31 maggio 2026

«Ago, capitano silenzioso», scritto e diretto da Ariele Vincenti

«Ago, capitano silenzioso» scritto e diretto da Ariele Vincenti

Roma, Teatro Vittoria
30 maggio 2026

«IL SILENZIO È UN’OCCASIONE PER ASCOLTARE»

«Oh Agostino, Ago, Ago, Ago, Agostino gol». Al termine della rappresentazione, lo storico incitamento che per anni ha osannato il capitano della Roma dello scudetto di Falcao, di Pruzzo, di Conti, parte da una sola voce, ma in un attimo il coro diventa quello dell’intera platea, come accadeva (quasi cinquant’anni fa) allo Stadio Olimpico. Qualcuno, durante il nostalgico entusiasmo, solleva le vecchie sciarpe con i colori della Magica, un po’ sbiaditi dal tempo, ma ancora vessilli di una fedeltà incrollabile. È il momento in cui si capisce che Ariele Vincenti, con un monologo, da lui scritto, diretto e interpretato per ricordare Agostino Di Bartolomei, è riuscito a portare in teatro una ristretta brigata di rappresentanti della Curva Sud, autentici Ultrà ora coi capelli bianchi, ma da sempre con il cuore «mezzo giallo e mezzo rosso». Tra loro anche Antonio Bongi che, a soli 14 anni, nel ’72, fondò il gruppo dei Boys, sostenitori assiepati in curva Nord, e che fu tra coloro che nel ’78 rubarono ai tristemente famosi Hooligans dei Reds il ritmo con cui inneggiare Ago.

Ago, capitano silenzioso, più che uno spettacolo, è una rievocazione popolare di un calciatore tra i più amati della capitale e d’Italia; che ieri (30 maggio) è diventata una vera e propria ricorrenza. Un evento che non si poteva perdere al Vittoria, teatro di Testaccio, quartiere romanista per eccellenza che l’8 maggio 1983 divenne il cuore dei festeggiamenti per il secondo sudatissimo tricolore conquistato dalla Roma. Ma la notte del 30 maggio del 1984 fu anche la piazza dove furono versate più lacrime per quella finale persa ai rigori contro il Liverpool, che così vinse, proprio all’Olimpico, la quarta Coppa dei Campioni. E il 30 maggio del 1994, Agostino Di Bartolomei, che nel frattempo si era trasferito in un paese campano, si sparò un colpo al cuore. «Mi sento chiuso in un buco», il messaggio che lasciò.

«Ago, un colpo al cuore»: con queste parole s’apre il ricordo di Giancarlo (personaggio creato da Vincenti), amico e tifoso del calciatore; primo lettore della terribile notizia riportata a tutta pagina dal Corriere dello Sport di quel giorno. Era l’alba del 31 e Giancarlo corse a cercare Sergio, il titolare del bar di riferimento, compagno di tante avventure calcistiche. Così il monologo diventa una sorta di dialogo in cui c’è spazio anche per altre comparsate. Tra i due nasce uno scambio di rimembranze, tra il dolore del momento e la malinconia nostalgica del passato, qualche gioia e pure qualche scazzottata: l’entusiasmo goliardico di quegli anni Ottanta che furono certamente più gioiosi e spensierati. E non solo allo stadio! Insieme ripercorrono i fasti della squadra – le vittorie, le trasferte, i derby contro i cugini biancazzurri – ma soprattutto la memoria corre al campo dell’Omi di Tor Marancia, dove il giovanissimo Agostino cominciò a tirare i primi calci al pallone.

Improvvisamente le voci di Giancarlo, di Sergio e d’una combriccola di immaginari regazzini strillano dalla strada verso una finestra: «Signo’, che è pronto Agostino? Scende?»; e si salta all’indietro nel tempo, al 1965, quando già a dieci anni Ago era diventato un idolo, perché il più bravo di tutti, coi piedi e col silenzio. Il suo essere taciturno era la caratteristica, la dote umana e civile, che lo distingueva dagli altri calciatori, tanto che nel 1979, l’allenatore Liedholm gli affidò la fascia di capitano, perché quando parlava aveva veramente qualcosa da dire. E a quel capitano silenzioso, Giancarlo e Sergio, ai quali poi si aggiunge anche Cesare, lavorano per commemorare il loro amico: pensano a uno striscione da attaccare di fronte alla finestra dove Agostino era cresciuto, in via Francesco Gian Giacomo 12. Ma ci vuole una parola significativa, quella che faccia capire che loro, «DiBa», lo conoscevano bene, meglio di tutti gli altri, e che, in quel gesto estremo, lo avevano addirittura compreso.

Il testo che Ariele Vincenti ha scritto nel 2019, e che da allora porta in giro per l’Italia, ha però un «difetto»: può recitarlo soltanto lui. Sembra questa un’assurdità per le abitudini teatrali che vogliono in scena, vivi ancora oggi, personaggi di duemila anni fa ripetere all’infinito le battute di Eschilo e di Aristofane in cui evocano un racconto, una tragedia, una commedia. Invece, il tifoso quasi borgataro creato da Vincenti, che (in una lingua tra il romano moderno e l’atavico romanesco) ricorda l’amico scomparso, trova le emozioni più forti nelle sospensioni tra una frase e l’altra, laddove riesce a infilare l’impercettibile tempo per un singhiozzo di pianto trattenuto, un sospiro spezzato, un fiato rimasto sospeso nel limbo del dolore. E quella parola scelta – SILENZIO – e scritta a caratteri cubitali su uno striscione (come si usa allo stadio), unico elemento scenico dell’intera rappresentazione, diventa protagonista molto più della finzione teatrale, perché è proprio nelle pause, anche quelle più brevi e soffocate, che si scorge l’anima buona di Agostino Di Bartolomei: lui, semplice come era, con la sua «abnegazione e tanta umiltà» sapeva che il silenzio è un’occasione per ascoltare.

Giancarlo alla fine si toglie la felpa che indossava quella mattina dell’31 maggio 1994 e scompare dietro le spalle dell’attore che mostra al pubblico la maglia del giocatore con il numero dieci. Qualcuno in platea piange: «Totti, sì, è stata tanta roba, ma il mio capitano resta sempre Ago». (fn)
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Ago, capitano silenzioso, scritto, diretto e interpretato da Ariele Vincenti. Disegno luci, Luca Palmieri. Produzione, La Bilancia. Al Teatro Vittoria, data unica

Foto: Ariele Vincenti (© ???)

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