16 aprile 2026

Ricordo di Salvatore Di Giacomo, di Fausto Nicolini Sr.

Tra i più divertenti scritti raccolti ne «Il Croce minore» (Ricciardi 1963) leggo questo affettuoso ricordo del Nicolini sull’amico Salvatore Di Giacomo, di cui pubblico solo la prima parte (di tre). I due si conobbero nel 1896, a Santa Maria Capua Vetere, dove l’avo Niccola (bisnonno del Sr.) acquistò un palazzo ai tempi del suo mandato in Terra di Lavoro come Procuratore regio del Tribunale criminale. All’epoca Fausto aveva appena 17 anni, mentre il poeta, che colà aveva alcuni parenti, ne contava già 36. In quel periodo i miei bisnonni (genitori di Fausto e di mio nonno Luigi), vivevano a nell’antica Capua, soprattutto per motivi legati al più facile controllo e amministrazione delle terre e dei fittavoli. (fn)

Napoli, 1962 cc.

ANCORA D’UN AMICO FRATERNO DEL CROCE

Salvatore Di Giacomo

Salvatore Di Giacomo è stato il primo letterato napoletano che, nella mia ormai più che decilustre [1] vita di letterato, io abbia conosciuto (naturalmente, nei riguardi di lui, adopero la parola «letterato» nel significato di, come si direbbe oggi, «lavoratore della penna», o, come diceva Ferdinando II, «pennaiuolo»: ché, incarnazione quasi perfetta dell’artista puro, il Di Giacomo era proprio il contrario di ciò che s’intende comunemente per «letterato»). S’era nel 1896, quando egli, che amava, con civetteria muliebre, togliersi alcuni anni, se ne dava una trentina, pure essendo giunto già oltre il mezzo del cammin di nostra vita. E s’era in quel di Santa Maria Capua Vetere, ove allora io, diciassettenne, dimoravo, e ov’egli veniva di quando in quando, ospite, se non rammento male, di suoi parenti lontani, ch’io frequentavo. E l’ho davanti agli occhi, come se fosse ieri, nell’atto in cui in una luminosissima serata estiva, sdraiato su una stuoia fuori una terrazza o, come diciamo a Napoli, «loggia», e circondato da una decina di più o meno venuste [2] rappresentanti del sesso gentile, diceva com’egli solo sapeva dirle, qualcuna delle sue liriche più belle.

Feci poi più stretta conoscenza con lui sette anni dopo, ch’è come dire nel 1903, in casa di Benedetto Croce, il quale dimorava allora nel palazzo Arianello [3] sito nella piazzetta o largo omonimo. E mi par quasi di rivederlo e riudirlo quando, più d’una volta, mentre con me e altri amici pranzava presso il filosofo, si faceva a colorire, col suo solito tono pacato, il suo sorriso alquanto triste e un vivo senso d’arte, taluni fatterelli autobiografici e non autobiografici.

Fatterello autobiografico il racconto d’una cena nella casa sudicissima e ammorbata dal puzzo di decine di gatti, di cui faceva collezione il delizioso pittore Eduardo Dalbono [4]. Convitati, tra altri, il musicista Enrico de Leva [5] (l’autore dell’allora tanto cantata romanza «Triste aprile», nonché della digiacomiana «Spingule frangese»), Gabriele D’Annunzio e il Di Giacomo. Vien portata in tavola un’enorme insalatiera ricolma di lattuga. Primo a servirsi o, meglio, a non servirsi, è il De Leva, che ha scòrto, nell’olio e nell’aceto, una nera bestiolina, che dimena disperatamente le zampette per salvarsi dall’annegamento. Di ciò, nel passargli l’insalatiera, avverte il suo vicino D’Annunzio, mormorandogli all’orecchio: «Bada! C’è uno scarafaggio: poni in guardia Di Giacomo.» Egoista come sempre, il non ancor calvo Gabriele, nel passare l’insalatiera a quest’ultimo, non gli dice una parola sola: sicché il non avvertito Di Giacomo, quando s’avvede della cosa, non riesce a reprimere, accompagnato da un «oh!», un moto di raccapriccio. «Oh!» e moto di raccapriccio còlti da una sorella dell’anfitrione, la quale chiede spiegazioni, e a cui il poeta risponde silenziosamente col passare a lei l’insalatiera. Senonché la donna, senza scomporsi punto, esclama: «Gué, ‘nu scarrafone!» e, tuffata la mano nell’insalatiera, afferra e getta a terra la bestia, la schiaccia col tacco, e, per premiarsi dell’eroica fatica, si serve abbondantemente di quella salade à la blatte.

