VALLE, SEMPRE VALLE, FORTISSIMAMENTE VALLE
Alle 20 e due minuti le luci di sala si spengono. In quei pochi secondi di buio, prima che i riflettori in palcoscenico si accendano, il cuore del Teatro Valle riprende a battere dopo oltre 16 anni di silenzio. Una sospensione troppo lunga da quando nel maggio del 2010 fu soppresso l’Eti, malgrado il tentativo di un gruppo di lavoratori dello spettacolo che, dal maggio 2011 all’agosto 2014, hanno improvvisato una discutibile occupazione, cominciata maluccio e finita molto peggio. «Un’esperienza di partecipazione culturale e civile», è stato detto in apertura di conferenza stampa. Sarà! Il Valle, comunque, ieri, è stato restituito alla città e al mondo intero, e le polemiche sul passato non servono più a niente. Il sindaco ha ufficialmente consegnato le chiavi a Luca De Fusco che ora può gestire la quarta sala del Teatro di Roma. Inaugurato, con una struttura lignea nel 1727 per conto della famiglia Valle, oggi lo storico teatro riprende la sua attività intitolato a Franca Valeri, che da autrice (oltre che da attrice) vide realizzate su questo palcoscenico quasi tutte le sue opere.
Tuttavia, la memoria più vivida che il Valle conserva resta agganciata a quei Sei personaggi in cerca d’autore che Luigi Pirandello portò in scena il 9 maggio del 1921 con la compagnia di Dario Nicodemi e con Vera Vergani prima Figliastra. C’è una targa a ricordarlo all’ingresso. Capolavoro inossidabile, testo più importante della letteratura teatrale moderna, l’opera più rivoluzionaria che abbia conquistato i palcoscenici dell’intero pianeta, quella a cui tutti noi, amanti del teatro, siamo maggiormente legati. «Sei personaggi…» è un inno al caos, è il più razionale elogio del disordine, la sovversiva celebrazione della sregolatezza della vita artistica, dove la finzione si mescola di continuo con la realtà e viceversa – che è il sogno di tutti noi teatranti: vivere con la fantasia illuminata e poter giocare con l’evidenza quotidiana. Pirandello, attraverso l’intuizione artistica dei suoi personaggi, ci mostra l’anima viva del teatro, il meccanismo che ogni sera genera il gioco in palcoscenico, quando l’attore cede parte di sé al sentimento di un fantasma che chiede soltanto di vivere per un momento in un corpo qualunque.
Francesco Piccolo, a cui è stato affidato il compito di inaugurare il nuovo palco del Valle «Franca Valeri», per l’occasione ha indossato lui i panni del personaggio per poter ripercorrere la follia di quei sei che nel 1920 andarono a tentare un autore che non li volle, ma anzi li discacciò dall’ipotesi di un romanzo, per poi ritrovarseli «a mezzo servizio» (perché non rappresentati) in un’opera teatrale che divenne, se non la più allestita di sempre, certamente la più discussa. Qualcuno potrebbe obbiettare che Piccolo, bravissimo nella sua totale incapacità recitativa, non essendo un attore, non abbia i mezzi per potersi calare nella parte di personaggio, invece, subito dopo un brano letto – malissimo – al leggio (un sunto della prefazione di Pirandello alla sua opera), è diventato irreprensibile personaggio maestro, il quale utilizzando l’arteficio della sapienza, quella che solo un approfondito studio riesce a donare, s’è innalzato con leggerezza dalla palude noiosa che, sin dalla mattina, autorità comunali e regionali avevano percorso a rilento con chiacchiere ripetitive e ricche di ringraziamenti pubblici che potevano tranquillamente scambiarsi in privato. Una replica di questa scialba e lunga introduzione istituzionale è stata condensata anche prima della performance di Piccolo.
«Chi era Sancho Panza?» chiede a un certo punto, il personaggio Padre. E il maestro Piccolo ce lo spiega con l’innocenza di un bambino, senza nemmeno porsi la domanda: «Sancho Panza è colui che nel secondo libro dell’opera di Cervantes consegna a Don Chisciotte il primo volume già stampato delle loro avventure», cosicché i due protagonisti diventano consapevoli di essere personaggi: e Pirandello ringrazia per il suggerimento letterario con una dedica soffusa inserita nel primo atto. E poi racconta dell’ossessione della moglie Antonietta che vedeva nella figlia la sua rivale in amore, tanto da supporre che – udite, udite – andasse a letto con l’illustre padre. E al contempo elogia Pirandello che trova il coraggio e il modo di portare sul palco quella inverosimile scena incestuosa che soltanto l’urlo della Madre interrompe a tempo. Con la censura che vigeva all’epoca, l’autore non avrebbe potuto trovare altro rimedio che accennare all’intenzione di un atto considerato tabù, senza mai nominarlo. E sempre con leggerezza, Francesco Piccolo ci fa sorridere svelandoci la verità sullo strambo linguaggio di Madama Pace: Lietta, la figlia, per allontanarsi dalla madre, vola in Cile con il suo novello sposo, e di questa lontananza il padre ne prova una tale nostalgia che sigilla con un anomalo spagnolo il settimo personaggio, unico vero carnefice dell’intera opera, visto che gli altri sei sono tutte vittime delle loro stesse incomprensioni. Incomprensioni che nella platea del 1921 diventarono motivo di liti, di sputi, di oggetti lanciati sul palco, di minacce.
Il sipario si chiude, la commedia è finita, e in ribalta il racconto diventa cronaca di quel debutto che qualcuno, tra le urla, definì «Manicomio»: il caos che era in prima sul palco scivola giù in platea. Piccolo, su sfondo rosso, appare più grande, e con quel particolare difetto di pronuncia il suo maestro acquisisce magnetismo: s’accende di enfasi e i fatti dell’epoca, quelli più confusi accaduti tra gli spettatori in subbuglio, si trasformano nella descrizione di una rissa comica con donne in pelliccia nel mese delle rose: ancora la finzione sembra voler continuare a giocare con la realtà, tanto che la folla che era in teatro coinvolgerà l’intera cittadinanza che confonde la sommossa notturna contro Pirandello con le proteste per la campagna elettorale. La politica cerca da sempre di prendere il sopravvento, ma i personaggi politici non sono affascinanti come quelli pirandelliani: le loro finzioni sono menzogne e le loro realtà non sono mai le nostre.
Postilla: vorrei dedicare questo articolo a Francesco Siciliano, che se in mattinata è stato l’unico a usare il palcoscenico da attore provando, senza microfono, l’acustica del teatro, in serata l’ho sentito commosso ricordando suo padre. Il titolo da me scelto, «Valle, sempre Valle, fortissimamente Valle» è una leggera storpiatura di quello che accompagnava il commento (1978) scritto da Enzo Siciliano per Romolo Valli, che anni prima fu, proprio al Valle, nel 1963, uno straordinario Padre pirandelliano; così come Mariano Rigillo nel 1988 che ieri sera sedeva in platea, e come Gabriele Lavia nel 2014, anche lui presente. (fn)
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La sera della prima. Sei personaggi in cerca d’autore al Teatro Valle, di e con Francesco Piccolo. Produzione: Teatro Stabile di Roma (Teatro Nazionale). Al Teatro Valle, fino a domenica 18 ottobre
