IN CARCERE, UN TEATRO PER CONOSCERSI MEGLIO
Da parecchio tempo non recensisco più un’opera cinematografica per dedicarmi esclusivamente al palcoscenico ma siccome La salita è un film che vuole rendere omaggio alle potenzialità sociali del teatro, siccome l’impostazione della sceneggiatura risente di una fortissima influenza teatrale, penso che un’eccezione si possa fare. Massimiliano Gallo, al suo debutto dietro la macchina da presa, mostrando coraggio e determinazione, ha certamente vinto la sfida: il soggetto è assai accattivante e, pur se parte da alcuni cliché già visti recentemente in televisione, prende tutt’altra strada, conquistandosi una pregevole autonomia sia sul piano sentimentale che culturale. La presenza di Eduardo De Filippo tra i personaggi fa salire il livello dialettico e allontana il dramma del carcere minorile dalla deplorevole violenza senz’altro scopo. Lo rivela Mariano Rigillo che interpreta, con grande rispetto e infinita delicatezza, il grande attore e commediografo napoletano, e lo dice lui stesso nelle immagini di repertorio (girate al Filangieri) mostrate mentre scorrono i titoli di coda: «Mio padre mi ha fatto studiare. Non fidatevi dell’aiuto degli altri, fate affidamento solo sulle vostre forze». Ed è questo il messaggio che dovrebbe rimbalzare ogni giorno tra le mura di tutti i riformatori del mondo.
Il merito del soggetto è di Riccardo Brun, che collabora al laboratorio di scrittura per i ragazzi reclusi nell’Istituto penale minorile di Nisida, il quale accosta alla cruda vita carceraria un’ondata di generosa cultura, insieme con una ventata di pericolosa tentazione ormonale. Due gli episodi presi dalla realtà che risalgono al 1983: il primo, quando Eduardo fu invitato a visitare l’IPM di Nisida, dove portò un progetto per far appassionare i ragazzi al teatro con una scuola di scenotecnica e una di recitazione; il secondo, quando dal carcere di Pozzuoli, a causa dei fenomeni del «bradismo», diciotto detenute furono trasferite a Nisida, regalando ai giovani, isolati dal resto del mondo, emozioni per taluni mai ancora provate.
«La salita» è il titolo simbolico, riassunto dalle parole di Eduardo («fate affidamento solo sulle vostre forze»), che indica la difficoltà di risalire la via della perdizione. All’inizio del film, dopo una scena festosa nelle acque della baia dell’isola inventata (come canta Bennato), la telecamera dall’alto inquadra il viottolo sterrato che dal mare conduce all’antica fortezza, e il passo lento – «piano piano» - dei ragazzi che s’inerpicano tra i cespugli dell’erta, in mezzo alla selva illuminata dai raggi del pianeta, richiama perfettamente alla memoria i primi trenta versi del canto d’apertura dell’inferno, compresa la similitudine di Emanuele che si volge a l’acqua perigliosa e guata.
Ogni regista ha la sua tecnica personale, suggerita dall’istinto e dall’esperienza. Oggi esistono gli addetti al casting, ma alla fine è sempre il regista che cesella la distribuzione dei ruoli sul fisico e sulla recitazione degli attori. E quando si ha a disposizione un ottimo cast, gran parte del lavoro è fatto. Gallo, in questo settore, di esperienza ne ha ancora poca, ma è riuscito a costruire un cast perfetto che certamente lo ha ripagato durante le riprese. I protagonisti, Roberta Caronia e Alfredo Francesco Cossu, formano una coppia spavalda e credibile: lei, bella e dannata; lui, affascinante e ingenuo. Nella scelta dei due si intuisce il taglio elegante, lo stile d’antan, che l’autore vuol dare alla sua opera. Anche il montaggio mantiene ritmi e costruzione classici. Che significa teatrali.
Tornando agli interpreti, assai coinvolgente è il coro delle detenute – tra le quali spiccano i fisici imponenti di Lucianna De Falco, discinta e sguaiata, e di Antonella Morea, vergine sacrificata alla malavita – e dei giovani reclusi, con il quartetto dei fedelissimi capitanati dall’ottimo Manuel Mazia, brillante cameraman tra le sbarre, ma anche ineccepibile critico cinematografico: «Quanno stai fatto di eroina capisce nu sacco ‘e cose dei film». Battuta esemplare! Impeccabile la perfidia della zia di Emanuele (Gea Martire), al meglio delle sue torbide e spietate minacce. Gennaro Di Biase è un magnifico avvocato «opportunamente inutile» (potrebbe sembrare una nota di demerito, ma non lo è). Meno riuscito il duo comico composto da Rosalia Maggio e Carlo Croccolo, ossia Luisa Esposito e Maurizio Casagrande: troppo evasiva lei (l’esatto contrario di quel che era l’originale esplosivo e coinvolgente), dedito a un indeciso macchiettismo lui.
Restano i big. Sorprendente, nella sua semplicità, Antonio Milo nel ruolo della guardia carceraria: la telecamera lo slancia nel movimento fisico e nella tenerezza di uno sguardo sempre paterno, comprensivo, mai severo, ma tenace nell’affetto rivolto a chi ne ha bisogno. Gianfelice Imparato è l’inappuntabile direttore dell’Istituto penale: riesce a smuovere il sorriso anche nei momenti di maggior premura. Abbiamo già detto di Mariano Rigillo che interpreta Eduardo con rispettosa delicatezza, eppure ripensando a quelle immagini di repertorio, si nota un senatore ancora indomito, tenacemente attaccato ai suoi principii di giustizia sociale, protettivo ma con accenni di rabbia, tutte sfumature che con il clima di dolcezza del film avrebbero stonato. Invece, Mariano regala a Eduardo un’insolita dolcezza, quella appropriata all’ambiente del carcere, dell’isola silenziosa, della pena passata in solitudine. Interpretare Eduardo, per un attore partenopeo, vissuto nell’epoca in cui il teatro napoletano era Eduardo, immagino possa essere un segno di riconoscimento molto più emozionate di qualunque altro premio. Un segno che resta. Il suo è un meritato cameo che suggella una nobilissima carriera teatrale alla quale (e chiedo perdono per l’intromissione), per un buon periodo, ho avuto l’onore di collaborare.
Il teatro nel film ha un ruolo fondamentale: rappresenta lo spirito benefico che si contrappone al male. «Per recitare va bene qualsiasi spazio», anche il carcere. E così, il teatro comincia a farsi spazio nella quotidianità dell’istituto penale, come arma di distruzione della noia e dell’ozio che generano tensioni e pericoli. Quindi, teatro per scoprirsi diversi da come si è, per conoscersi meglio e rintracciare le affinità nascoste tra le sbarre, per imparare a toccarsi in maniera insolita, per essere nuovi negli sguardi e nelle espressioni, per abbattere le barriere che il silenzio e la solitudine hanno tirato su, per parlarsi con un altro linguaggio, la lingua del bene. Anche i libri godono di una loro inquadratura: Beatrice, quando s’accosta alla rete metallica per parlare con Emanuele, ha tra le mani Il giovane Holden di Salinger, che però viene definito poco interessante, invece è un libro che, per altri motivi, diventa interessantissimo, perché è il volume che l’assassino di John Lennon aveva con sé al momento dell’omicidio, è il volume che, in Shining, Kubrik sceglie di far leggere a Wendy prima della follia omicida del marito Jack. E anche qui annuncia un impetuoso rovesciamento.
Foto: Roberta Caronia e Alfredo Francesco Cossu (© ???)
