PROVE CONTEMPORANEE DI UNA TRAGICA COMMEDIA
«Uno scrittore che non scrive sempre non è un vero scrittore; uno scrittore costretto al silenzio è un infelice». Sulla base di questo enunciato germoglia la Vita del signor Molière che Maria Teresa Berardelli trascrive liberamente per la scena dall’omonimo romanzo di Michail Bulgakov, raccontando, sì, la biografia del più grande drammaturgo francese, in una sequenza cronologica di quadri in cui i dialoghi condensano umori, pensieri e creazioni del protagonista, ma lasciando costantemente sullo sfondo l’abilità sopraffina di chi per respirare abbia necessità di scrivere. Su di un palcoscenico sgombro, dove soltanto un sipario grigio, in fondo, simboleggia un teatro e alcune poltrone da platea regalano, ai lati di una pedana, opportuno asilo agli interpreti in fase di riposo, si susseguono alcuni episodi della generosa e stravagante vita di Jean-Baptiste Poquelin, l’autore prediletto da le Roi Soleil.
Dopo una ostinata giovinezza alla ricerca della realizzazione dei propri desideri (il teatro) e travolto da amori folgoranti, al limite della sconvenienza (sposò la figlia della sua amante, la quale non seppe mai dire chi fosse realmente il padre, insinuando incestuosi sospetti), inseguito dai creditori, Molière trovò rifugio presso la corte di Louis XIV che ne diventò protettore e mecenate. Il testo cerca di approfondire tanto il rapporto con le sue donne quanto quello con il sovrano. E di Bulgakov (censurato dal Realismo di Stalin e dalla Chiesa ortodossa) resta lo sguardo fondamentale sull’importanza di un’intesa tra arte e potere, un’armonia che probabilmente il russo molto invidiava al francese. E se ne intuiscono i motivi. Non a caso, quando i cardinali chiedono al re di far sospendere le recite di Tartuffe, per averlo giudicato un attacco diretto alla religione e alla morale cristiana, il sire, dopo aver accontentato gli alti prelati per impellenti impegni bellici, tornando a Parigi con la serenità nel cuore fece immediatamente riprendere le rappresentazioni. Avere un sovrano dalla propria parte è certamente molto più vantaggioso che combattere con i moderni burocrati per poter sperare nei contributi del Fus o del Tric!
Danilo Capezzani, regista innovativo, prevede un inizio in stile metateatrale dove un attore introduce il gioco del teatro, come se si stesse provando una commedia ancora da definire, e manifesta il suo amore per la ribalta, l’unico che mai tradirà. Fausto Paravidino, indossando un cappello démodé e assumendo un atteggiamento ben riconoscibile, sembra in apertura voler offrire un omaggio a Carlo Cecchi. Ma il suo è un Molière davvero contemporaneo, apparentemente dei nostri giorni, tuttavia, senza la precisa cornice di un’epoca e sprovvisto di età (potrebbe essere un bambino come un vecchio), rievoca l’eternità delle maschere della Commedia dell’arte. La visione di Capezzani, credo sia proprio questa: donare immortalità a uno dei più grandi autori della commedia universale rappresentandolo da personaggio del nostro tempo, affinché viva, adesso come allora, delle nostre miserie e che con queste contribuisca a denunciare la menzogna dei vivi, di ieri e di oggi, esaltando la verità della scena con l’irriverenza della sua penna.
Ebbene, la penna dello scrittore deve essere libera da censure, quelle che una volta erano evidenti (e schiette) e che ancora combattiamo sotto forma di invisibili legacci che s’insinuano nelle abitudini, nell’educazione, nelle scuole e negli uffici, fino a penetrare nella mente per manipolarci i pensieri, per modificarci il vocabolario, per imporci conformismi di cui non conosciamo nemmeno il reale significato. Ecco perché quel personaggio su un palcoscenico senza tempo e vestito con abiti moderni, attraverso la satira di Molière, che traduce la sua visione della società in un Tartufo, in uno Sganarello, in un Avaro, in un Malato, ci racconta la romantica possibilità di come poter gestire la propria libertà al tempo della monarchia. Sembra un paradosso, ma si tratta di mera realtà. Molière aveva il re dalla sua parte, d’accordo, ma questo privilegio non sminuisce il suo coraggio, non oscura la sua sensibilità, non toglie anima al suo teatro. Un teatro alieno dai rimorsi e dai rimpianti, ma tutto aggrappato all’amore e alla necessità di scrivere e di raccontare.
L’allestimento di Capezzani, soprattutto, restituisce il senso profondo e vivace di un teatro che ancora riesce a far vivere l’anima di una tragedia umana attraverso la leggerezza della commedia. E il regista ce lo ricorda costantemente con un lungo suono in sottofondo che si alterna tra due note lugubri e ossessive, mentre la scena smuove il sorriso (se non proprio la risata), mentre l’attore «balbetta e salta come un canguro». A proposito della recitazione di Paravidino c’è da lodarne – e quanto mi costa – la disorientata dizione, impastata e indefinita, sempre impolverata, che però (pure se le parole spesso non trovano la loro precisa sonorità) allo spettatore arriva comunque la comprensione del discorso. Una dote rara. Anche la lezione di recitazione che Molière impartisce al giovane commediante Baron, non è da meno: tanta gestualità (un po’ caccolosa, ma che solletica l’arguzia), poche parole, tantissimi suoni vocali che restano sospesi, come i movimenti delle mani, delle braccia, del capo, tutti accenni snodabili dell’arte del commediante capace di trasformarsi per ogni occasione. Paravidino bravissimo. E molto ho apprezzato tutti gli altri della compagnia, in particolare Sua Altezza di Paolo Madonna nell’interpretazione di un re sfacciatamente da palcoscenico più che da trono, preoccupato, non tanto della salute del suo beniamino, ma dell’ispirazione che sente in lui ormai esaurita. Eppure, con un colpo di coda, Molière riesce a sbalordire il suo sovrano, portando in ribalta la malattia. La lunga malattia del teatro per la quale morirà in scena. (fn)
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Vita del signor Molière, di Maria Teresa Berardelli. Liberamente ispirato al romanzo «Vita del signor Molière» di Michail Bulgakov. Regia di Danilo Capezzani. Con Fausto Paravidino (Molière), Barbara Giordano (Madeleine Bejart), Aurora Spreafico (Armande Bejart), Paolo Faroni (Poquelin, Il medico Mauvillain, Un attore, Duca de la Feullade), Diego Giangrasso (Gallois, Baron, Un attore), Paolo Madonna (Re Luigi XIV, Pierre Gassendi). Produzione Compagnia Mauri Sturno, Compagnia dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Al Teatro Greco, terminato
Foto: Fausto Paravidino (© Manuela Giusto)
