microfono in scena, interprete di ruoli teatrali, ma anche televisivi e cinematografici, dove l’amplificazione è assolutamente necessaria, la chiacchierata si è concentrata sull’argomento scoprendo alcuni risvolti insospettabili. «Paradossalmente – esordisce Tantillo – l’uso del microfono oggi è molto più discreto durante le riprese sul set che in palcoscenico. Negli audiovisivi la fonica, essendo indispensabile, è molto più affinata, mentre in teatro non è sempre facile trovare fonici altrettanto preparati e, soprattutto, impianti adeguati. E questo si può riscontrare anche in contesti con maggiori risorse economiche. Dunque, la prima questione, secondo me, è quella della qualità che, come tutte le cose che avvengono in palcoscenico, non può essere improvvisata. Da sempre la voce in teatro si diffonde senza microfoni, ma grazie a una perfetta acustica dell’ambiente.»
Chiaro, quindi, che i microfoni siano una protesi, spesso dichiarata anche in spettacoli in costume, degli ultimi cinquant’anni. Nei film non si vedono mai i visi deturpati dagli archetti, ed è molto raro che si percepiscano rumori che non siano voluti. Inoltre, sul palcoscenico, quando due attori hanno il microfono sorge il problema dei movimenti e dei fiati ravvicinati: se due personaggi amanti si devono abbracciare o baciare, occorre muoversi con cautela per non far sentire sgradevoli fruscii, per non soffiare dentro la cimice dell’altro; se il sudore stacca il nastro che mantiene fermo l’apparecchio sulla guancia, la concentrazione dell’interprete viene minata, se il marchingegno è difettoso non si sa come intervenire. «Sui set questo non accade: si usa un’altra tecnica che riguarda solo il microfonista e mai gli attori. E se subentra una difficoltà, si risolve prima di proseguire le riprese.»
In teatro è tutto diverso. «Sì. Fatta eccezione per le esigenze di regia che riguardano effetti sonori di distorsione della voce, di echi, di sottolineature e quant’altro; fatto salvo anche per quelle sale che presentano un’acustica inadeguata che non permette alla voce di viaggiare come dovrebbe, o che per questioni architettoniche subisce riverberi dovuti a materiali inappropriati per costruzioni o ristrutturazioni; e massima comprensione nei confronti di quegli spettatori che hanno difficoltà a sentire bene, trovo preoccupante che per garantirsi l’udibilità di tutti (e quindi evitare le lamentele di qualcuno, magari avanti con l’età) certi teatri privino i più giovani di una corretta educazione all’ascolto.»
Preoccupante, in che senso? «In sintesi, quello che penso è che se non abituiamo i giovani a un volume naturale non formeremo mai una nuova generazione di spettatori teatrali. In una società dove di fatto è scomparso l’approfondimento dell’informazione, dove si leggono soltanto i titoli che strillano una notizia, e la politica parla, anzi urla, quasi solo per slogan, il teatro è rimasto uno dei pochissimi avamposti di indagine dell’animo umano. Un presidio che non ammette scorciatoie. E dunque abbiamo il dovere di proteggere questa peculiarità. E per farlo è necessario preservarne la tecnica, che non ha niente a che fare col recitare all’antica (piuttosto smettiamo) ma, al contrario, col dialogare sul palco in modo sincero, avendo come alleato un pubblico educato ad ascoltare la voce naturale, e non filtrata dall’amplificazione. Esattamente come avviene durante i concerti di musica classica dove l’orecchio del pubblico è abituato agli alti e ai bassi, e non solo al susseguirsi delle note e del ritmo: anche nel teatro di prosa la questione volumi ha a che fare con l’impalpabile sostanza dell’arte.»
Ha ragione Tantillo: modificando il tono della voce i significati interpretativi cambiano, eccome! «Anche il volume fa parte della drammaturgia e dell’esperienza: dunque, non può essere trattato con superficialità. A questo proposito ricordo che persino Mario Ferrero (grande regista ma non certamente un avanguardista) in Accademia diceva sempre: “Preferisco che non si senta, basta che sia detta bene”. Ma per far questo, insisto, bisogna anche che il pubblico sia allenato.»
Oggi molti attori urlano pur avendo il microfono, forse perché anche nella vita si urla di più. Il sussurrato è una virtù che si sta perdendo. Pure al ristorante la gente urla e, nel caos, diventa difficile ascoltarsi. Spesso non ce ne accorgiamo, perché ormai ne siamo assuefatti, ma il caos porta all’esasperazione. Qualche tempo fa scrissi in una recensione che i protagonisti urlano nei microfoni … producendo soltanto fastidio acustico. Ricordo che mi venne l’istinto di lasciar la sala: il frastuono dell’amplificazione creava disagio. «Non mi permetto – precisa Tantillo – di puntare il dito contro i colleghi, ma ribadisco: se i giovani si abituano a questi volumi innaturali, quando ascolteranno un dialogo sussurrato penseranno che si tratti di cattiva recitazione. E questo certamente non è un bene per il teatro.»
Se i maestri vi hanno insegnato a usare il diaframma per spingere la voce in platea, se avete studiato per affinare quelle qualità vocali che non sono comuni a tutti, perché non vi ribellate mai all’imposizione dei microfoni, perché li accettate senza batter ciglio, perché non vi rendete conto che, così facendo, perdete uno dei valori più preziosi della vostra preparazione? La qualità della voce. «Per pigrizia?», si ride insieme, ma tacitamente concordiamo. «Comunque – prosegue Tantillo – non ho mai avuto esperienze di simile imposizioni. La verità è che ogni teatro esige parametri diversi che andrebbero testati prima di iniziare lo spettacolo, ma con i tempi ristretti dei debutti la prova avviene soltanto davanti al pubblico. E allora forse viene più comodo mettere l’archetto e andare in scena. Comprensibile, ripeto, ma pericoloso.» E lasciare poi il compito al fonico, che, quand’è attento ed esperto, riesce a equilibrare i volumi durante la rappresentazione, ma se deve anche pensare ai cambiamenti di luce, abbandona la consolle della fonica e si dedica all’illuministica.
.png)