Quanto poi ai fatterelli non autobiografici, uno soprattutto mi torna di continuo alla mente: onde, pure essendo convinto che, col passare dalle parole del Di Giacomo alle mie, perderà almeno i nove decimi di vis comica, non so resistere alla voglia di raccontarlo.
Un commerciante ambrosiano, non meno avido che avaro, sorprende su d’un’ottomana [6] la moglie in colloquio molto intimo col primo commesso. Irresoluto sul da fare, chiede consiglio a un amico. «Manda via il commesso», gli suggerisce costui. «Benissimo! Lo caccerò a pedate.» Pochi giorni dopo, i due amici tornano a incontrarsi. Il tradito ha un viso da funerale. «Bé! – chiede l’altro – hai licenziato il commesso?» «Purtroppo no. Fatti bene i conti, mi sono avveduto che, senza di lui, che mi porta avanti il negozio, avrei dovuto chiuder la baracca. Me lo son tenuto, dunque, e non so proprio come fare. Pensa che l’ho sorpreso un’altra volta con mia moglie su quella dannata ottomana!» «Allora manda via la moglie.» «Hai ragione! Non ci avevo pensato. Farò così.» La settimana appresso, nuovo incontro fra i due. Il cornificato, questa volta, ha un volto raggiante. «Dal tuo volto – gli dice l’amico – m’avveggo che hai seguito il mio consiglio e mandato via la moglie.» «Nemmeno per ombra, mio caro. Fatti bene i conti, mi sono avveduto che, a dover mantenere lei fuori casa e ricorrere io ai liberi amori, sarei giunto al fallimento. Ma ho trovato un rimedio molto migliore di quello suggerito da te. Ho mandato via l’ottomana!

Non finirei più se volessi porre in carta tutti i ricordi che mi si affollano alla mente nel ripensare al tanto caro don Salvatore. Eccolo, col suo cappelluccio floscio a forma di ciambella e l’immancabile mezzo toscano in bocca, nell’atto di salire su una fuori-serie, cioè in una sgargiante carrozzella dal cocchiere «guappo» e dal cavallo «camminatore», per avviarsi, percorrendo di carriera via Toledo, al «Gambrinus»: il suo caffè preferito, nel quale lo attendeva un piccolo cenacolo di pittori e scultori, ai quali lo stringeva comunanza di gusti e di tendenze. Mi tornano all’orecchio certe sue spassosissime conversazioni, di cui ero anche io interlocutore, quando lui, direttore della Lucchesi-Palli [7], annessa alla Biblioteca nazionale, io, frequentatore di questa, ch’era allora nell’edificio del Museo, uscivamo su un pianerottolo per fumare lui il suo mezzo toscano, io un paio di sigarette. Quali strabilianti giudizi sul Risorgimento italiano gli uscivan di bocca! Le sue simpatie eran tutte per quel re lazzarone e dei lazzaroni che fu Ferdinando IV di Borbone, che gli sembrava il prototipo dei sovrani. Circa poi Garibaldi, diceva a mezza voce e atteggiando il viso a disgusto: «Mi fa schifo!» Si spassava di quando in quando ad architettare qualche piacevole e innocua beffa a qualche amico; e una, purtroppo irraccontabile, fece il giro di tutta Napoli: quella di cui fu vittima (una vittima che ci si diverti più di tutti) Giuseppe Ceci, direttore allora di «Napoli nobilissima», e motivata appunto da questa rivista, della quale, del resto, il Di Giacomo era stato uno dei fondatori ed era tra i collaboratori. Amenissimi certi suoi colloqui con l’indimenticabile Enzo Petraccone [8], quando lassù, nel Museo di San Martino, preparavano insieme una mostra storica, col relativo catalogo, del terribile 1799 [9]. «Chi sarà costui?», chiese una volta Enzo nel trovarsi innanzi a un ritratto d’uno sconosciuto. «Bah! – rispose il Di Giacomo con tono tra ironico e dispregiativo – qualche altro martire. Scrivi: “Ritratto di martire ignoto.”» E piccolo capolavoro di persiflage [10] fu la frase ch’egli «vergò» in uno di quegli album, che insistentissime zitelle, o molto prossime all’età sinodale [11] o già di là da questa, recavano in giro presso scrittori di maggiore o minore notorietà perché vi stilassero o stillassero qualche loro «pensiero». Caso volle che, prima d’esser presentato al Di Giacomo, quell’album avesse avuto collaboratore un tale che posava a grand’uomo, sebbene forse non si distinguesse dai comuni mortali se non per la sua orribile cachigrafia. Proprio il contrario del Di Giacomo, il quale, pur professando che la critica non avesse altro compito che d’entusiasmarsi, non pontificava mai, e poneva una cura particolare a esibire – per lo più usando l’inchiostro violetto e uno di quei pennini che si chiamavano «gotici» e avevano la punta appiattita – una assai bella e chiarissima mano di scritto. Pertanto il pensiero miniato da lui fu: «I grandi uomini hanno tutti cattivo carattere».

