Roma, 5 maggio 2026
«OLTRE QUARANT’ANNI DI GAVETTA: NON SE NE PUÒ PIÙ!»
L’incontro si apre con uno sbadiglio.
«Scusa, mi succede sempre quando sono nervoso.»
- E lo sei, ora?
«Da qualche mese, sì, costantemente.»
Lui, attore, sessant’anni passati («…da un bel po’, direi!»), oltre quaranta dedicati al palcoscenico («quarantacinque», sottolinea), ordina due caffè e, insieme al suo fisico corpulento, fa sedere sulla sedia il peso di un’inquietudine che lo rende apparentemente svogliato. «Ti ho chiamato io, sei mio ospite», bofonchia puntando un dito sul tavolo, come se volesse mettere un punto a un discorso ancora da cominciare. Eppure, da un paio di settimane, ha terminato una tournée di successo: dovrebbe essere quantomeno sereno.
«Non posso esserlo.», la risposta è perentoria.
- A cosa devo questo bel nervosismo?
«Sono anni che vivo in una ormai perenne afflizione. Ho sempre sopportato, finora. Adesso vorrei parlare. Forse è l’età che me lo consente! Ho scelto te, perché mi pare che tu usi un linguaggio schietto e so che conosci bene il problema. Vorrei parlare, però, se mi è concesso, in forma anonima, perché altrimenti va a finire che non mi fanno più lavorare, e non posso permettermi questo lusso. Sì, per fortuna, lavoro: mi chiamano ancora.»
- E non sei contento?
«No. Perché lavorando mi accorgo più da vicino delle ingiustizie che noi, da sempre professionisti del palcoscenico, siamo costretti a subire.»
- Di cosa si tratta?
«Fondamentalmente di cattiva educazione istituzionalizzata, di mancanza di rispetto prestabilita, di sopraffazione ingiustificata. Vedi: faccio parte di una generazione che all’inizio s’è dovuta misurare con i grandi del teatro. Quando ho cominciato, i nomi sul manifesto erano quelli di Gassman, di Tieri, di Albertazzi, di Proietti, di Scaccia, di Caprioli, della Moriconi e da loro, noi – e anche io – abbiamo appreso un’educazione teatrale che prevedeva il rispetto per chi ne sapeva di più, per chi aveva più esperienza, per chi poteva insegnare ai più giovani i trucchi del mestiere dell’attore. Così, si accettava di buon grado una serie di sperequazioni che definirei naturali. Differenze, talvolta sproporzionate, lo ammetto, ma che facevano parte di uno scambio: eravamo giovani e avevamo un bagaglio da riempire; e grazie alla frequentazione di compagnie guidate da autentici giganti del palcoscenico, ai quali si doveva, per statuto morale, rubare la maestria – era un obbligo rubare mestiere al loro talento – eravamo ricompensati. Era il nostro investimento per il futuro: per quando saremmo diventati, noi, finalmente adulti e avremmo potuto essere noi quei primi attori, o anche secondi e terzi…»
- Non si può essere tutti primi attori!
«Certo che no! Ma noi da giovani abbiamo accettato l’avventura delle tournée andando a dormire negli alberghetti squallidi, abbiamo viaggiato in cinque o sei per dividerci le spese minime dei trasferimenti; spesso un panino a pranzo per risparmiare sulla diaria. Eravamo costretti, a causa delle paghe sempre basse, a stringere la cinghia, ma col sorriso e con la felicità di dividere la ribalta con un mostro sacro e continuare ad imparare. Le scuole di recitazione servono, ma poi è l’esperienza che forma il grande attore. Voglio dire che i sacrifici che abbiamo fatto erano giusti, erano sensati, e all’epoca avevano uno scopo che si condensava nella forma gergale: fare la gavetta.»
- Poi che è successo?
«Succede che dopo quarant’anni si continua a fare la gavetta. Non più ripagati dal benessere professionale che ogni sera veniva elargito da un Gassman, da un Albertazzi, da un Tieri, ma sopraffatti dalle esigenze di un attore con pochissimi anni di esperienza, molto più giovane, che però ha avuto l’occasione di sfruttare qualche popolare passaggio in televisione. Attenzione, il problema è più grave di quel che sembra in superficie: non sono gli attor giovani e già famosetti che ambiscono a metterci i piedi in testa. No: sarei ingiusto a oppormi contro i miei colleghi più acerbi. Non è colpa loro, o della loro spocchia che, per fortuna, in un attimo si sgretola.»
- E allora?
«Sono i produttori, i gestori dei teatri, i critici che si comportano con questi ragazzi come se di fronte avessero il divo di turno da sfruttare, da proclamare, da osannare. Sfruttando costoro, e quindi assecondando tutte le loro richieste, calpestano la nostra dignità. Le industrie del cinema e della televisione non si possono paragonare con il mondo ancora artigianale del teatro. E invece questa continua intromissione di preferenze, di ingerenze e di dettagli contrattuali tra i due apparati crea una confusione indescrivibile e procura disagi in chi da sempre pratica, per lo più, il linguaggio teatrale. Le produzioni cinematografiche, per esempio, usano aumentare le paghe con una serie di benefit che nel teatro non sono mai esistiti e quando il divetto manda avanti il suo agente per pianificare un contratto teatrale, costui (che di teatro non sa nulla) esige formule inedite che a noi, attori di palcoscenico, ci vengono immediatamente precluse, talvolta nascoste. Queste sono vere e proprie intromissioni abusive! Ti sembra possibile che le date della tournée debbano essere stabilite a secondo del calendario delle riprese televisive di un solo attore o di un’unica attrice?»
