18 gennaio 2026

«Le volpi» di Franchi/Ricci (regia, L. Ricci)

«Le volpi» di Franchi/Ricci (regia, L. Ricci)

Roma, Sala Umberto
17 gennaio 2026

SI ATTENDE LA PROSSIMA PUNTATA!

Che i microfoni siano i peggiori nemici della recitazione è una mia convinzione (e chi mi legge se ne dovrà fare una ragione) e durante la rappresentazione dello spettacolo, visto alla penultima replica, di Lucia Franchi e Luca Ricci, ne ho avuto la prova. Quando anche qualcun altro si convincerà che un attore risulta più bravo, senza gli aiuti dell’amplificazione, perché la sua voce sarà senza dubbio più calda e pulita, allora si tornerà ad apprezzare certe sfumature quasi dimenticate. All’apertura del sipario, mentre sulla sinistra si nota una grande tenda bianca che ripara tre sedie e un tavolino (la scena è dello stesso Ricci che ha curato anche la regia), sulla destra, i tre protagonisti siedono su una panca rivolti verso la quinta opposta, in un atteggiamento che ancora non dichiara la loro presenza da personaggi.

Proprio lì, in proscenio, un’asta regge un microfono. Manuela Mandracchia si alza e parla alla platea: la sua voce è filtrata da un effetto voluto dalla regia e se ne intuisce anche il motivo: è come se leggesse la didascalia che evoca uno stato d’animo, un suo pensiero che esula dal dialogo. Quindi la commedia prende il via. Federica Ombrato si alza ed entra in scena. Comincia il dialogo tra madre e figlia, ma c’è qualcosa di strano, che sembra essere un difetto: la Ombrato ha il microfono acceso, appuntato sulla guancia, e le sue parole ci giungono sfacciatamente dalla cassa in alto, al di qua del boccascena. La Mandracchia, perfettamente in parte, elegante e convincente, risponde con la sua voce naturale che arriva direttamente dal palcoscenico. Una delle due è certamente frutto di un miracolo: ma quale, quella che si sente meccanica, perché soffocata in un microfonino che assorbe anche il rumore dei fiati e impasta ogni suono diffondendolo freddo e piatto sulle pareti della platea o l’altra che, invece, spinta da un diaframma ben allenato, trova tutte le sue modulazioni nelle cavità sonore e che, vibrando sulle corde vocali, si amplifica grazie alla struttura del palcoscenico, prima di scorrere giù in platea calda, umana, addirittura affettuosa rispetto all’altra?

Anche la Mandracchia ha il suo archetto elettronico tra i capelli, ma il tecnico (che aveva azzerato il volume quando l’attrice s’è avvicinata al primo microfono per non far interferire i due segnali) probabilmente s’è dimenticato di riavviarlo, per cui le due attrici, pur parlando una di fronte all’altra, davano l’impressione sonora di dialogare in due ambienti diversi. Una disattenzione, certamente, che può capitare. Non è così grave! Però che goduria sentire che la voce dal palco era decisamente una voce d’attrice dell’arte drammatica, rispetto all’altra che, al confronto, sembrava quella di una presentatrice. Chiarisco: questo appunto tecnico non vuole essere un giudizio negativo sulla recitazione della Ombrato, ma una critica, l’ennesima, alla scarsa saggezza teatrale di chi impone i microfoni agli attori. Non si vuol capire che i microfoni amplificano prima di tutto i difetti e le sporcature e cancellano ogni modulazione. Quando poi madre e figlia si sono abbracciate, gli inevitabili strusciamenti fisici hanno coperto il dialogo. Normalissimo!

Penserà, a questo punto, il lettore insofferente: caro critico, ma due parole su Le volpi, ce le vuoi dire? Lo spettacolo è registicamente molto elementare: si svolge tutto intorno a un tavolino, dove i tre si seggono e si alzano e talvolta qualcuno esce di scena per poi rientrare. Non ci sono trovate geniali degne di nota, anzi, mi sembra che l’uso della quarta parete sia stato a volte inappropriato: se i personaggi si affacciano alla platea per dichiarare i loro pensieri – quelli che una volta si chiamavano gli a parte – non possono poi parlare rivolti al pubblico anche durante lo scambio delle battute. La figlia troppo spesso volge le spalle ai suoi interlocutori portando decisamente lo sguardo agli spettatori.. Mi sembra una messa in scena molto realistica, e questi movimenti risultano forzati.

Quel che però lascia più perplessi è la scrittura del testo, che racconta una storia, oltretutto, interessante e talvolta anche gustosa su come certi accordi politici (o amministrativi) vengono raggiunti con apparente trasparenza, mentre invece nascondono illeciti profitti e oscuri raggiri. Gli autori, per denunciare le tante magagne che si consumano nel nostro paese, dove anche i bandi pubblici sono truccati, mettono a confronto, in una piccola realtà di provincia, dove meglio si possono osservare le dinamiche del potere, tre personaggi che si preparano a risolvere ciascuno i propri interessi momentanei, poco prima di un torrido Ferragosto. La madre, integerrima dirigente dell’Asl, pronta ormai ad andare in vacanza; la figlia, ansiosa di metter piede nel museo locale per farne un polo d’arte contemporanea; e il sindaco a cui preme salvare il reparto di maternità dell’ospedale. Ne nascono discussioni, prima per sondare, poi per convincere, e infine vengono fuori inevitabili tornaconti personali e opportunità da sfruttare. Ma poi?

Una commedia che, indubbiamente, crea molte aspettative, le quali però si concludono con poca sostanza. Addirittura, mentre il sindaco – egregiamente interpretato da Giorgio Colangeli – e la figlia, unica autentica volpe, sembrano terminare il loro percorso ottenendo, in teoria, ciascuno il suo obiettivo, tanto da strizzarsi l’occhio, il destino della madre rimane avvolto in una nebbia ambigua e senza un epilogo soddisfacente. Cosa accade alla signora? Perché è l’unica che è uscita dietro la tenda bianca per poi rientrare pensierosa? Cos’è successo in quell’istante? Ho temuto che, nel frattempo, il personaggio si potesse suicidare. Ho sperato che tornasse in scena con una pistola per minacciare gli artefici del complotto. Invece tutto sembra rimandato alla prossima puntata. (fn)
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Le volpi di Lucia Franchi e Luca Ricci. Regia di Luca Ricci. Con Manuela Mandracchia (la madre), Giorgio Colangeli (il sindaco), Federica Ombrato (la figlia). Scene, Luca Ricci. Costumi, Marina Schindler. Suono, Michele Boreggi e Lorenzo Danesin. Luci, Stefan Schweitzer. Produzione, CapoTrave e Infinito srl. Alla Sala Umberto, ancora oggi

Con microfoni

Foto: Manuela Mandracchia (in piedi), Federica Ombrato e Giorgio Colangeli (© Luca Del Pia, Elisa Nocentini)

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