21 gennaio 2026

«Bubù Babà Bebé» di aa. vv. (regia, L. Lambertini)

«Bubù Babà Bebé» di aa. vv. (regia, L. Lambertini)

Roma, Sala Umberto
20 gennaio 2026

«IL TEMPO MANGIA OGNI COSA!»

Ieri sera alla Sala Umberto ho assistito a due spettacoli: uno fatto da Bubù e l’altro fatto da Babà. Un po’ slegati tra loro – gli attori – a volte colti dall’incertezza nei tempi e anche nelle battute, ma entrambi, siccome figli di una solidissima tradizione teatrale, mai si lasciano sopraffare dal panico, mai si abbandonano al buio delle nebbie. Quando si inciampa (e pochi se ne accorgono) ci si rialza immediatamente. È il mestiere che soccorre chi batte il palcoscenico sin dalla nascita. La padronanza artistica di Bubù gli consente di riempire la scena con un sorriso, di tenere il pubblico col fiato sospeso anche con un silenzio un po’ più lungo, mentre cerca nella memoria una parola che fatica a raggiungere le labbra, mentre ritrova il respiro fiaccato. Dall’altra parte l’irrefrenabile energia di Babà riesce a supplire a qualunque cedevole esitazione dello stanco Bubù. Babà canta e recita, mantiene la brace accesa sotto le poltrone degli spettatori, suggerisce, rimedia, incolla all’istante i pezzi che si staccano a vista dal collage appena abbozzato su cui i due personaggi si muovono. È proprio lei che nell’incertezza della nebbia trova lo spirito d’arrembaggio che riscatta se stessa e il compagno di viaggio.

Ma non è di Bubù o di Babà che bisogna parlare, perché è il terzo spettacolo sotto accusa, quello di Bebé: è lui che è mancato. Totalmente assente. Bebé è rimasto affisso in locandina, nel foyer, con il cappello in testa. Sulla scena non si è visto né sentito. Non c’era nulla di lui. Nemmeno l’ombra. Eppure, Bebè aveva promesso un nuovo spettacolo scritto e costruito per l’amico Bubù, ma la novità – lo confesso – non c’è stata. Gli sarà rimasta nella penna, nelle idee, nelle intenzioni, ma tutto quel che il pubblico ha applaudito è un revival di vecchie canzoni riproposte alla maniera spiritosa del Peppe Barra di quaranta anni fa. Ci si aspettava qualcosa di meglio, di più concreto. Invece, si comincia con Lalla Esposito che scaramuccia con l’orchestrina che le impone di cantare Zappatore. Babà ce la mette tutta. Si ride (ovvio!), è bravissima, comica e cantante, e fa persino dimenticare che si tratta di una canzone per sola voce maschile. Se ne deduce che la serata si animi attorno alla parodia. Ma le aspettative restano deluse. Babà dona l’illusione di un’apertura in maggiore, esaltante, ma poi tutto resta nelle mani dei due interpreti senza parte, che non hanno appoggi se non nella musica e nelle due sedie che riempiono la scena.

A proposito di scenografia. Un paravento dagli echi magrittiani è posizionato alle spalle dei protagonisti. Babà lo usa come guardaroba per le sue acconciature, Bubù non lo guarda nemmeno. Scenicamente sembra un ingombro rimasto lì da uno spettacolo precedente. Le canzoni proseguono, ogni tanto una scenetta dà l’opportunità ai musici di posare gli strumenti. Ma che cosa stiamo vedendo? Non è prosa, non è avanspettacolo, non è varietà, non è cabaret, non è café chantant, non è musical. Che cos’è? Si direbbe un gioco. Forse un gioco fatto in casa, dove, attorno a un tavolo e con un bicchiere di vino, due vecchi attori amici si ritrovano a rievocare antichi cavalli di battaglia, gag, battute. Ma, mi chiedo, senza un filo conduttore che senso ha? Anche le follie, in teatro, devono seguire una traccia, un’indicazione. Cosa c’entra il Kazakistan con Ionesco?

Quando si porta in scena un vecchio attore (a 81 anni si può dire che è vecchio, vero?), un attore che fisicamente non è al meglio delle sue forze, bisogna proteggerlo, non mandarlo allo sbaraglio tra infiniti ingressi e faticose uscite. Bisogna proteggerlo con un testo solido, con una scena adeguata, con colleghi giovani e scattanti che, intervallandosi, gli concedano il tempo del respiro. Una sola attrice non è sufficiente. Occorre variare. Non basta offrire al grande attore una sedia, in scena, in proscenio, davanti al sipario: ovunque egli vada c’è una mano di servizio che gli porge la seduta. Questo gesto ripetuto, e ripetuto, è triste. Triste come una sconfitta. Lo spiega bene Bubù in un’arringa spietata contro i mali del tempo che mangia ogni cosa. Caro Bebé, continuare a esporre un mito del teatro napoletano, un eroe della canzone popolare, dei migliori fasti desimoniani, alla fatica di narrare briciole di un repertorio che ha fatto storia nel secondo Novecento, non è spettacolo, ma è qualcosa che fa male al cuore. Credimi. (fn)
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Bubù Babà Bebé (Assolo per due), di aa. vv. Regia di Lamberto Lambertini. Con Peppe Barra e Lalla Esposito; Giuseppe Di Colandrea (clarinetto), Agostino Oliviero (mandolino, violino), Antonio Ottaviano (pianoforte). Arrangiamenti musicali Giorgio Mellone. Produzione: Tradizione e Turismo; Centro di produzione teatrale; Teatro Sannazaro, Ag Spettacoli. Alla Sala Umberto, fino al 25 gennaio

Con microfoni

Foto: Lalla Esposito e Peppe Barra (© Fiorenzo Niccoli)

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