«GENERARE UN FIGLIO È PARTORIRE CARNE DA MACELLO»
Se la settimana scorsa ci siamo occupati del bianco cinghiale blasonato di Riccardo III, stavolta il suino di turno, protagonista dell’ultima ideazione fimata Carrozzeria Orfeo, è quello comune: il maiale domestico di cui tutto si mangia e nulla si getta, perché è «tutto buono», finanche il suo cuore che, nella favola illustrata scritta da Chiara Arrigoni, Filippo Capobianco e Francesco Petruzzelli, salva la vita a un uomo ormai anziano, già ricurvo sul bastone, il quale ci narra una storia accaduta quando il pianeta stava per essere liberato dal male grazie all’intervento di un nuovo prodigioso messia, ma il miracolo all’epoca rimase incompiuto. Ora siamo nel 2067 e il male ha preso definitivamente il sopravvento: il mondo è sull’orlo del baratro, eppure qualcosa, 24 anni prima, avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi.
C’è da chiarire che il Cuore di porco, mai dispregiativo fu tanto affettuoso, non è soltanto uno, ma se il primo è il muscolo pulsante che viene trapiantato nel petto di Lucio, vecchio allenatore di tennis, l’altro è certamente metaforico ed è quello che regala la vita a un futuro campione della racchetta, perché sua madre sogna di averlo concepito con un maiale. Un atto che potrebbe far rabbrividire, gridare allo scandalo; ma nelle favole è luogo comune che la maggior dolcezza arrivi proprio dai contrasti più incredibili; pertanto, l’accoppiamento onirico tra la donna e il suino si pone a metà strada tra il mito greco e li cunti vernacolari di Giambattista Basile.
In scena Matteo Belardinelli interpreta più personaggi, affiancandosi al fondale su cui l’animazione di Federico Bassi e Giacomo Trivellini offre, di volta in volta, il disegno dell’ambiente in cui si svolge l’azione. Una finta corsa in strada e la casa si avvicina, il movimento di una mano che spinge l’uscio e la porta si apre, lasciando vedere un interno dove dal soffitto una lampada illumina un tavolo con una bottiglia di vino. Un giovane incappucciato siede a sinistra. Di fronte a lui una sedia attende il vecchio Lucio, nel ruolo di narratore.
Nel capitolo successivo una panchina nel parco sarà il sedile che ospiterà il monologo della puerpera che non vuole partorire suo figlio: lo terrà dentro di sé per diciotto mesi perché il mondo è malvagio, mentre nel ventre materno il piccolo resterà protetto. Non è soltanto una gestazione cautelativa di madre, frutto di un capriccio di mamma, ma è il senso della favola, perché il nascituro sarà il nuovo messia, e diventerà un campione di tennis idolatrato dalle folle, e (come Sinner) riuscirà a dialogare con il mondo attraverso il suo talento e (come lui) avrà un rivale che parla spagnolo (Alcaraz). Tra i due nascerà una profonda intesa, una fratellanza che l’altro, però, sarà obbligato a tradire, non per sua volontà, ma perché il male è inarrestabile e la società famelica stritolerà il campione portatore di bene e di felicità, fino a farlo svanire nel nulla. La felicità al mondo d’oggi non può né resistere, né esistere.
Tuttavia, l’accento spagnolo del giovane atleta, accostato alla lampada disegnata sul soffitto della stanza, il male che nella favola incombe dal principio alla fine, anche se i protagonisti appartengono al distretto del bene, uniti all’assenza di colore nel disegno (grigio), preceduti dal preludio dei maiali che vanno al macello e quindi sezionati: tutti questi particolari mi hanno più volte spinto ad immaginare una nuova Guernica in cui l’umanità smembrata da Picasso è il finale nascosto di una parabola molto più crudele di quel che la favola ha voluto raccontare. Anche se la madre l’aveva predetto: «Generare un figlio è partorire carne da macello». (fn)
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Cuore di porco, di Chiara Arrigoni, Filippo Capobianco, Francesco Petruzzelli. Regia di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti. Supervisione drammaturgica di Gabriele Di Luca. Con Matteo Berardinelli, Massimiliano Setti, Federico Bassi. Illustrazioni e animazioni, Federico Bassi e Giacomo Trivellini. Motion graphic, Gloria Marsaglio., Musiche, Massimiliano Setti. Costumi, Stefania Coretti. Produzione: La Corte Ospitale; Centro Teatrale MaMiMò; Fondazione Campania dei Festival - Campania Teatro Festival. Allo Spazio Diamante, fino al 25 ottobre
