UN CAPPOTTO SBAGLIATO SU UNA VOCE STONATA
Non avevo mai visto Eleonora Danco: la curiosità stavolta ha avuto la meglio, a scapito, ahimè, del godimento. Non immaginavo di potermi ritrovare di fronte a un cappotto sbagliato indossato da una voce stonata. Eppure, l’operazione della Danco ha cercato di rendere pubblica una piccola tragedia (personale e non solo), riletta in chiave ironica, raccontando le vicissitudini di un’attrice di teatro contemporaneo e l’improba fatica che deve affrontare per salire sul palcoscenico. La storia raccontata in dEVERSIVO (sì, tutto maiuscolo ma con l’iniziale minuscola, affinché si capisca bene che la destabilizzazione dell’arte perda i suoi principii eversivi, e che l’assonanza del titolo ci porti velocemente sulla retta via sgombra da insidiose macchie d’unto, viscide, scomode, pericolose come lo sono le sferzate di un artista che rema controcorrente), la storia – dicevamo – si svolge a Roma e il personaggio narrante è uno e trino: attrice, regista e scrittrice, come troppo spesso oggi si osserva.
Quando un testo – accade ormai quasi sempre nelle versioni monologanti – partorito dalla mente di un autore, raggiunge il palcoscenico senza passare al vaglio di alcun filtro, sembra di ascoltare, tranne in casi rari, una scrittura «selvaggia»: ossia una partitura che riesce ad esprimere soltanto la forma più semplice, per sua naturale costituzione reazionaria. La Danco recita, con il microfono ovviamente, senza preoccuparsi delle intonazioni, adagiandosi esclusivamente sulle parole che ha scritto, e non ponendosi il problema di come poterle tradurre al meglio in maniera rivoluzionaria, come lei stessa vorrebbe fare intendere. Ma le lascia spoglie di qualsiasi vestimento: che sia drammatico o comico, grottesco o assurdo.
Con microfoni
