06 aprile 2009

«La famiglia dell'antiquario» di Carlo Goldoni

Roma, Teatro Argentina
28 marzo 2009

SONATA PER STREHLER:
ALLEGRO CON BRIO MOZARTIANO

Nell’ambiente teatrale spesso si sentono ripetere frasi, trite e ritrite, che risalgono alla notte dei tempi. Una di queste, la cui origine però può essere rintracciata in epoche più recenti, suona così: gli abbonati hanno ucciso il teatro. Il qualunquistico modo di dire debuttò negli anni Settanta, quando la politica gestionale delle sale aprì a investimenti rapidi e sicuri promuovendo prevendite di biglietti per l’intera stagione: non si vuol dire che i signori abbonati siano degli «assassini» o siano stati chiamati per distruggere i teatri (sarebbe eccessivo!), ma significa che l’istituzione dell’abbonamento ha portato una malaria impiegatizia anche dove se ne sarebbe fatta volentieri a meno. Non so se lo stesso spento atteggiamento abbia contagiato gli abbonati dell’intera nazione, ma a Roma più i teatri sono storici più il pubblico sa di naftalina, è inespressivo: raggiunge la platea senza troppi entusiasmi; già nel foyer sembra costretto a un sacrificio, abituato com’è a restare seduto a casa in poltrona a fare zapping e soffermandosi su quei programmi in cui si litiga per un nonnulla.

05 febbraio 2009

«Don Chisciotte» di Franco Branciaroli

Roma, Teatro Argentina
27 gennaio 2009

UNA INDIMENTICABILE SERATA CON VITTORIO E CARMELO

È un raffinato giocoso pretesto il Don Chisciotte proposto da Franco Branciaroli che rende doveroso omaggio a due suoi grandi amici. È uno spettacolo costruito sul filo del privato, quasi un’esigenza intima di dar voce a due geni del palcoscenico di ieri. Branciaroli lo abbiamo imparato a conoscere: sa essere uno straordinario attore. Nessuno, più di lui, nell’ultimo ventennio, seppe cogliere meglio l’animo di Otello; e, pur se difficile da immaginare, arrivò a sfiorare con atteggiamento poetico quello di Medea; incantevole spregiudicato in «Finale di partita». Fin qui Branciaroli, come attore, s’è sempre sacrificato, reprimendo parte di se stesso, per mettersi al servizio dei personaggi; in questo «Don Chisciotte» (spettacolo da lui ideato, costruito e diretto, oltre naturalmente che interpretato) s’è invece immolato per portare in ribalta – prima di ogni altra cosa – i valori dell’amicizia e della gratitudine.

29 gennaio 2009

«Il laureato», tratto da Terry Johnson

Roma, Teatro Quirino
24 gennaio 2009

GIULIANA DE SIO, AFFASCINANTE E DIVERTENTE MRS. ROBINSON

Se facciamo finta di ignorare che il laureato (minuscolo perché non mi riferisco al titolo) è un personaggio creato dalla penna di Charles Webb nel 1963 («The graduate»), prima ancora di diventare un simbolo della cinematografia americana, nessun sapientone ci prenderà mai sul serio. Tuttavia fare paragoni, sia con il romanzo che con la pellicola (che è del ‘67) di Mike Nichols che consacrò Dustin Hoffman, non è il miglior passo per cominciare la recensione di uno spettacolo presentato quasi mezzo secolo dopo il suo battesimo letterario. Questa versione italiana firmata Antonia Brancati e Francesco Bellomo, e targata alla regia da Teodoro Cassano 2008/’09, ha gambe fresche e robuste per poter camminare da sola e non ha bisogno di passare al vaglio di altre riscritture precedenti.

