PERÒ, ALMENO, NON AVEVANO IL MICROFONO!
Difficile per il critico recensire quel che s’è visto ieri sera al Teatro Vittoria. Ogni spettacolo va giudicato secondo un criterio di appartenenza: la tragedia greca non può essere valutata come la commedia goldoniana, eppure entrambe fanno parte del genere classico, ma esigono sguardi molto differenti; il teatro di Beckett non può essere analizzato come quello di Eduardo De Filippo, eppure entrambi sono della stessa epoca; le opere che vanno in scena all’Argentina, con grosse produzioni alle spalle, non possono godere di quella opportuna comprensione che spazi molto più piccoli offrono a esibizioni messe in piedi con i soli sacrifici degli addetti ai lavori. Ammirai molto la scelta di Virginia Acqua (qui regista) quando, un paio d’anni fa, portò alla Sala Umberto «Intramuros» del francese Alexis Michalik: ne apprezzai sia la qualità dell’allestimento che l’intelligenza del testo (dando per scontato che sia del regista la scelta di un copione da rappresentare, o comunque il beneplacito su di esso).
E sempre dalla Francia arriva L’imbarazzo della scelta, e – nomen omen – proprio di imbarazzo si tratta: un testo, firmato da Sébastien Azzopardi e Sacha Danino, che teatralmente non si qualifica in alcun modo. Accanto al titolo in cartellone è riportato un avvertimento, quasi come fosse un sottotitolo: «Siete voi a scegliere il seguito della storia». Ma, messieurs les scénaristes, vi pare che Corneille o Molière avrebbero dato in pasto al pubblico la scelta delle battute di una loro tragedia o commedia per cavalcare una trovata suggerita dagli spettatori che fosse migliore di quella del loro genio? Suvvia! Anche Racine e Beaumarchais ci hanno lasciato opere immortali, ma nessuno dei due s’è mai sognato di chiedere al popolo come dovesse proseguire la trama della Fedra o di Figaro. Che sia tutt’altro che facile trovare un adeguato e singolare sviluppo a una storia, questo si sa, infatti non tutti sanno scrivere per il teatro, ma andare a chiedere consiglio alla platea mi pare che sia lo stesso che andare a ficcar la testa nel sacco della banalità. Vi chiedo: è questo lo scopo di un drammaturgo?
La risposta alla mia domanda, ovviamente provocatoria, è fin troppo facile. Ma è proprio questo il punto: per far partecipare attivamente gli spettatori al vostro giochetto, siete scesi al loro livello, portando l’interesse della scrittura alla stregua del più basso pubblico televisivo. Per attirare la loro attenzione, in poco meno di due ore ci avete infilato una festa di compleanno, un matrimonio, una fine dell’anno, una rapina alla gioielleria, un paio di viaggi a Bali, un ictus, un sacchetto di cocaina, tre tradimenti e pure un paio di canzoni e altri clamorosi eventi. Con gli stessi argomenti il signor Lope de Vega avrebbe sfornato almeno centocinquanta commedie, e di livello superiore!
Foto: Stefano Messina e Chiara David (© Virginia Acqua)
