02 maggio 2026

«Tre sorelle» da Anton Čechov (di Liv Ferracchiati)

«Tre sorelle» da Čechov (regia, Liv Ferracchiati)

Roma, Teatro India
1° maggio 2026

OLGA, IRINA E MAŠA DIVENTANO TRE AUTOMI DELLA PAROLA

La riscrittura che Liv Ferracchiati propone delle Tre sorelle di Anton Čechov un po’ confonde gli animi dei personaggi, un po’ invecchia il testo. Eppure, nelle intenzioni del regista – che qui si fa autore – c’è evidente la necessità di aggiornare i temi toccati dallo scrittore russo per trasporli all’oggi. Sembra un paradosso, ma, per come è stato pensato l’adattamento, gli argomenti che la leggerezza della penna di Čechov ha saputo rendere immortali, ritoccati da Ferracchiati, risentono del limite di un presente che è immensamente più misero rispetto all’eternità di un’opera esemplare. Lo spettacolo diventa il risultato di una sottrazione letteraria: a un materiale divenuto classico per la sua completezza è stato tolto tutto l’involucro poetico e i personaggi si sono inariditi fino a esprimersi come fossero automi. Al di là delle battute aggiunte (da altri testi cechoviani?) e di quelle rimaneggiate, c’è che questa sensazione viene suggestionata dalla frenesia imposta agli interpreti che sparano battute alla velocità e alla violenza di una mitragliatrice, tanto da far sembrare un minifestival di aforismi sulla vita, in cui il tema della guerra e dell’infelicità umana si sovrappongono di continuo!

Purtroppo, la sventagliata frenetica di parole – che spesso si accavallano, le une con quelle di un’altra scena – non lasciano il tempo di essere comprese, gustate, godute: c’è solo una gran corsa nel dirle, con poche intonazioni e soprattutto senza mai creare rapporti. Irina e Olga, più di Maša, dialogano sempre con lo sguardo puntato alla platea e il povero spettatore non sa a chi esse rivolgono le loro angosce; e chi in palcoscenico le raccoglie, le rispedisce a un mittente senza indirizzo. Questa vaghezza nei dialoghi crea una gran confusione tra le relazioni e le vicende sentimentali non si colgono mai. Non solo: mi metto nei panni dello spettatore che non ha mai visto né letto «Tre sorelle», e mi chiedo, per esempio, che senso abbia quel bacio appassionato tra Versinin e Maša, che carica di emozione il finale, se durante l’intera rappresentazione i due non entrano mai in contatto e, anzi, quando si scambiano qualche intesa, l’uno parla al pubblico e l’altra gli offre le spalle? Come fa il povero spettatore, ignaro di letteratura russa, a dedurre che la moglie di Kulygin strizzi l’occhio al tenente colonnello? Senza creare rapporti, il dramma muore, così come annaspa anche l’umorismo che Čechov dissemina tra i tanti tormenti dei suoi sciagurati derelitti di provincia, tutti anelanti a una vita nuova.

Quattro atti senza intervallo tirati di corsa come cavalli lanciati al galoppo. Soltanto uno stacco per sgombrare la sbilenca pedana da un tavolo e alcune sedie: è la bella significativa scena di Giuseppe Stellato, il quale lascia al grigio sbiadito e allo scomodo pendio del praticabile il compito di immalinconire e appesantire il mondo mai vissuto dalla famiglia Prozorov. È il segno predominante dell’allestimento, l’unico ben comprensibile, il colore della noia, efficace ad accogliere il labirinto di parole che, almeno per i primi due atti, resta fin troppo ingarbugliato e offusca l’anima di quei personaggi che invece la sentono preziosa come un «pianoforte di cui s’è persa la chiave». E la chiave s’è persa davvero! Perché soltanto al finale, quando i tempi della recitazione finalmente si distendono, la nuova drammaturgia pare recuperare terreno sull’originale. Sì, ma come? Spostando l’azione in platea, cosicché i poveri spettatori delle prime file sono stati tagliati fuori dalla partecipazione e dalla visione della vicenda. Voci che provenivano da destra, da sinistra, ma esclusivamente alle nostre spalle. A Mosca, a Mosca, sì, ma a moscacieca!

A proposito del grido disperato delle tre sorelle che vedono nel ritorno a Mosca la luce della speranza: c’è un soffuso gioco di pronuncia ripetuto all’infinito che lascia intendere un nostalgico vezzeggiativo alla russa (con finale in ska) del nostro verbo amare: amo-ska, espresso come desiderio di amare, di essere riamato, amore come conferma di una vita finalmente da vivere. È un seme poetico lasciato cadere nell’oceano delle parole perdute che lascia intravedere un’idea ancor più disperata del dramma, ma che purtroppo non basta a sopperire il disorientamento dei personaggi. Tutti interpretati, comunque, da ottimi attori, dei quali mi preme sottolineare la prova di Marco Quaglia, che quando entra in scena si fa notare per la precisione di spirito caratteriale, la dolcezza malinconica con cui Livia Rossi disegna Irina e la determinazione di Giordana Faggiano nell’antipatico ruolo di Nataša.

Un punto decisamente a sfavore va a chi ha messo in mano all’anziano Čebutykin, gran lettore di quotidiani, prima una riproduzione della Pravda, stampata ovviamente con caratteri cirillici, e poi una recentissima copia de La Stampa di Torino, con tanto di pubblicità colorata in ultima pagina. Questo scivolone, in una produzione di un Teatro Nazionale, non è accettabile. (fn)
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Tre sorelle. Nevica. Che senso ha? da Anton Čechov. Testo e regia di Liv Ferracchiati. Dramaturg, Piera Mungiguerra. Consulenza letteraria, Margherita Crepax. Con Irene Villa (Olga), Valentina Bartolo (Maša), Livia Rossi (Irina), Antonio Mingarelli (Andrej), Giordana Faggiano (Nataša), Rosario Lisma (Veršinin), Marco Quaglia (Kulygin), Riccardo Martone (Tuzenbach), Francesco Aricò (Solënyj), Giovanni Battaglia (Čebutykin). Scene, Giuseppe Stellato. Costumi, Gianluca Sbicca. Luci, Pasquale Mari. Suono, Giacomo Agnifili. Produzione, Teatro Stabile Torino (Teatro Nazionale). Al Teatro India, fino a domani (domenica, 3 maggio)

Con microfoni

Foto: (da sin) Livia Rossi, Valentina Bartolo e Irene Villa (© Luigi De Palma)

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