05 ottobre 2009

Antonio Ghirelli su «Bischizzi»

Antonio Ghirelli

LA SENSAZIONE URTICANTE DEI «BISCHIZZI»

Al lettore distratto, questi Bischizzi di Fausto Nicolini possono sembrare una festa di fuochi d’artificio, una tempesta di brevi lampi nel buio, accesi per divertimento da un artista dispettoso. A leggere meglio, però le quartine e gli endecasillabi dei quali parla nella sua geniale introduzione Lino Angiuli, rivelano l’amarezza profonda di un ancor giovane intellettuale ed uomo di teatro, che scopre di trovarsi in un’epoca disadorna di ideali e di valori, un’epoca di crisi nella quale – come avrebbe detto il Papa polacco – si avverte dolorosamente e talora sdegnosamente la mancanza di una «visione», cioè di una percezione e sistemazione della realtà in un progetto spirituale, politico e storico ben definito.
È come se il «Guarracino» in cui si identifica l’autore del libretto di poesie che Michelangelo Camelliti ha pubblicato in una edizione semplice ma elegante, nuotasse in un mare senza pesci e senza bagliori di luce. Una sensazione urticante.

Antonio Ghirelli

22 giugno 2009

«Scovando l’uovo» di Vincenzo Mascolo

IL SOFFUSO CONTROCANTO DI MASCOLO

Dalle primissime parole che Mascolo usa nell’introduzione alla sua nuova raccolta poetica non si può (e non si deve) sottovalutare l’enorme rispetto che l’autore ha nei confronti del proprio lettore. E allora io mi metto nei panni del lettore, quale d’altronde sono, e scrivo in prima persona. Vincenzo Mascolo avvisa che le introduzioni spesso mettono a disagio chi si appresta alla lettura di un volume, ma – ci fa capire, chiedendoci quasi scusa – che stavolta non se ne può fare a meno. Egli è, in un certo senso, costretto dall’argomento affrontato: toccando «problematiche così complesse e delicate, in molti casi addirittura drammatiche». Io, lettore, mi spavento un po’ e corro più attentamente a osservare la copertina e rileggo: Scovando l’uovo. Sì, è a tutti gli effetti un libro di poesie, ma il sottotitolo tra parentesi (appunti di bioetica) potrebbe forse allarmarmi, sicuramente mi accende qualche sospetto. Allora Mascolo, con le sue parole, cerca di prevenirlo, preparandomi e accompagnandomi alla degustazione delle quartine, portandomi a braccetto per qualche pagina in cui riassume in breve una precisa e chiarissima dottrina sulla storia letteraria della bioetica, non senza qualche considerazione personale.

14 giugno 2009

LA POESIA: «Sacco & Sacchetti Blues»


Roma, 12 gennaio 2008

Sacchi colmi di rifiuti e sacchetti della spazzatura
sacchi avvelenati, conseguenza di una congettura
ma soprattutto sacchi di sinistra e sacchi di destra
monotoni sacchi lordi della solita minestra
Sacchi corrotti impiegati della buoncostume
e viscidi sacchetti figli di pattume
sacchi traboccanti solidi urbani ed extraurbani
ma anche sacchi proletari ed extracomunitari
Non mancano i sacchi della malavita
e quelli in cerca di una buonuscita
Lì, con l’obbligo di firma, tre sacchi cattivi
altri due dispersi, evasi con gl’incentivi
E poi sacchi di fantocci ammaestrati
sorridenti in attesa di essere indagati
Qualche sacco in borghese, stile inglese
sacchi ribelli e sacchi meno belli
Sacchetti ridotti alla miseria e sacchi sfondati
ricchi esagerati che calpestano quelli condannati
Sacchi d’importazione e sacchi senza filtro
Sacchi in attacco sacchi in difesa e schierati a zona
sacchi in contropiede e sacchi di rigore
sacchi vuoti obbligati a far rumore
Sacchi al dente e sacchetti al pomodoro
sacchi al forno che sono un capolavoro
sacchi indipendenti e del dopolavoro
tutti in preda al declino di ogni decoro
Uno solo trascurato, abbandonato, maltrattato
differenziato perciò diseredato e gonfio d’amarezza:
è l’unico autentico sacco d’ ’a munnezza


