L’ATTRICE: «FESTEGGIAMO LA NOSTRA DISFATTA»
È già in scena quando il pubblico prende posto nella piccola affasciante platea e sotto lo stemma dei Torlonia. È ricoperta, l’attrice, da una tunica bianca. In sottofondo c’è il rumore, un po’ ossessivo, di un indolente respiro asmatico. Osservando Carlotta Viscovo, si nota che si muove con una lentezza estenuante: dalla sinistra punta verso il centro scena. Riesce a raggiungere il blocco di (finta) pietra su cui distende. Le luci si spengono, il respiro, a cui nel frattempo ci si è abituati, diventa flemmatico: gli spettatori, sotto l’effetto del buio, vengono immediatamente risucchiati in un mantra ultra-benefico. Non accade niente: solo movimenti al ralenti di braccia e gambe, giochi d’ombre che si riflettono sulle tre pareti della scena. Sembra la scena di un film muto, con sottotitoli in giapponese! Il respiro asmatico non demorde, non perde un ritmo: da flemmatico diventa letargico. E alle mie spalle già si consuma il primo sonno: mento chinato sul petto, vistosa pancia in docile quiescenza, ora su ora giù, e soffio pesante perfettamente cadenzato su quello registrato.
All’improvviso uno squarcio luminoso sul fondale mostra le immagini registrate in cui Carlotta, delusa, racconta a un giornalista la sua amarezza (come attrice e come sindacalista) per il flop della mobilitazione nazionale dei lavoratori dello spettacolo che si è tenuta il 30 maggio 2020 in varie città italiane. Laggiù, in fondo alla piazza, mentre la folla abbandona il luogo del comizio, qualcuno spara fuochi artificiali: «Festeggiamo la nostra disfatta», è il commento sarcastico dell’attrice. Aveva ragione e il tempo ha rafforzato la sua previsione. Il filmato svanisce e il respiro asmatico riprende, così come ricominciano i movimenti lentissimi di un corpo (probabilmente) danzante, allungato sopra la pietra: i muscoli si tendono, una gamba accenna un leggero tremore, ma di parole neanche una. Fino a quel momento L’estasi della lotta non regala alcuna emozione.
Un tempo troppo lungo che il signore alle mie spalle ha avuto l’accortezza di mitigare attraverso un sogno segreto che gli lasciava sul viso il ghigno di chi si sta godendo un’estasi molto più gustosa. Beato lui! A noi, invece, appena offuscati, ci coglie di sorpresa la voce dal vivo che ci chiede a bruciapelo: «Non state capendo niente? Pensate che io sia pazza?» Be’, dopo un quarto d’ora (o quasi) di pacato nulla, se non è pazzia sul palcoscenico, in platea è certamente una gran rottura di scatole! Motivo per cui, quando finalmente le parole, tenui e più chiassose, rubano spazio al silenzio, noi dei bassifondi siamo leggermente intorpiditi; e non serve urlare dalla ribalta per recuperare l’attenzione. Anche perché la Viscovo ci aggredisce in continuazione: «Voi… voi… voi…», puntando il dito dritto su di noi, invocando, come da un pulpito, le nostre colpe, le nostre scempiaggini, la nostra mediocrità. Per fortuna, il robusto signore, dietro di me, se la dorme alla grande per fatti suoi e non s’accorge di nulla.
Il comizio di Carlotta, ex sindacalista, si traveste con la follia di Camille Claudel. Ma non è così, perché dopo qualche frase, sembra che la follia di Camille prenda forza dalle ragioni dell’attrice defraudata della sua arte. Camille si ribella per la sua condizione di donna abbandonata; Carlotta per il suo ruolo di artista ingannata. C’è un nesso, faticoso, ma si vede poco e soprattutto non convince. Se l’una espone la sua forte componente maschile, l’altra invoca il diritto a gioire del proprio lavoro. Se l’una recrimina l’indipendenza femminile, la seconda protesta perché l’artista (come libero realizzatore di se stesso) non è in grado di poter scioperare. Ho pensato subito: se gli espressionisti avessero indetto uno sciopero, Van Gogh si sarebbe ugualmente suicidato? Probabilmente sì, e non soltanto lui!
Con microfono sulla guancia, ma era spento
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