PENSAVO FOSSE UNA FAVOLA,INVECE ERA VANNA MARCHI
Entrare al Quirino, teatro tra i più storici della capitale, e non trovare una locandina completa di personaggi e interpreti, e doversi poi aggrappare alla gentilezza dei singoli addetti ai lavori per riuscire a sapere chi fosse l’attore che faceva Callimaco e chi Ligurio, è una ferita che si rinnova ogni volta questa grave mancanza, simbolo di professionalità, si palesa agli occhi di chi ha il desiderio di saperne un briciolo in più di ciò che ha visto e udito. Tornare a casa, cominciare a scrivere, e scoprire che ancora non è stata diffusa alcuna foto di scena (sul web circola solo lo scatto di servizio dei due protagonisti ripresi su un anonimo sfondo bianco che potrebbe essere la parete del tinello), conferma la scarsa professionalità di produttori, distributori e organizzatori. Sta di fatto che quelle che sono le (ripetute e noiose) premesse della recensione calzano a pennello per introdurre le stravaganze dello spettacolo più sgangherato della stagione: ma non osiamo metter limiti alla provvidenza, abbiamo ancora due mesi di sorprese.
Sulle note proposte agli spettatori trionfa come un’iscrizione la frase: «La mandragola rimane una delle opere più importanti della letteratura italiana del Rinascimento». Un appunto inattaccabile che dovrebbe essere un suggerimento per la regia di Guglielmo Ferro. Quando si apre il sipario, dopo l’enunciazione del prologo proposto in proscenio da Massimo Venturiello, Messer Nicia in abiti moderni, con vistosa cravatta rossa (si porta molto in questo lustro!), prologo modernizzato, più svelto e comprensibile dell’originale, che indica La mandragola di messer Niccolò Machiavelli come una favola per rallegrare gli animi, quando si apre il sipario – dicevo – squali che nuotano in un acquario megagalattico colgono di sorpresa l’attenzione dello spettatore. Lo sbalordimento è tale che le prime battute che si scambiano Callimaco (un incomprensibile Marco Imparato), disteso a farsi massaggiare su un lettino di una beauty farm, e Ligurio (Guglielmo Poggi, il più credibile) che organizza la tresca ai danni di messer Nicia, perdono di consistenza. Lo sguardo del pubblico è ipnotizzato dalle improbabili immagini che passano sul fondale: sì, proprio di fondale si tratta, direi anche roccioso. Par d’essere sott’acqua: il Rinascimento, evidentemente, sarà ai piani superiori, qui giù un sax suona le suadenti note della Garota de Ipanema.
Appena ci si abitua alla presenza degli squali alle terme medicee, ecco che l’avveniristica scenografia di Fabiana Di Marco ci catapulta nello studio di Messer Nicia che affaccia sulla bella cupola del Brunelleschi, in una Firenze stile Metropolis, con grattacieli a specchi. Ai lati della grande finestra panoramica, due megaschermi trasmettono sequenze estratte da telegiornali arabi sui recenti bombardamenti (a sinistra) e sull’andamento dei mercati finanziari (a destra). Ho la sensazione che il Rinascimento non sia nemmeno qui. Ma quel che più contrasta con il testo è l’atteggiamento di Nicia: non è quel tonto credulone descritto dal Machiavelli, pronto a farsi fare becco pur di soddisfare un suo capriccio, ma anzi è un tipo assai scaltro, un notaio elegantissimo dal fisico asciutto, dall’aria astuta, che ha saputo far fior di denari grazie alla propria abilità professionale, grazie a una moderna e pratica gestione dei traffici notarili. Uno così, non si farebbe mai infinocchiare dal proprio segretario e da un giovane burlone innamorato di sua moglie. Non c’è nulla di credibile, fuorché l’imbarazzo!
Venturiello all’inizio ci aveva promesso una favola, ma l’ambientazione è quella di una serie tv di pessima fattura, dove tutto sembra kitsch e posticcio, in cui sono i soldi gli unici autentici protagonisti delle azioni. A proposito: si parla di ducati per gli scambi economici sulle rive dell’Arno, ma quando il discorso si sposta sulla Germania si menzionano i marchi (che sono di fine ‘800), mentre, all’epoca del nostro ducato, nel Sacro romano impero circolava il fiorino. Disattenzioni dell’adattamento! La sensazione più divertente, però, si ha quando prende il sopravvento la descrizione delle proprietà miracolose della mandragola: in un contesto simile, quasi da set televisivo, in abiti moderni che mai ricordano i fasti rinascimentali e la sfrontatezza di una recitazione quasi realistica, comunque ben distante dalla favola augurata, i due marpioni cinquecenteschi prendono, nella nostra immaginifica perdizione, le sembianze di Vanna Marchi e del Mago do Nascimento che cercano di raggirare il malcapitato, snocciolando latinorum. Per forza: la truffa escogitata da Machiavelli, trasportata ai giorni nostri, diventa esattamente quel genere di televendite condotte da imbonitori di discutibile correttezza.
Ad accordi presi, messer Nicia, finalmente si rilassa giocando a golf con il suo segretario Ligurio; e la scenografia mostra un videogioco adatto all’uopo con tanto di conteggio elettronico di yards del tiro effettuato. Dunque: gioca a golf, ha la cravatta rossa, dispone di un notevole patrimonio: manca solo il cappellino rosso e… no, in una scena successiva c’è anche il cappellino rosso, non poteva mancare! Ma perché? Cosa ha messer Nicia in comune con Donald Trump, da giustificare una così ossessiva simbologia? In effetti ha una bella moglie, tutto qui, che al primo passaggio in scena, passaggio muto, è vestita di rosso con un ampio cappello circolare e sembra tornare da una battuta di shopping a via de’ Tornabuoni, tra Gucci, Fendi e Valentino. Una donna emancipata, elegantissima, che non ha nulla della Lucrezia devota e pia che s’aggira con discrezione tra le strade della città di un tempo. Infatti, quando torna in scena per dar soddisfazione al testo, deve fare i conti con tutt’altro personaggio.
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La mandragola, di Niccolò Machiavelli. Regia di Guglielmo Ferro. Con Massimo Venturiello (Messer Nicia), Maurizio Micheli (Frate Timoteo), Antonella Piccolo (Sostrata), Marco Imparato (Callimaco), Guglielmo Poggi (Ligurio), Martina Fatighenti (Lucrezia), Enrico Spelta (Siro), Matilde Pettazzoni (Una donna). Scene, Fabiana Di Marco. Costumi, Adele Bargilli. Musiche, Massimiliano Pace. Luci, Rosario Calvagna. Produzione, Teatro Quirino Centro di produzione e Officina Teatrale. Al Teatro Quirino, fino al 19 aprile
Foto: Maurizio Micheli e Massimo Venturiello (© Riccardo Bagnoli)
