12 febbraio 2026

«La principessa di Lampedusa» di R. Cappuccio (regia, S. Bergamasco)

«La principessa di Lampedusa» di Ruggero Cappuccio (regia, Sonia Bergamasco)

Roma, Teatro India
11 febbraio 2026

QUEI GATTOPARDI DISCENDENTI DEL VESUVIO E DELL’ETNA

Una decina d’anni fa, d’estate, in una località del Cilento, fui invitato da Ruggero Cappuccio per presentare una mia pubblicazione. Ovviamente arrivai sul posto con molto anticipo, e in un salone dall’aria medievale dell’antico palazzo nobiliare, mi fermai in chiacchiere con il mio ospite. Il discorso, passando per Luchino Visconti, scivolò su alcuni aneddoti intorno al Gattopardo (prima la versione cinematografica e poi il libro). Cappuccio ne descrisse quattro o cinque, e avrebbe potuto continuare fino a tardi se qualcuno non fosse venuto a sollecitare la nostra presenza giù in cortile dove il pubblico attendeva. Al di là dell’episodio personale che esula dalla recensione, ricordo perfettamente la passione che il fine dicitore mi aveva trasmesso narrandomi fatti di un mondo che lui conosceva molto bene. Attraverso le sue testimonianze storiche, piene di particolari emotivi, riuscì a trascinarmi tra principi e marchesi di una Sicilia da poco orfana del regno, e nella voce del narratore sentivo il caldo che soffocava quelle terre, il mare lontano, il sonno in cui pasceva l’aristocrazia e anche il frinire dei grilli, del quale sentivamo la vicina eco, che ci giungeva dalle finestre aperte, dei loro cugini cilentani.

La storia di Beatrice Tasca Filangeri di Cutò (madre di Giuseppe Tomasi, autore del capolavoro letterario del nostro Risorgimento), che Ruggero Cappuccio ha poi scritto, in forma di romanzo, nel volume intitolato La Principessa di Lampedusa, è certamente figlia di quegli aneddoti: ne ho riconosciuta l’atmosfera. Quel che Cappuccio aggiunge, al solido supporto culturale che egli possiede con spontanea eleganza, è una leggera, ma evidente, dolcezza poetica. Una spolverata d’autore su un terreno denso di storia. Uno stile narrativo non facile da portare in palcoscenico. Cimentarsi con un simile testo, che di teatrale ha ben poco, presuppone una conoscenza e un’esperienza che, come minimo, dovrebbero portar saggio consiglio di affidare l’allestimento all’occhio esterno di un regista esperto capace di smuovere la recitazione.

La confezione visiva è ottima. La bella scena firmata in coppia da Paolo Iammarrone e Vincenzo Fiorillo è di notevole effetto: tre grandi archi diroccati, vestigia di una nobiltà che non c’è più, disegnano antichi fasti tra covoni di grano; un’altalena nel mezzo che oscilla tra la vita e la morte, tra il passato e il presente che sono già aldilà. La principessa appare come un’ombra in silhouette, scalza e abbigliata di veli, come un fantasma. Le luci di Cesare Accetta tinteggiano l’orizzonte con toni pastellati color d’estate, di caldo, di tramonto, di limpida sera: sono luci sempre morbide come le parole del testo. Pronte ad incendiarsi quando il Vesuvio possiede l’Etna passando con la sua trave di fuoco sotto i monti della Calabria: un clamoroso episodio che affonda nel mito per dare nobili natali alla gens dell’isola. Lo racconta lei, Beatrice, fra i frastuoni dei vulcani in amore, dopo essersi dondolata in un rimbombo di suoni registrati, appena incomprensibili, per un attimo affascinanti, e che potrebbero anche regalare un’accattivante cornice sonora alla voce di un’anima che s’adagia nei ricordi d’infanzia fino alla morte.

Ma una rappresentazione non è fatta soltanto di una parte visiva, c’è anche qualcosa da ascoltare: e se il testo di Cappuccio – abbiamo detto – non ha una immediata versatilità teatrale, la scelta recitativa adottata da Sonia Bergamasco (regista) non facilita il lavoro alla Bergamasco (attrice). È come quando un regista ha un’idea per dar vita a un personaggio, ma chiama un’interprete sbagliata. Nel caso specifico, però, si tratta della stessa persona! Anche qui si parla di principi e marchesi, di una Trinacria che si sente ancora legata al Regno delle due Sicilie, di caldo, di mare, di sonno, di morte, ed è soprattutto la morte che vien fuori. Il côté lirico della voce narrante che dovrebbe rievocare la natura onirica di una narrazione appassionata, purtroppo non s’è sentito ed è rimasto chiuso in un timbro cupo e sordo senza sfumature. Quindi anche il lato poetico della scrittura s’è dissolto in un’intenzione mancata.

Sarà, per caso, anche colpa di un’amplificazione esagerata? Temo proprio di sì! Laddove la parola doveva essere sussurrata, i sospiri autentici, le pause soffocate, gli aneliti di desiderio e di lussuria soffiati nel caldo opprimente della Sicilia, l’ennesima strepitosa urlazzata in uno spudorato microfono ha distrutto ogni tentativo di replicare atmosfere e citazioni, emozioni e storicità. La scrittura di Cappuccio – m’è parso d’intendere – segue un percorso storico abbastanza complesso: durante il quale ci sono riferimenti (travestiti ad arte da suggerimenti letterari) alla stesura del Gattopardo, che però, essendo un leopardo abituato ai rumori della foresta, di fronte all’inquietante ruggito della Bergamasco e agli incredibili decibel della cassa di diffusione, spaventatissimo, dev’essersi rintanato in qualche anfratto nascosto, facendo disperdere le tracce. (fn)
____________________
La principessa di Lampedusa, di Ruggero Cappuccio. Diretto e interpretato da Sonia Bergamasco. Scene, Paolo Iammarrone e Vincenzo Fiorillo. Costumi, Carlo Poggioli. Musiche: Marco Betta, Ivo Parlati, Charles Gounod, Nino Rota. Luci, Cesare Accetta. Produzione: Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival, Teatro di Roma (Teatro Nazionale). Al teatro India, fino a domenica 15 febbraio

Con microfoni da stadio

Foto: Sonia Bergamasco (© Salvatore Pastore)

Pour vous