IL SOLILOQUIO DI UN BEL QUADRO
Non si può negare che il grande telo bianco disteso sulla scena, che ricopre alcuni ingombri, tra cui un pianoforte, una cassapanca e cumuli di vestiti e cataste di giornali, smuova una soffusa curiosità. Non si può negare che i movimenti lenti con cui l’attrice ritira il tendaggio, quasi a volerlo riavvolgere nel proprio ventre, per scoprire i resti di un odio nato millenni fa e non ancora finito, susciti fascino. Non si può negare che la voce di Dalal Suleiman si sposi perfettamente con le note musicali che arrivano dal mondo musulmano e immediatamente, insieme, ci ipnotizzano per straniarci dalla nostra realtà in un incantamento che però dura poco. Finito l’attimo della scoperta, terminato il momento della suggestione, evaporata l’illusione della trasmigrazione in Medio Oriente, eccoci tutti seduti a guardarci l’un l’altro e a chiederci con gli occhi se e quando accadrà qualcosa.
Qui non si tratta di valutare la drammaticità di una storia che Adania Shibli ha scritto per un romanzo che sarà certamente encomiabile: non siamo critici letterari, né professori di culture orientali, non spetta a noi giudicare il volume intitolato Un dettaglio minore. Qui non si tratta di esaminare le ragioni o i torti degli ebrei o dei palestinesi, di ieri e di oggi: non siamo né storici, né sociologi, né politologi, né frequentiamo i chiacchiericci televisivi. Qui non si tratta neanche di soffermarsi troppo sulle violenze commesse a donne, bambini e anche a uomini in tutti questi secoli di efferatezze che i due popoli si tramandano di generazione in generazione. Qui siamo a teatro, regno della finzione dichiarata, da cui ha da nascere il germe della comunione tra commediante e spettatori. Tra il racconto in prosa ideato dalla scrittrice per il suo romanzo e quello pronunciato in palcoscenico dall’attrice non esiste alcuna alterazione che possa ricreare una convenzione teatrale.
Con microfoni