15 dicembre 2008

LA POESIA: «Il poeta»

Vito Riviello, ritratto da Rocco Grieco


 

Al bar c’è un tipo strano: è un poeta
Non è vecchio, peccato che l’abbiano
già tumulato in biblioteca

Roma, 14 settembre 2005 

© Fausto Nicolini



Tratta da «Quelle che smuovono...», 
Campanotto Editore (2007)

 



12 dicembre 2008

«La tragedia di re Lear», regia di Marco Sciaccaluga

Eros Pagni

Roma, Teatro Eliseo, novembre 2008

UN LEAR DI RARA DOLCEZZA SOTTO LA TENDA DI GENGIS KHAN

Per i nostalgici di un certo tipo di teatro quasi scomparso è commovente realizzare che, al giorno d’oggi, esistano ancora registi sostenitori della quarta parete: quel muro immaginario posto tra palco e platea. Fu abbattuto, ormai, molti anni fa con l’avvento del varietà, per esigenze di relazioni tra artisti e avventori. Era però, quello, un genere teatrale assai differente, e non aveva nulla a che vedere con il teatro classico: gli attori del varietà avevano bisogno di confrontarsi direttamente con gli spettatori e gli spettatori con gli attori. Non a caso fu inventata la passerella che si addentrava in sala, spesso abbracciando l’intera buca dell’orchestra. I comici del varietà si rivolgevano sempre al pubblico, cercavano il suo appoggio; e dalle reazioni della platea improvvisavano duetti inediti, battute nuove. Questa abitudine ha portato poi i cattivi registi a considerare (vivo e creativo, secondo i loro principi “neo-confusi”) il confronto con gli spettatori anche durante la rappresentazione di spettacoli di prosa. È vero che la commedia, specie quella goldoniana, con gli a parte così soventi e sferzanti, offre molti spunti per coinvolgere il pubblico; è vero pure che i sempre più riproposti monologhi sono dati in pasto a una platea che spesso soffoca senza rendersene conto, ma negli ultimi anni attori, mal governati da registi sempre più improvvisati, entrando in scena guardano, chissà perché, spudoratamente dalla parte degli spettatori, e a loro enunciano sconsideratamente le battute, non tenendo più conto né della quarta parete – l’educativa quarta parete, antitesi della telecamera – né del collega a cui un autore ha offerto l’altra metà del dialogo.

09 dicembre 2008

«Concha Bonita» di Arias/Piovani/Cerami

Roma, Ambra Jovinelli
2 febbraio 2005

UN CALCIATORE CHE DECISE DI PASSARE A «VITA MIGLIORE»

Spettacolo che da alcune stagioni è diventato un appuntamento fisso per gli affezionati dell’antico Ambra Jovinelli di Roma. Stavolta, però, la novità: se finora si è recitato in lingua originale (lo spagnolo) adesso è giunta la versione italiana. Ma la primadonna, Alejandra Radano, una giovane bruna, bravissima e molto spigliata, è rimasta sudamericana purosangue e parla un impetuoso italiano tempestato di pampa. Dopo lo spettacolo, nei camerini, l’attrice mi ha confessato di essere venuta a Roma dall’Argentina quando debuttò 4 anni fa sullo stesso palcoscenico e, affascinata dal nostro Paese (non è l’unica ad amarlo; sì, finché non si ha un passaporto italiano, resta una nazione da amare con passione!), qui è rimasta.

Adesso l’accoppiata vincente Piovani-Cerami l’ha praticamente adottata confezionandole una traduzione su misura e regalandole la parte della protagonista, quella che nelle precedenti versioni non aveva. Alejandra ama viaggiare, le piace recitare, ed essa stessa ha deciso di girare il mondo guadagnandosi da vivere con il suo mestiere. Dove andrà, là reciterà… Mah! Evidentemente non ha capito che il mondo assomiglia affatto all’Italia, né l’Italia al mondo. Si scotterà o si bagnerà, chi lo sa… Noi, naturalmente, le auguriamo il meglio.