Ultimo ricordo. Napoli, teatro Nuovo, in una delle prime rappresentazioni di Assunta Spina, impersonata da Adelina Magnetti [12]. Una fila quasi intera di poltrone è occupata da Benedetto Croce, da Salvatore Di Giacomo, da Carlo Vossler [13] e dalla sua prima moglie (la figliuola di Domenico Gnoli), dalla mia povera moglie e da me (purtroppo oggi il solo sopravvissuto). Di mano in mano che l’azione incalza, gli applausi diventan sempre più deliranti. E chi, tra noi sei, batte le mani con maggiore entusiasmo? Il tedesco. E fu entusiasmo duraturo, giacché proprio il Vossler tradusse poi nella sua lingua le più belle liriche digiacomiane. Quanto al Croce, attentissimo e silenzioso durante tutta la rappresentazione, terminato che fu il secondo atto, non disse altro che: «Avete scritto una gran bella cosa, caro Di Giacomo.» Nulla rispose il poeta; ma nostra impressione generale fu che gli si spianasse la fronte e il suo sorriso divenisse men triste.
Fausto Nicolini
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Ancora d’un amico fraterno del Croce: Salvatore Di Giacomo, (parte 1), da «Il Croce minore», pubblicato nel 1963 da Riccardo Ricciardi, pagg. 170-173

Note

  1. Sta per dieci lustri, quindi 50 anni. ↩ Torna al testo
  2. Da Venus, aggettivo riferito spesso alla figura femminile, indica un fascino armonioso e seducente. ↩ Torna al testo
  3. Palazzo Filangieri, principi d’Arianello, situato in via Atri. ↩ Torna al testo
  4. Qui notizie su Eduardo Dalbono. ↩ Torna al testo
  5. Qui notizie su Enrico de Leva. ↩ Torna al testo
  6. Divano basso senza braccioli. ↩ Torna al testo
  7. Qui notizie sulla biblioteca Lucchesi-Palli. ↩ Torna al testo
  8. Qui notizie su Enzo Petraccone. ↩ Torna al testo
  9. Anno della rivoluzione napoletana. ↩ Torna al testo
  10. Una presa in giro spiritosa e garbata, una celia. ↩ Torna al testo
  11. Durante il Concilio di Trento (1545-1563), convocato da papa Paolo III, si stabilì che le donne che avessero voluto prendere servizio come domestiche presso gli ecclesiastici dovevano avere un’età superiore ai 40 anni. ↩ Torna al testo
  12. Qui notizie su Adelina Magnetti. ↩ Torna al testo
  13. Qui notizie su Karl Vossler, filologo tedesco. ↩ Torna al testo
Foto: Salvatore Di Giacomo (© ???)

Altri articoli di Fausto Nicolini Sr. sono disponibili su questo blog alla pagina a lui dedicata

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