22 ottobre 2026

«Sei personaggi in cerca d’autore» di L. Pirandello (regia, G. Ferro)

«Sei personaggi in cerca d’autore» di L. Pirandello (regia, G. Ferro)

Roma, Teatro Quirino
21 ottobre 2026

NATI PER LA SCENA, MA CON I MINUTI CONTATI!

«Chi sono lor signori? Che cosa vogliono?», intima il capocomico ai sei che arrivano dalla platea.
«Siamo qua in cerca di un autore», risponde l’uomo in bombetta.
«D’un autore? Che autore?»
«D’uno qualunque, signore.»
«Ma qui non c’è nessun autore…»
Davvero poco male, stavolta, che non ci sia un autore, visto che anche i personaggi latitano. Fanno capolino con le loro ombre nere, vestiti a lutto, ma poi, appena conquistata la ribalta, si spengono in piccole voci, come fossero intimiditi dalla sontuosità del palcoscenico. Eppure, secondo Pirandello, sarebbero nati per la scena!

Guglielmo Ferro, regista di questa edizione un po’ grigia e un po’ svogliata, ignora la didascalia iniziale, pertanto gli spettatori, entrando nella sala del teatro, trovano il sipario chiuso: un’incoerenza, perché poi, quando comincia lo spettacolo e la tela scopre la scena, il pubblico si trova di fronte a una compagnia teatrale in prova di riscaldamento. Il «direttore» – segno che siamo in un tempo ormai remoto e i costumi lo confermano – ancora non si è visto; la prima attrice arriverà a breve, anche lei dalle quinte e non dal corridoio di sala, e senza cagnolino. Sono ragguagli che, rispetto alle indicazioni che Pirandello dà nelle didascalie, potrebbero anche esser rinnovati, modificati – non c’è nulla di male a cambiare i suggerimenti dell’autore – se non ché queste spicciole innovazioni non mirano a trasformare, a rinnovare, a spiegare quel che il regista ha osservato di particolare nella sua «nuova» lettura, ma hanno soltanto il fine di ridurre il testo per guadagnar tempo, di togliere ninnoli per spogliare la grandezza di un’opera colossale. Tre atti condensati in appena 80 minuti. «Ma se è tutto qui il male»: nei minuti che oggi in teatro si contano più delle parole!

Leone Gala non fa in tempo a sbattere le uova, anzi le uova non esistono. Guido Venanzi non si vede, Filippo detto Socrate non c’è. Manca quasi totalmente «Il giuoco delle parti», non c’è neanche l’inizio della scena che è la preparazione all’immobilità; quindi, cade il contrasto metateatrale tra la fissità della finzione esasperata e lo scompiglio ricreativo che portano i sei personaggi nell’eterno movimento generato dalla loro realtà. In pochi minuti gli errori si accatastano come le poltroncine che lo scenografo ha ammucchiato in palcoscenico senza una vera ragione (perché non vengono mai usate, mai guardate, eppure sono ingombranti. E quell’ammasso di vecchi sedili di platea diventa il simbolo cimiteriale della partecipazione dei sei personaggi, che qui recitano con indolenza la parte di se stessi senza mai trovare la giusta energia che sostenga la loro essenza più della loro ragion d’essere. Ciascuno parla per sé e mai per creare una situazione emotiva: dobbiamo noi uscire dalla conoscenza del dramma e dei suoi risvolti pirandelliani (a molti ormai risaputi) per osservare quanto questi sei siano guidati esclusivamente da una logica letteraria e poco teatrale.

Sono sei personaggi senza interesse artistico, ossia sono concentrati esclusivamente sul fatto (con l’eccezione del figlio che, da copione, è disinteressato anche a questo) e nessuno bada a quel che realmente è, a quel che essi rappresentano per la scena. Il regista forse ha sottovalutato l’importanza dell’essere personaggio vivo, cosicché ogni riferimento scritto da Pirandello per enfatizzare questo miracolo scenico viene dato per scontato ed è sempre l’attore che recita e mai il personaggio che vive. Per cui la loro disperazione è racchiusa in un unico sciagurato episodio a cui tutti sono rimasti «agganciati e sospesi» (un incauto taglio che fa male al cuore) e nessuno si sofferma sul dramma che ciascuno vive per non essere rifiutato dal mondo dell’arte scenica.

Il padre che dovrebbe essere un raisonneur e che con la sua affabulazione dovrebbe trasportarci in un mondo di parole seduttive per carpire la nostra benevolenza (un’operazione contraria e riuscitissima è stata fatta lo scorso anno da Binasco), si perde continuamente nel tentativo di recuperare il filo della trama familiare, a discapito della lucidità ammaliatrice che tagli e recitazione hanno bruciato. La figliastra è fisicamente inadatta al ruolo, non è spavalda, non è impudente, la su a risata è troppo piccina: quando racconta di «quello che è avvenuto di molto intimo» nel retrobottega di Madama Pace, è già finzione, come quella che lei stessa vedrà poco dopo quando la scena sarà ripetuta dagli attori. E Madama Pace, a parte una semplice ed encomiabile apparizione, risulta incapace di creare un’atmosfera, non per colpa sua, ma perché la regia non la prevede.

E la madre – oddio, la madre «costantemente atterrita», anche troppo! – è l’unica che sembra seguire le indicazioni d’apertura restituendo «l’impressione della figura costruita per arte e fissata immutabilmente nell’espressione del proprio sentimento fondamentale». Solo che Pirandello scrive che dovrà avere sempre gli occhi bassi, invece ogni sortita diventa lirica, audace, temibile come una leonessa allo sbaraglio. E quando al finale il suo bambino si spara, il ruggito profondo ricorda quello della sventurata posseduta dal demonio in un famoso film. Tutti fuggono: sipario. (fn)
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Sei personaggi in cerca d’autore, di Luigi Pirandello. Regia di Guglielmo Ferro. Con Cesare Bocci (Il padre), Melania Giglio (La madre), Marta Gastini (La figliastra), Filippo Rusconi (Il figlio), Laura Capitani (Il giovinetto), Nicole Pietrarelli / Laura Rita (La bambina), Serena Marinelli (Madama Pace). Mario Scaletta (Il capocomico), Beatrice Coppolino (La prima attrice), Alfio Belfiore (Il primo attore), Anastasia Bonarrigo (L’attrice giovane), Enrico Spelta (Il direttore di scena), Domenico Sorrentino (Il suggeritore). Altri componenti della compagnia: Cristina Conigli, Letizia Garaffa, Marta Pappalardo, Giuliana Pizzuti, Umberta Somma. Scene, Fabiana Di Marco. Costumi, Alessandra Benaduce. Consulenza musicale, Massimiliano Pace. Produzione: Teatro Quirino Centro di produzione. Al Teatro Quirino, fino al 1° novembre

Durata: 80’
Senza microfoni

Foto: «Siamo qua in cerca d’un autore» (© Riccardo Bagnoli)

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