07 dicembre 2008

LA POESIA: «Navigare»


Roma, 21 agosto 2005

Lasciarsi cullare sull’eco infinita dell’onda: una danza
antica per assaporare il fascino del disagio
come l’appoggio precario della frase d’un adagio
ma anche l’elegante dondolio di una speranza
che brulica tra un ricordo e una fantasia,
il sogno primordiale che avvolge e fugge via

Poesia e foto © Fausto Nicolini


Da «Quelle che smuovono...», Campanotto Editore (2007)

10 novembre 2008

«Filumena Marturano», regia di Francesco Rosi

 Da sin. Antonella Morea, Lina Sastri, Luca De Filippo, Nicola Di Pinto

Roma, Teatro Argentina
9 ottobre 2008

UN EDUARDO MUMMIFICATO

Leggendo la locandina e conoscendo il temperamento dei protagonisti, le attese per questa serata sono tra le più ansiose delle ultime stagioni: Lina Sastri dovrebbe essere per natura Filumena senza nemmeno ricorrere a particolari impegni interpretativi; Luca De Filippo potrebbe essere tranquillamente un Domenico Soriano ancor più in parte di suo padre. Francesco Rosi alla regia offre, sulla carta, una certezza qualitativa. Naturalmente, però, si va a teatro anche per essere contraddetti. Tuttavia, le scene ideate da Enrico Job (scomparso nel marzo scorso), all’apertura del sipario, hanno mostrato l’ampio salone di casa Soriano: una visione, sì, un po’ tetra, ma tipica di certe stanze degli antichi palazzi blasonati. Un affresco di un interno che cela la storia di un passato, che dichiara l’agiatezza di una famiglia un tempo certamente molto più ricca. L’eleganza della camera e la profondità sfruttata per vedere uno spicchio arioso, romantico ma non troppo, della Napoli borghese, di quella ancora con parvenze nobilissime, è stata la prima nota a favore della messa in scena.

09 novembre 2008

Franca Valeri: un’amica d’eccezione

UN PASSATO ENORME, UN FUTURO PIENO DI PROSPETTIVE

Principessa di una indimenticabile Compagnia

Una volta tanto, finalmente, mia moglie viene a prendermi al giornale con qualche minuto d’anticipo e possiamo raggiungere il teatro con andamento più distensivo. Si tratta di una serata speciale: non andiamo a vedere uno spettacolo, ma un’attrice. C’è una certa differenza tra le due cose: quando vai a teatro a vedere una commedia di Shakespeare, per esempio, com’è accaduto la sera precedente, o di Pirandello, vai con una predisposizione interrogativa: ti domandi, come sarà l’allestimento? Quando invece vai a vedere un interprete, sapendo bene chi è, la predisposizione è già sublime, prima ancora di accomodarti in platea. Quando poi vai a vedere Franchina – pardon, Franca Valeri – allora la sublimazione diventa tangibile.

19 ottobre 2008

«Molto rumore per nulla», regia di Gabriele Lavia

Roma, Teatro India,
17 ottobre 2008

MOLTO RUMORE PER... UNA BELLA PROVA

Gabriele Lavia ha dato spirito e corpo alla sua invenzione registica togliendo tutto il superfluo e, avendo tra le mani perfino una buona traduzione – grazie alla moderna scioltezza linguistica di Chiara De Marchi – anche un po’ del necessario: per questo non ha faticato molto a raggiungere le vette dell’empireo, con l’arma della semplicità e con la rapidità dei suoi interpreti pronti a caricarsi (con l’entusiasmo tipico di chi calpesta le tavole del palcoscenico da poco) di più ruoli e di più mansioni. In scena si vede un lungo tavolo per le prove di una commedia e, molto più avanti, in un angolo, due pianoforti; a terra una ventina di tappeti coprono l’ampio praticabile del teatro India. L’atmosfera, suggerita dagli ingombri, ricorda quella dei Sei personaggi… pirandelliani, ma all’improvviso una ventina di giovanotti invadono con enfasi il teatro.

Pour vous