© Fausto Nicolini

Da «Bischizzi», LietoColle (2009)

06 aprile 2009

«La famiglia dell'antiquario» di Carlo Goldoni

Roma, Teatro Argentina
28 marzo 2009

SONATA PER STREHLER:
ALLEGRO CON BRIO MOZARTIANO

Nell’ambiente teatrale spesso si sentono ripetere frasi, trite e ritrite, che risalgono alla notte dei tempi. Una di queste, la cui origine però può essere rintracciata in epoche più recenti, suona così: gli abbonati hanno ucciso il teatro. Il qualunquistico modo di dire debuttò negli anni Settanta, quando la politica gestionale delle sale aprì a investimenti rapidi e sicuri promuovendo prevendite di biglietti per l’intera stagione: non si vuol dire che i signori abbonati siano degli «assassini» o siano stati chiamati per distruggere i teatri (sarebbe eccessivo!), ma significa che l’istituzione dell’abbonamento ha portato una malaria impiegatizia anche dove se ne sarebbe fatta volentieri a meno. Non so se lo stesso spento atteggiamento abbia contagiato gli abbonati dell’intera nazione, ma a Roma più i teatri sono storici più il pubblico sa di naftalina, è inespressivo: raggiunge la platea senza troppi entusiasmi; già nel foyer sembra costretto a un sacrificio, abituato com’è a restare seduto a casa in poltrona a fare zapping e soffermandosi su quei programmi in cui si litiga per un nonnulla.

05 febbraio 2009

«Don Chisciotte» di Franco Branciaroli

Roma, Teatro Argentina
27 gennaio 2009

UNA INDIMENTICABILE SERATA CON VITTORIO E CARMELO

È un raffinato giocoso pretesto il Don Chisciotte proposto da Franco Branciaroli che rende doveroso omaggio a due suoi grandi amici. È uno spettacolo costruito sul filo del privato, quasi un’esigenza intima di dar voce a due geni del palcoscenico di ieri. Branciaroli lo abbiamo imparato a conoscere: sa essere uno straordinario attore. Nessuno, più di lui, nell’ultimo ventennio, seppe cogliere meglio l’animo di Otello; e, pur se difficile da immaginare, arrivò a sfiorare con atteggiamento poetico quello di Medea; incantevole spregiudicato in «Finale di partita». Fin qui Branciaroli, come attore, s’è sempre sacrificato, reprimendo parte di se stesso, per mettersi al servizio dei personaggi; in questo «Don Chisciotte» (spettacolo da lui ideato, costruito e diretto, oltre naturalmente che interpretato) s’è invece immolato per portare in ribalta – prima di ogni altra cosa – i valori dell’amicizia e della gratitudine.

29 gennaio 2009

«Il laureato», tratto da Terry Johnson

Roma, Teatro Quirino
24 gennaio 2009

GIULIANA DE SIO, AFFASCINANTE E DIVERTENTE MRS. ROBINSON

Se facciamo finta di ignorare che il laureato (minuscolo perché non mi riferisco al titolo) è un personaggio creato dalla penna di Charles Webb nel 1963 («The graduate»), prima ancora di diventare un simbolo della cinematografia americana, nessun sapientone ci prenderà mai sul serio. Tuttavia fare paragoni, sia con il romanzo che con la pellicola (che è del ‘67) di Mike Nichols che consacrò Dustin Hoffman, non è il miglior passo per cominciare la recensione di uno spettacolo presentato quasi mezzo secolo dopo il suo battesimo letterario. Questa versione italiana firmata Antonia Brancati e Francesco Bellomo, e targata alla regia da Teodoro Cassano 2008/’09, ha gambe fresche e robuste per poter camminare da sola e non ha bisogno di passare al vaglio di altre riscritture precedenti.

