16 febbraio 2026

«La rigenerazione» di Italo Svevo (regia, V. Santoro)

«La rigenerazione» di Italo Svevo (regia, V. Santoro)

Roma, Teatro Quirino
15 febbraio 2026

GIOVANNI CHIERICI, PERSONAGGIO DI UN TEMPO TROPPO DISTANTE

Tra i temi fondamentali delle teorie letterarie di Italo Svevo c’è quella, più volte citata dallo stesso autore triestino, che tutti gli uomini debbano rappresentare la loro epoca e di conseguenza ogni personaggio descritto è una testimonianza del tempo vissuto. Ed è il motivo principale per cui le sue creature (a cominciare da Zeno Cosini) risentono di un passato difficile da rigenerare. Temo, tuttavia, che fare una critica aggiornata a Svevo sia del tutto fuori luogo: per quanto sia innegabile che faccia parte della schiera dei nostri maggiori scrittori del tardo ‘800 e primo ‘900, è altresì veritiero che la sua produzione teatrale è ormai legata a una certa vetustà di stile, di argomenti e di influenze. E oggi che anche le quote freudiane sono cadute in ribasso, se ne avverte ancor più l’anacronismo. Risulta addirittura arduo individuare una valida motivazione che giustifichi il nuovo allestimento de La rigenerazione (commedia del 1927) interpretata da Nello Mascia e diretta da Valerio Santoro.

Proprio l’invecchiamento è il tema dell’opera: Giovanni Chierici, il protagonista, ossessionato dal decadimento fisico – più volte si dice che ha 76 anni – e dai limiti imposti dalla società, allora spietata nei confronti degli anziani, cerca, tramite un’operazione chirurgica, di ritrovare la giovinezza per fuggire la vecchiaia che vede come una malattia. Nel testo trapela una certa ironia che però fatica a rompere il muro del tempo. Ma soprattutto in scena si vede quanto di più obsoleto il teatro abbia espresso nell’ultimo ventennio: a cominciare dalla scena, dall’arredo, dalla disposizione dei mobili. Luigi Ferrigno, scenografo, tenta con un colpo di giovinezza di ravvivare la visione costruendo un giardino intorno alla stanza dove si svolgono i tre atti, ma purtroppo la regia non riesce nemmeno a illuminare a dovere il verde circostante. Detto tra di noi: se la scena prevede una grama verdura che incornicia la sala, perché nasconderla nella penombra? E perché non sfruttarla meglio? Anche il disegno delle luci di Cesare Accetta non sembra all’altezza della sua inventiva. Gli ho visto far di molto meglio!

Evidentemente la mano della direzione s’è lasciata ammansire dal clima verboso del linguaggio piano di Svevo, dai suoi ragionamenti oggi certamente un po’ sciapi e tortuosi (mai affascinanti nella loro esposizione, come invece accade per i pirandellismi). È parso, insomma, che la regia arrivasse direttamente dalle polveri del copione del ‘27: movimenti da vecchio teatro ottocentesco con il primo attore sempre al centro e rivolto al pubblico, camminate lente e ripetitive che generano un circolo ozioso. Un solo ingresso alla sala, per esempio, in una commedia dove i personaggi entrano ed escono con un flusso ininterrotto, è assai rischioso per la monotonia dell’andirivieni: l’occhio dello spettatore è continuamente allineato sulla stessa perpendicolare, al centro per ascoltare il protagonista, al centro (ma appena più dietro) per scoprire il nuovo entrato. Quasi tre ore di spettacolo, beninteso! Una regia appena più moderna dovrebbe sollecitare il pubblico a lievi movimenti del capo, da destra a sinistra, così da evitare quelli più bruschi verso il basso: il famoso tracollo da pennica!

Una tiepida sonnolenza che vien destata nel secondo tempo da un terremoto scenico: i muri della stanza salgono su in alto verso la graticcia, tirati da cavi motorizzati, la pedana si apre per fa avanzare un albero e come in una allegoria Chierici dialoga con l’immagine della moglie. Un marchingegno la cui spesa sinceramente non giustifica l’effetto. La recitazione non è stata molto più convincente della parte visiva. Roberta Caronia, Alice Fazzi e Nicolò Prestigiacomo, anche se si son dovuti adeguare alle stantie indicazioni generali di Santoro, sono riusciti a disegnare personaggi completi di una vitalità un po’ più brillante, dove anche l’emozione ha aiutato a ravvivare lo smalto della vicenda. Che la gioventù alimenti la rigenerazione anche in palcoscenico è un dato di fatto ineccepibile. Dispiace tantissimo dover constatare che gran parte della responsabilità del torpore sveviano sia da attribuire a Nello Mascia, che interpreta un vecchio che s’abbandona alla vecchiezza, anziché trovare il riscatto nella forza rigenerativa, quella che offrirebbe al testo l’opportunità di tirar fuori il lato ridicolo della situazione, e di accarezzarne il sarcasmo. Ne esce un personaggio fragile, divorato dai sensi di colpa e svuotato di ogni stabilità, al punto che la tanto auspicata operazione rigenerativa sembra essere un rimedio della sua fantasia sostenuto dalla malignità altrui. 

Purtroppo, il momento più vivace della serata è stato bruciato all’inizio, quando il miagolio di un piccolo felino che, lo si è capito dopo, doveva provenire dalla quinta di destra, fuori la finestra, a causa della solita equivoca amplificazione, posta in proscenio, davanti al sipario, ha fatto sì che alcuni spettatori cercassero un gatto tra le poltrone della platea. Altri hanno pensato al solito inopportuno cellulare dal trillo miagolante. Se l’episodio fosse accaduto alla fine del primo atto sarebbe stato di gran sollievo. (fn)
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La rigenerazione, di Italo Svevo. Regia di Valerio Santoro. Con Nello Mascia (Giovanni Chierici), Roberta Caronia (Emma Ricca, la figlia), Matilde Piana (Anna, la moglie), Alice Fazzi (Rita, cameriera), Nicolò Prestigiacomo (Fortunato, chauffeur), Massimo De Matteo (Enrico Biggioni), Mauro Parrinello (Guido Calacci, nipote di Giovanni), Roberto Burgio (Dottor Raulli), Roberto Mantovani (Signor Boncini). Scene, Luigi Ferrigno. Costumi, Dora Argento. Musiche, Paolo Coletta. Suono, Hubert Westkemper. Luci, Cesare Accetta. Produzione: Teatro Biondo di Palermo, Teatro Rossetti Stabile del Friuli Venezia-Giulia. Al teatro Quirino, terminato

Con microfoni

Foto: Nello Mascia e Roberta Caronia (© Tommaso Le Pera)

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