GIANFRANCO COLTO DA IMPROVVISA «PRIMAVERA DELL’ASSENZA»
Commedia metafisica e dramma surreale. Il pregio della scrittura di Filippo Gili è l’immediatezza con la quale riesce a chiarire, in pochissime battute, il mondo artistico che lo spettatore si appresta a osservare. Come all’inizio di ogni favola, dove la narrazione è spesso onirica e inverosimile, una voce registrata annuncia che in quel momento «la morte ancora non esisteva, ma improvvisamente…» accade che un gruppo di falegnami, fino a quell’istante immortali, scopre che la vita più cessare. Ma prima di prendere coscienza con questo «strano» evento devono arricchirsi di nuova esperienza e soprattutto devono trovare inedite parole che possano descrivere il fatto affinché si possa raccontare. Così, anche la più crudele calamità della nostra esistenza si trasforma in un sogno umoristico, o, meglio, in una commedia che cerca di superare i limiti del razionalismo per esplorare le capacità umane: dal più complicato subconscio irrazionale all’elementare metodo cognitivo che si sviluppa durante l’infanzia, quando le scoperte avvengono di minuto in minuto.
Tuttavia, così spiegando, la terminologia che più s’addice allo stile impeccabile proposto dall’autore diventa più crudele della morte stessa, perché non aiuta a dar giusto valore all’agile leggerezza del lavoro e al sottile divertimento che si prova assistendo alla scoperta della morte da parte dei tre ebanisti, evidentemente adulti, i quali, increduli, non riescono a comprendere l’improvvisa immobilità del collega Gianfranco. «Non era un genio, non avrebbe mai potuto inventarsi una simile finzione.», gli amici sospettano altro. Dev’essergli accaduto qualcosa che i tre tentano di spiegarsi con varie ipotesi, con vagheggiamenti che sfiorano l’inganno, tentativi di indagini insensate, repentine paure terrificanti. È il nuovo che li atterrisce e li rende ridicoli. La morte è lì, davanti a loro, sotto sembianze di un uomo pallido, immobile, un uomo di legno, appunto; in posizione orizzontale, parola che viene sempre sostituita dal gesto del braccio che, tirato su, invece, indica il verticale, cioè l’uomo in posizione eretta e quindi vivo.
Ci sono rudimenti preistorici nella comunicazione adottata da Gili che pure si serve di parole moderne, capaci di esprimere concetti molto più evoluti: è il tipico elemento incongruo del teatro dell’assurdo che sorregge perfettamente il surrealismo analogico de l’uomo di legno: fatto di materiale assolutamente duttile, sempre riciclabile, quindi eternamente vivo, immortale. Ce lo insegna Geppetto quando sostituisce i piedi bruciati al suo burattino regalandogli nuova vitalità. Allo stesso modo, confortati dalla loro abilità artigianale, anche i tre falegnami s’improvvisano strampalati chirurghi, per verificare se, aprendo il petto dell’amico, lì, al centro, e andando «al cuore del problema», si potrebbe individuare dove si è inceppato il meccanismo della verticalità, ossia della forza che rende il fisico eretto e deambulante. D’altronde metabolizzare la morte di un nostro caro è un processo che richiede uno spiccato equilibrio emotivo e un periodo di tempo abbastanza lungo.
La scrittura di Filippo Gili si inerpica agilmente su tentativi linguistici d’avanguardia, invenzioni vocali estemporanee che facilmente ricordano la mitica truppa della supercazzola, ma con un accento poetico e costruttivo più che goliardico e con immediato effetto comico: «Come se lui avesse sognaccato», oppure «Dormentare è un po’ sparire», sono alcune delle fantasiose divagazioni su tema. Si gira parecchio attorno al «morto» (sia fisico che lessicale), partendo da una «Primavera dell’assenza» fino ad arrivare al colpo definitivo che muterà l’ignoto in terribile noto, e con uno sguardo finale tra i sopravvissuti si comprenderà pure che la morte, oltre ad arrivare improvvisa per volontà di un dio di nome Spalla, può anche essere provocata da una mano assassina.
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L’uomo di legno, scritto e diretto da Filippo Gili. Con Massimiliano Benvenuto, Arcangelo Iannace, Filippo Gili. Argot Produzione. Al teatro Argot, ancora oggi
Foto: Massimiliano Benvenuto, Arcangelo Iannace, Filippo Gili (© Argot Studio)