- Ci sono delle conseguenze, immagino.
«Sì, economiche. E pesantissime. Accade, e anche spesso, che la settimana lavorativa di una compagnia di giro si riduce a quattro giorni e non più sette. Così salta il giorno di riposo pagato. Salta la paga mensile dei 30 giorni. Diminuiscono i contributi. Talvolta, solo in casi eccezionali, resta accesa la diaria. E tutto questo si verifica perché, il lunedì, il martedì e il mercoledì, il divo (o la diva) ha già fissate le pose sul set per la fiction televisiva. Il produttore china il capo di fronte alle esigenze del nome di cartellone (che è un nome di paglia, non stiamo parlando di De Niro o di Pacino!), e l’intera compagnia deve sottostare alla volontà della produzione, altrimenti si resta a casa. Calcolando che un contratto serio parte da ottobre e finisce a metà marzo, quanto ci viene sottratto in termini economici il divismo spicciolo di un attore che oggi è qualcuno e, passata l’ondata della popolarità momentanea, domani non sarà più nemmeno ricordato? E soprattutto, perché, dopo quasi mezzo secolo di palcoscenico, io devo sentirmi ancora nelle condizioni di dover arrancare come quando facevo la gavetta. In cambio di cosa?»
- Anche in passato, però, molti attori si davano al cinema, e poi alla televisione per cercare notorietà e guadagni migliori. Alcuni cominciarono con i fotoromanzi, ricordi?
«Certo che lo ricordo. E proprio per questo la mia afflizione diventa più esacerbata, perché son cose che ho già vissuto, ma in maniera completamente diversa. Anche io ho fatto cinema, ma ho sempre dato la precedenza all’educazione teatrale che ho appreso da quei grandi maestri: cinema e televisione erano considerati, tranne se avevi proposte da protagonista, impegni secondari da incastrare nei “buchi” lasciati dalla tournée. Si lavorava insieme in tutto e per tutto e nel massimo rispetto della compagnia e del pubblico. Il produttore mandava avanti la compagnia, non il singolo.»
- E i gestori dei teatri cosa c’entrano?
«Anche loro sfruttano la notorietà del nome, in provincia molto più che in città (e al sud molto più che al nord), e gli spettacoli vengono pubblicizzati presentando un solo attore e dimenticandosi di tutti gli altri, a volte perfino del regista. La presentazione di uno spettacolo diventa l’occasione per fare un’intervista al divetto, per parlare della sua carriera televisiva, dei suoi amorazzi, delle sue turbe di ragazzino traumatizzato da chissacché. E dello spettacolo, sì e no, si dice il titolo: ma come titolo di coda!»
- Non stai esagerando?
«Assolutamente no. E, anzi, voglio spezzare una lancia a favore di questi protagonisti bagnati dalla gloria di una bella stagione: spesso sono i primi a sentirsi imbarazzati nei confronti della compagnia tutta, ma (poverini) non sanno come evitare queste sciagure che sono soltanto mancanza di rispetto, pessima educazione, crassa divulgazione televisiva. Secondo te, per quale motivo è aumentata a dismisura la recitazione rivolta al pubblico?»
Non faccio in tempo a rispondere.
«Perché il punto di regia diventa la telecamera. È raro trovare un regista che abbia l’occhio teatrale, tutti si omologano alla tecnica televisiva, che non è nemmeno quella cinematografica. Il teatro dovrebbe ribellarsi a questa sopraffazione. Il teatro ha origini più nobili di quel che si vede e si fa.»
- E perché nessuno reagisce?
«Perché nessuno osa ribellarsi alla politica, anzi, alla sottopolitica. In provincia, i cartelloni teatrali vengono affidati agli assessori, che a teatro non sono mai andati. Che sono il peggio del peggio della politica: sguazzano arroganti nell’ignoranza e nella presunzione. Si pavoneggiano se riescono a portare il nome famoso nel loro teatro. La sera, dopo una triste giornata burocratica, questi signori incravattati, tornano a casa e sintonizzano la tv sui canali più beceri: e da quelli assimilano informazioni “culturali” per le loro scelte future. Sono loro che dettano legge e distribuiscono soldi ai teatri che, ovviamente, obbediscono al tacito ricatto.»
- Questo accade in provincia?
«È il motivo per cui le compagnie senza nomi famosi non riescono più a organizzare lunghe tournée. Ormai per girare l’Italia, o sei appoggiato da uno Stabile, oppure devi avere Marlon Brando in ditta!»
Ridiamo all’unisono perché sappiamo bene che tra i televisivi, per i più, il nome di Brando è sconosciuto.
- E i critici?
«Anche i critici, salvo i più vecchi (che ci seguono da anni), restano affascinati soltanto da quel che riconoscono come volti ormai familiari e ignorano tutto il resto; nelle loro critiche confondono i nomi degli altri attori. Tu fai benissimo a denunciare ogni volta l’assenza di locandine in cui sono specificati personaggi e interpreti, perché questa faccenda dei nomi messi alla rinfusa è soltanto – scusa se mi ripeto – una mancanza di rispetto, una cattiva educazione che deriva dalla facile riconoscibilità del divetto di turno. Siccome la maggior parte sa chi è il protagonista, non occorre aggiungere il nome del personaggio: così tutti gli altri vengono ignorati. Non esistono. E questo è offensivo. E di questo io soffro, per me e per i miei colleghi più giovani che restano attaccati alle emozioni del palcoscenico.»
- Ma nessuno si ribella, però.
«No. Perché rischiano, e rischiamo, di uscire fuori dal giro lavorativo. Grazie per l’anonimato.» (fn)
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