15 dicembre 2008

LA POESIA: «Il poeta»

Vito Riviello, ritratto da Rocco Grieco


 

Al bar c’è un tipo strano: è un poeta
Non è vecchio, peccato che l’abbiano
già tumulato in biblioteca

Roma, 14 settembre 2005 

© Fausto Nicolini



Tratta da «Quelle che smuovono...», 
Campanotto Editore (2007)

 



12 dicembre 2008

«La tragedia di re Lear», regia di Marco Sciaccaluga

Eros Pagni

Roma, Teatro Eliseo, novembre 2008

UN LEAR DI RARA DOLCEZZA SOTTO LA TENDA DI GENGIS KHAN

Per i nostalgici di un certo tipo di teatro quasi scomparso è commovente realizzare che, al giorno d’oggi, esistano ancora registi sostenitori della quarta parete: quel muro immaginario posto tra palco e platea. Fu abbattuto, ormai, molti anni fa con l’avvento del varietà, per esigenze di relazioni tra artisti e avventori. Era però, quello, un genere teatrale assai differente, e non aveva nulla a che vedere con il teatro classico: gli attori del varietà avevano bisogno di confrontarsi direttamente con gli spettatori e gli spettatori con gli attori. Non a caso fu inventata la passerella che si addentrava in sala, spesso abbracciando l’intera buca dell’orchestra. I comici del varietà si rivolgevano sempre al pubblico, cercavano il suo appoggio; e dalle reazioni della platea improvvisavano duetti inediti, battute nuove. Questa abitudine ha portato poi i cattivi registi a considerare (vivo e creativo, secondo i loro principi “neo-confusi”) il confronto con gli spettatori anche durante la rappresentazione di spettacoli di prosa. È vero che la commedia, specie quella goldoniana, con gli a parte così soventi e sferzanti, offre molti spunti per coinvolgere il pubblico; è vero pure che i sempre più riproposti monologhi sono dati in pasto a una platea che spesso soffoca senza rendersene conto, ma negli ultimi anni attori, mal governati da registi sempre più improvvisati, entrando in scena guardano, chissà perché, spudoratamente dalla parte degli spettatori, e a loro enunciano sconsideratamente le battute, non tenendo più conto né della quarta parete – l’educativa quarta parete, antitesi della telecamera – né del collega a cui un autore ha offerto l’altra metà del dialogo.

09 dicembre 2008

«Concha Bonita» di Arias/Piovani/Cerami

Roma, Ambra Jovinelli
2 febbraio 2005

UN CALCIATORE CHE DECISE DI PASSARE A «VITA MIGLIORE»

Spettacolo che da alcune stagioni è diventato un appuntamento fisso per gli affezionati dell’antico Ambra Jovinelli di Roma. Stavolta, però, la novità: se finora si è recitato in lingua originale (lo spagnolo) adesso è giunta la versione italiana. Ma la primadonna, Alejandra Radano, una giovane bruna, bravissima e molto spigliata, è rimasta sudamericana purosangue e parla un impetuoso italiano tempestato di pampa. Dopo lo spettacolo, nei camerini, l’attrice mi ha confessato di essere venuta a Roma dall’Argentina quando debuttò 4 anni fa sullo stesso palcoscenico e, affascinata dal nostro Paese (non è l’unica ad amarlo; sì, finché non si ha un passaporto italiano, resta una nazione da amare con passione!), qui è rimasta.

Adesso l’accoppiata vincente Piovani-Cerami l’ha praticamente adottata confezionandole una traduzione su misura e regalandole la parte della protagonista, quella che nelle precedenti versioni non aveva. Alejandra ama viaggiare, le piace recitare, ed essa stessa ha deciso di girare il mondo guadagnandosi da vivere con il suo mestiere. Dove andrà, là reciterà… Mah! Evidentemente non ha capito che il mondo assomiglia affatto all’Italia, né l’Italia al mondo. Si scotterà o si bagnerà, chi lo sa… Noi, naturalmente, le auguriamo il meglio.

07 dicembre 2008

LA POESIA: «Navigare»


Roma, 21 agosto 2005

Lasciarsi cullare sull’eco infinita dell’onda: una danza
antica per assaporare il fascino del disagio
come l’appoggio precario della frase d’un adagio
ma anche l’elegante dondolio di una speranza
che brulica tra un ricordo e una fantasia,
il sogno primordiale che avvolge e fugge via

Poesia e foto © Fausto Nicolini


Da «Quelle che smuovono...», Campanotto Editore (2007)

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