UNA COPPIA IN PROGNOSI RISERVATA
«Cosa siamo disposti a sacrificare di noi stessi per non perdere la persona che amiamo?» È la domanda che Giulia Trippetta pone come postulato che precede l’inizio della contesa in una coppia ormai scoppiata e già in «prognosi riservata», in balia dei tentativi di rianimazione sentimentale da parte degli psicologi. Lui e lei intraprendono un percorso di terapia assai intensiva, oserei dire, per cercare di salvare il salvabile, ma più ai due si chiede di scavare nei meandri dei silenzi accumulati in 18 anni di convivenza e meno possibilità di ricominciare sorgono all’orizzonte. L’idea di portare in palcoscenico, la comune difficoltà di sopravvivenza affettiva, la rinomata crisi di coppia, anche se non è inedita, potrebbe riscuotere consensi. D’altronde le premesse ci sono: entrambi gli attori hanno partecipato allo spettacolo pluripremiato alle Maschere di settembre; entrambi hanno riscosso i successi che meritano in progetti di ottima fattura; entrambi conoscono bene il mestiere e il modo di far teatro. Eppure…
Ubu qui non è il nome di un re medievale, non è neanche il nome del protagonista di un famoso dramma di Alfred Jarry, e non c’è alcun riferimento diretto al premio teatrale che anni fa andava per la maggiore, ma forse proprio a quest’ultimo, forgiandone un acronimo satirico, l’autrice vorrebbe alludere come boutade. Così U.B.U. qui diventa la sigla per Ultime bellicose unioni, che, riallacciandosi alla domanda iniziale, significa ultimi sforzi, anche concitati, per non perdere la persona che amiamo. Perché una separazione è sempre una sconfitta, e più lungo è stato il periodo di convivenza più il fallimento diventa crudele.
Sulla base di questa autentica tristezza di fondo, che comunque s’avverte dal primo istante (perché ci contiene un po’ tutti), il testo di Trippetta si dibatte per tentare di tirar fuori il lato ridicolo, l’episodio comico, l’esasperazione grottesca, e tante altre sfaccettature umoristiche di cui fa parte ogni crisi purtroppo irreversibile. Il paradosso è che talvolta, come nel caso dei due protagonisti, l’amore sussiste e ad esso ci si aggrappa per rendere più straziante il distacco, ma è un amore disperato e non più felice: dunque, tutto il divertimento ipotizzato viene opacizzato da un filtro doloroso. Non basta la verve comica di Rosario Giglio che s’affida un po’ troppo alla classica empatia partenopea, quella che oggi non funziona più come negli anni passati, quando al di là del Volturno diventava una piacevole novità. I video che passano e spassano sui social traboccano di napoletanità e di romanità a buon mercato, e ripetere stereotipi della nostra comicità non soddisfa più nemmeno il gusto di un palato insaziabile.
Giulia Trippetta, che – lo ripeto – sa essere un’ottima attrice, quando in scena si distacca dal ruolo di spalla, trova forza e tonalità per riscattare immediatamente le sue qualità e anche il personaggio ne guadagna in struttura, ma allo stesso tempo mette il partner all’angolo della buffoneria. Questo accade quando si vuol peccare di propria mano; quando, cioè, si pensa di poter fare a meno di un regista che sappia equilibrare scene, parole, toni e soprattutto qualità di movimento. Spostare due dal proscenio al tavolo e viceversa, non è una regia. E questa povertà, tipica del nobile all’improvviso decaduto, mi ha fatto molta più tristezza e più male. (fn)
____________________
U.B.U. Ultime bellicose unioni, scritto e diretto da Giulia Trippetta. Con Rosario Giglio e Giulia Trippetta. Luci, Paolo Manti. Produzione: Flautissimo, in collaborazione con Compagnia Mauri/Sturno. Allo Spazio Diamante, fino all’8 novembre
