20 febbraio 2026

«Torna fra nove mesi» di Evelina Buffa Nazzari (regia, A. Libri)

«Torna fra nove mesi» di Evelina Buffa Nazzari (regia, A. Libri)

Roma, Teatro Sophia
19 febbraio 2026

QUELL’AMORE CHE APPARTIENE SOLTANTO A UNA MADRE

Che il teatro sia un gioco ce lo dice chiaramente l’arte della recitazione che in molte lingue europee, e non solo, usa la parola giocare per definire l’interpretazione: jouer le rôle, spielen die Rolle, play the role, jugar el papel. Scopo di questo gioco è sempre la ricerca della verità in una realtà governata dalla finzione: ossia, il proseguimento, nel mondo degli adulti, del «facciamo finta che…» che i bambini usano per vivere qualcosa che è nel loro immaginario. Poniamo, invece, per una volta, che accada l’esatto contrario: che il palcoscenico diventi il luogo dov’è possibile rivivere la verità, dove la parola amore corrisponde al sentimento di chi prova quell’amore, dove la parola dolore corrisponde allo strazio che ancora brucia in cuor suo.

Pirandello – che era un genio – per spiegarci questo compromesso tra la realtà e la finzione, s’è affidato a sei personaggi nati per la scena; e, guarda caso, quel che ho visto ieri sera al Teatro Sophia è proprio il dramma della Madre che rivive ogni sera lo strazio che «avviene ora, avviene sempre! Il mio strazio non è finito, signore! Io sono viva e presente, sempre, in ogni momento del mio strazio che si rinnova, vivo e presente sempre». In questa replica ossessiva, ripetuta più volte dal personaggio pirandelliano, si avverte la caparbietà di una madre che per mantenere in vita la propria realtà, benché innaturale, ripropone sulla scena il proprio dolore per rinnovare sempre, vivo e presente, lo strazio che ha sofferto. Un atto d’amore senza uguali che appartiene soltanto a una madre.

Strazio che Evelina Buffa Nazzari trascrive per la scena dal libro intitolato «Dopo la fine» in cui racconta la perdita di suo figlio, 26 anni: «Come si sopravvive a un’esperienza così devastante. Come ci si trasforma? Cosa si diventa, che cosa resta della nostra personalità di prima? E che aspetto assume, agli occhi di una madre, il mondo esterno; la famiglia, gli amici, la gente… C’è ancora spazio per altri dolori?». In Torna fra nove mesi, in una scena ovattata dai ricordi del passato e dalle precauzioni del presente, il personaggio della madre si duplica, esattamente come quando, con l’atto del parto, il corpo della donna si sdoppia in quelli della puerpera e del neonato. Insieme con l’autrice, davanti al pubblico c’è, Maddalena Recino, nel ruolo dell’alter ego, che diventa la realtà dello strazio quando l’altra è avvolta nella nostalgia della memoria; che s’inasprisce nella rabbia appena Evelina s’abbandona al dolore; che diventa mamma protettrice, quando la prima cade sfinita nel delirio, vivo e presente, del racconto che rivive ad ogni replica.

La Nazzari ha impiegato molti anni per metabolizzare il dolore, ha dovuto salire milioni di scale, non potendo dare né ricevere il braccio che cercava ché già non c’era più, prima di raggiungere la coscienza di scrivere il dramma del suo lutto per chi crede / che la realtà sia quella che si vede. Ed ecco che il palcoscenico accoglie i dialoghi più intimi, assurdi, veraci, malinconici, violenti, quelli che nessuno ha mai potuto ascoltare: dal controsenso del travaglio, che etimologicamente deriva dal nome di uno strumento di tortura (il tripalium) ma che regala la gioia di un figlio, alla consolazione della libertà eterna che nasconde soltanto disperazione.

Da un punto di vista prettamente teatrale – e quanto è faticoso concentrarsi sulla rappresentazione conoscendo quel che c’è dietro – posso osservare che la recitazione della Recino cavalca con irruenza una impeccabile formazione da attrice, metodica, professionale, tipica di chi vive sulla scena il dramma di un personaggio e lo espone per il pubblico. Mentre la Nazzari segue altre indicazioni, comprensibilissime, che sono quelle del suo animo di madre, il quale alterna a una più lucida condotta, momenti di straniamento, probabilmente eseguiti in maniera volontaria dall’attrice (non lo metto in dubbio), ma legati a un’intima percezione di un sentimento più forte della parola, e che non sempre raggiunge la platea con la medesima intensità. Quando, però, il racconto diventa cronaca dello strazio che si rinnova allora il fiume delle emotività di Evelina ribolle di una verità che scuote, commuove e sconvolge anche. (fn)
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Torna fra nove mesi, di Evelina Buffa Nazzari. Regia di Angelo Libri. Con Evelina Nazzari e Maddalena Recino. Al TeatroSophia, fino al 22 febbraio

Foto: Evelina Nazzari e Maddalena Recino (© Maria Laura Pala)

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