15 ottobre 2026

«Turbati come siamo pallidi di preoccupazioni», di Lucia Calamaro

«Turbati come siamo pallidi di preoccupazioni» di Lucia Calamaro

Roma, Piccolo Eliseo
14 ottobre 2026

«C’È UN GUAIO NEL NOSTRO IMMAGINARIO»

Che il nostro immaginario, al giorno d’oggi, sia bloccato è un dato di fatto che probabilmente pochi di noi hanno già individuato come un problema difficile da risolvere: è vero che ogni tentativo di evasione, volando con la fantasia, viene immediatamente troncato dalle preoccupazioni concrete. Lucia Calamaro cerca di approfondire il discorso aiutandosi con la filosofia di Marc Augé, per il quale i nuovi media, che sfruttano la tecnologia informatica ormai a portata di tutti, generano l’illusione di un eterno presente che scorre a una velocità che ci fa stare costantemente in affanno. Questo cortocircuito toglie alle nuove generazioni la capacità di storicizzare il tempo e, di conseguenza, di progettare il futuro. In pratica un disastro: un mondo condannato a non avere più una visione realistica dell’anno che verrà (tanto per citare Lucio Dalla), perché se da una parte ci si volge al passato per trovare un minimo di conforto, dal lato opposto troviamo un tempo già intasato da un sistema finanziario che precede le nostre aspettative con promesse di benefici che in realtà sono soltanto una presa in giro, come la più fasulla delle pubblicità.

Turbati come siamo pallidi di preoccupazioni, oltre a ricordare (a noi che apparteniamo più al passato che al futuro) i titoli dei film di Lina Wertmüller, è una commedia postmoderna, composta da uno squinternato soliloquio che fa da prologo e prosegue per quadri che trovano una logica tradizionale (quando tutto si risolveva attorno a un tavolo) soltanto nella seconda parte: quando una coppia di disagiati, economicamente disagiati, si avventura alla ricerca burocratica di un aiuto statale per sbarcare il lunario. Lui (Daniele Parisi) è «un personaggio massimalista ad ampio spettro di immedesimazione» (così si autodefinisce), lei (Gioia Salvatori) – dice – fa parte della «borghesia illustrata», ma, a dirla in soldoni, insieme fanno la fame. Malgrado il dottorato di lei e la passione che lui ha per Balzac, si ritrovano in un ufficio pubblico davanti alla tabella degli aiuti statali alle famiglie: un rebus farneticante per chiunque implori il diritto al contributo sociale. Da questa scena, che trova in Barbara Chichiarelli l’alter ego di un deus ex machina che invece di risolvere i problemi li aumenta, sbandierando l’ignavia amministrativa dello Stato, s’intuisce quanto l’autrice ami smontare le regole della narrazione classica, usando l’umorismo a singhiozzo per riflettere sulla mancanza di certezze della società contemporanea. Ogni pensiero resta sospeso, le scene sembrano non arrivare mai a conclusione, eppure, con un po’ di fatica e qualche stupore, sull’onda di una inquietante «ontologia», si riesce a intravedere un dramma familiare tipico del passato, mai sconfitto nel presente e già riflesso nell’avvenire. La povertà.

Il testo che in chiave seducente, schernisce la realtà, ride dei nostri disagi e allerta le ultime generazioni a non abbassare la testa di fronte al potere finanziario delle banche, che alimentano lo strozzinaggio, vive della bravura dei due protagonisti (Salvatori e Parisi), che recitano sempre mantenendo intatto l’equilibrio tra il comico e il poetico, tra il surreale e la boutade, riuscendo a conservare inalterati i loro caratteri anche quando fanno crollare il muro della quarta parete per rivolgersi direttamente agli spettatori, premiando i più fortunati con qualche casta carezza: a proposito, ringrazio Gioia per la sua delicatezza!

Ora però mi chiedo per quale motivo chi si siede al tavolo di regia, in una sala acusticamente perfetta, come quella del Piccolo Eliseo (che grazie ad Alessandro Longobardi quest’anno ha riacceso le luci e ritrovato il calore del pubblico), avendo a disposizione tre bravi attori trova il coraggio di privarli della loro voce naturale, appiccicandogli sul viso osceni microfoni che deturpano ogni sensibilità di recitazione? Gli attori studiano e faticano per imparare a portare la voce in platea, per respirare correttamente, per timbrare le parole, per prendere le distanze dai disagi fonetici, e i registi non si accorgono del male che fanno loro, imponendogli una voce finta. Ma soprattutto, perché il pubblico deve sentire le voci provenire da una cassa laterale che li priva della genuinità della naturalezza sonora che il teatro offre grazie all’armonia di un boccascena? Oltretutto, in questo caso, la regia non si rende conto che con il microfono mette sullo stesso piano di recitazione sia gli attori che la voce fuori campo, la voce della preoccupazione (un errore grossolano!), che di tanto in tanto interviene registrata e giustamente amplificata. Quella sì che ha un senso, ma con gli attori, signori registi, abbiate pietà e lasciategli la loro voce che è parte della loro dignità. (fn)
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Turbati come siamo pallidi di preoccupazioni, scritto e diretto da Lucia Calamaro. Con Barbara Chichiarelli, Daniele Parisi, Gioia Salvatori. Scene, Fabiana Di Marco. Costumi, Elisa Pensa. Disegno luci, Gianni Straropoli. Produzione: Viola produzioni. Al Piccolo Eliseo, fino al 25 ottobre

Durata: 90’
Con microfoni insensati

Foto: Barbara Chichiarelli, Daniele Parisi, Gioia Salvatori (© Di Benedetto)

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