10 aprile 2026

«Basso napoletano», uno spettacolo di Marco Sgrosso

«Basso napoletano», uno spettacolo di Marco Sgrosso

Roma, Teatro Argot
9 aprile 2026

«LUCARIE’, SCETATE, SONG’ ‘E NOVE»

«Dedicato a Leo». È scritto così sulla locandina sotto il titolo. Ma in scena c’è più di una dedica a Leo De Berardinis: c’è il suo respiro silenzioso, il suo sguardo inquieto, il movimento nel nero, i fasci di luce, l’oggetto dimenticato nell’oscurità, che all’improvviso diventa qualcuno a cui dar voce. C’è il suo dolore. Certe impronte teatrali lasciano il segno e per fortuna c’è chi le ritira fuori dall’immenso «cascione» della propria esperienza: Marco Sgrosso. Non sta a me spiegare che cos’è un basso napoletano, ormai lo sanno tutti, comunque per precauzione dirò che è nu quartino mmiez’ ‘o vico, ossia una stanza (non sempre vivibile), al piano basso di un palazzo, che nelle ore soprattutto diurne dispone di una fetta di strada pubblica per poter «ampliare» la vita familiare che si svolge all’interno. Ed è così che avviene uno scambio secolare e affascinante: il basso vive delle voci che giungono dalla strada e alla strada dona le sue voci intime. Ma il basso in questione è anche il contrabasso, strumento musicale suonato, pizzicato, percosso, accarezzato, sfiorato da Felice Del Gaudio che accompagna l’andirivieni di voci con suoni, melodie, accenni, soffusi controcanti, proprio come si vive nel vicolo dove Donna Amalia, mantiene il suo commercio quando suo marito, Gennaro Iovine, soldato sopravvissuto, torna dal fronte.

Sono le voci storiche di una Napoli che da sempre è ‘na carta sporca. E don Gennaro sa bene che quell’ammasso di carte da millelire sono troppo sporche per poterne gioire, ma fuori c’è la guerra e… ha da passà ‘a nuttata! Così, tra le voci di Eduardo, di Totò, di Viviani, di Ferdinando Russo, fino a quella più recente di Enzo Moscato, Basso napoletano diventa il pensiero verace di Sgrosso in attesa che passi questa lunga notte di speranza: pensieri che lui dona al vicolo dell’uditorio della piccola sala dell’Argot. In platea la gente ride per una battuta, per un proverbio piccante, per una locuzione provocatoria, mentre io, ascoltando, ancora mi commuovo per la potenza ironica della nostra lingua che – se ben detta – riesce ad alleggerire anche il fardello del sangue versato dalla guerra. E mentre dal palco le allusioni belliche diventano sempre più ossessive, rifletto: «Sarà per come le abbiamo vissute o per come le raccontiamo che a noi napoletani le guerre ci fanno meno paura che altrove?»

E ancora adesso – perdonate la breve divagazione – mentre scrivo, mi sorprendo a sorridere al ricordo della lettura di un articolo che raccontava di un’anziana signora, la quale nel 1943 fu sorpresa a piazza Municipio da un bombardamento; e prima di infilarsi in un ricovero, supplicò un ragazzo, incurante del pericolo, di correre in quel tal vicolo, poco lontano, per avvertire il marito di non preoccuparsi, perché lei sarebbe tornata a casa viva dopo il suono rassicurante della sirena. «E come si chiama vostro marito?», chiese il giovane. «Della Morte». Questa è Napoli, città che da sempre vive di contrasti, spesso proprio in bilico tra la vita e la morte: la Napoli che dalle rovine della guerra ne trasse una festosa canzone di fratellanza tra i popoli: «È nato nu criaturo niro niro e mamma ‘o chiamma Ciro…» Ed ecco che Sgrosso, con la fede teatrale della sua napoletanità, riveste il dramma della nottata con tocchi farseschi, con poesie leggere, audaci, «infernali», alternandole a brani densi di dolori e di allegorie, di voci sognanti e di sudicio sangue di passione.

Nell’andamento dello spettacolo i sogni sono necessari, perché incredibili e anche divertenti, come quelli narrati nelle commedie di Eduardo. Tuttavia, questi sogni, nell’interpretazione di Sgrosso, non arricchiscono la smorfia, non sollecitano risvolti freudiani, e nemmeno colorano di simpatia la bella cartolina del lungomare con il Vesuvio sullo sfondo, ma anzi servono a creare più forte il contrasto linguistico e sociale per i momenti di lingua tosta e violenta, carichi di espressioni arroventate, create in passato da Viviani e riprese con maestria da Enzo Moscato in maniera più moderna e vulcanica. Espressioni che descrivono Napoli come una città «brutta, sporca, immondissima», dove nidificano e sopravvivono e si organizzano orde di zoccole e scarrafune.

Leit motiv dei contrasti della «Napoli bella» di Eduardo e della «Napoli brutta» di Moscato, proposti da Sgrosso, è la nenia di Concetta: «Lucarie’, Lucarie’ scetate, song’ ‘e nove». Ma Lucariello preferisce dormire, e fa bene. C’è sempre un sonno che accompagna la quiete di certi napoletani, un sonno invidiabile. Ma come è possibile dormire sonni tranquilli, come quelli di Luca Cupiello, se la nottata è ancora davanti ai nostri occhi? E non solo la nottata che descrive, con cruda poetica, Enzo Moscato, ma ogni giorno siamo in guerra: e violenze, e morte, ma anche difficoltà insormontabili, fatiche, e ancora fame e dolore, e ferite sempre. Come si può dormire? Il canto di «Basso napoletano» che mantiene molti suoni dolci, non è una ninna nanna, ma è il canto dell’intera umanità: «Tu staje malata e cante. Tu staje murenno e cante. So’ nove juorne, nove, ca chiove, chiove, chiove. E se fa fredda ll’aria, e se fa cupo ‘o cielo, e tu dint’ ‘a gelo, tu cante e muore». (fn)
____________________
Basso napoletano, variazioni per contrabbasso e voce, elaborazione drammaturgica, mise en espace e voce di Marco Sgrosso. Al contrabbasso, Felice Del Gaudio. Ideazione luci e direzione tecnica, Loredana Oddone. Produzione: Le belle bandiere con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Comune di Russi. Al Teatro Argot, fino al 12 aprile

Foto: Marco Sgrosso (© ???)

Pour vous