IL DIALOGO MANCATO TRA MALE E BENE
La stagione di prosa del Vascello si apre con un monologo dal titolo altisonante, la cui fama gode di una dualità pari a quella dei fantomatici personaggi dello Strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde: da una parte il celeberrimo romanzo di Robert L. Stevenson, dall’altra il film di Victor Fleming (con Spencer Tracy, Ingrid Bergman e Lana Turner). Ma se la trasposizione cinematografica, benché fascinosa, tradì, e non poco, l’originale dimenticandosi del protagonista del racconto, questa versione per il palcoscenico, realizzata da Fabio Condemi, invece, viene condotta proprio come scritta dall’autore nel 1866. La narrazione, infatti, è affidata all’avvocato Gabriel John Utterson, interpretato con precisione chirurgica da Christian La Rosa, il quale più che portare avanti una bizzarra storia di un uomo malvagio che sovente sparisce nel nulla, tanto da farsi soprannominare Mr. Nascondino (in inglese Hyde suona come to hide, nascondere), preferisce lasciarsi andare a strane considerazioni sulla doppia personalità di ogni essere umano.
Suppongo che il suggerimento che abbia spinto Condemi a portare in scena «lo strano caso» giunga dai brutali e quotidiani episodi di cronaca nera di questi ultimi anni. Troppi assassini spietati descritti come persone tranquille; tanti dichiarati Dottor Jekyll che all’improvviso si trasformano in violenti Mr. Hyde capaci di sterminare in un raptus un’intera famiglia. Stevenson non era arrivato a considerare questi eccessi, eppure aveva colto nel segno ponendo il dubbio che tanto male e tanto bene potessero albergare in un unico individuo e dibattersi in un’unica coscienza fino a sostituirsi vicendevolmente l’un l’altro.
L’idea dello spettacolo è certamente ben pensata e mantiene costantemente la visione sul presente. La Rosa, nei panni di Utterson, comincia la sua relazione sull’amico, avendo davanti a sé il testamento del dottore: sembra che parli con Poole, il maggiordomo di casa Jekyll, di cui si sentono i passi; lentamente, però, conversando con l’invisibile alter ego, scivola anch’egli in un vortice di doppia personalità. Il suo è un dialogo con se stesso, sì, ma potrebbe anche essere la rappresentazione di un dialogo mancato tra male e bene, un dialogo senza risposte, un dialogo fatto al muro di casa, o alla parete di una stanza di una clinica psichiatrica dove l’unico riscontro è la sterilità del bianco quasi accecante, o la raffigurazione di se stesso come riflesso della mente. Le sue confessioni, che vorrebbero essere un resoconto di un disturbo psichico di un estraneo, invece, diventano la malattia di chi le rende e di chi le contestualizza. Segno che ognuno di noi, evidentemente, potrebbe contenere le capacità benefiche del Dottor Jekyll, ma al contempo nascondere le malvagità di Hyde, che prima sono represse e poi esplodono improvvisamente in urli immotivati.
La recitazione, infatti, è molto controllata, quasi come se De Rosa seguisse uno spartito e ne restituisse, nota per nota, un soliloquio dodecafonico. Tuttavia, il risultato, tecnicamente apprezzabile, manca di colori umani, distaccandosi finanche dalla nostra disumanità che invece troppo spesso si traveste di finte generosità, indossa caritatevoli inganni, proprio perché male e bene lottano all’interno di un solo corpo, facendo parte della stessa sensibilità. E quando arriva il corto circuito del ritrovamento del mezzo bastone utilizzato per un omicidio, non ci sono cambiamenti di pathos eccessivi, e ogni emozione resta inalterata, seguendo il cammino incessante di una malattia che progredisce.
Foto: Christian La Rosa (© Luca D’Agostino, Phocus agency)
