«IL TEMPO MANGIA OGNI COSA!»
Ieri sera alla Sala Umberto ho assistito a due spettacoli: uno fatto da Bubù e l’altro fatto da Babà. Un po’ slegati tra loro – gli attori – a volte colti dall’incertezza nei tempi e anche nelle battute, ma entrambi, siccome figli di una solidissima tradizione teatrale, mai si lasciano sopraffare dal panico, mai si abbandonano al buio delle nebbie. Quando si inciampa (e pochi se ne accorgono) ci si rialza immediatamente. È il mestiere che soccorre chi batte il palcoscenico sin dalla nascita. La padronanza artistica di Bubù gli consente di riempire la scena con un sorriso, di tenere il pubblico col fiato sospeso anche con un silenzio un po’ più lungo, mentre cerca nella memoria una parola che fatica a raggiungere le labbra, mentre ritrova il respiro fiaccato. Dall’altra parte l’irrefrenabile energia di Babà riesce a supplire a qualunque cedevole esitazione dello stanco Bubù. Babà canta e recita, mantiene la brace accesa sotto le poltrone degli spettatori, suggerisce, rimedia, incolla all’istante i pezzi che si staccano a vista dal collage appena abbozzato su cui i due personaggi si muovono. È proprio lei che nell’incertezza della nebbia trova lo spirito d’arrembaggio che riscatta se stessa e il compagno di viaggio.
Ma non è di Bubù o di Babà che bisogna parlare, perché è il terzo spettacolo sotto accusa, quello di Bebé: è lui che è mancato. Totalmente assente. Bebé è rimasto affisso in locandina, nel foyer, con il cappello in testa. Sulla scena non si è visto né sentito. Non c’era nulla di lui. Nemmeno l’ombra. Eppure, Bebè aveva promesso un nuovo spettacolo scritto e costruito per l’amico Bubù, ma la novità – lo confesso – non c’è stata. Gli sarà rimasta nella penna, nelle idee, nelle intenzioni, ma tutto quel che il pubblico ha applaudito è un revival di vecchie canzoni riproposte alla maniera spiritosa del Peppe Barra di quaranta anni fa. Ci si aspettava qualcosa di meglio, di più concreto. Invece, si comincia con Lalla Esposito che scaramuccia con l’orchestrina che le impone di cantare Zappatore. Babà ce la mette tutta. Si ride (ovvio!), è bravissima, comica e cantante, e fa persino dimenticare che si tratta di una canzone per sola voce maschile. Se ne deduce che la serata si animi attorno alla parodia. Ma le aspettative restano deluse. Babà dona l’illusione di un’apertura in maggiore, esaltante, ma poi tutto resta nelle mani dei due interpreti senza parte, che non hanno appoggi se non nella musica e nelle due sedie che riempiono la scena.
A proposito di scenografia. Un paravento dagli echi magrittiani è posizionato alle spalle dei protagonisti. Babà lo usa come guardaroba per le sue acconciature, Bubù non lo guarda nemmeno. Scenicamente sembra un ingombro rimasto lì da uno spettacolo precedente. Le canzoni proseguono, ogni tanto una scenetta dà l’opportunità ai musici di posare gli strumenti. Ma che cosa stiamo vedendo? Non è prosa, non è avanspettacolo, non è varietà, non è cabaret, non è café chantant, non è musical. Che cos’è? Si direbbe un gioco. Forse un gioco fatto in casa, dove, attorno a un tavolo e con un bicchiere di vino, due vecchi attori amici si ritrovano a rievocare antichi cavalli di battaglia, gag, battute. Ma, mi chiedo, senza un filo conduttore che senso ha? Anche le follie, in teatro, devono seguire una traccia, un’indicazione. Cosa c’entra il Kazakistan con Ionesco?
Con microfoni
