19 febbraio 2026

«Mein Kampf», uno spettacolo di e con Stefano Massini

«Mein Kampf» di e con Stefano Massini

Roma, Teatro Argentina
18 febbraio 2026

HITLER, O LA SEMPLICITÀ DEL POTERE

«Solo attraverso la conoscenza si può evitare il ripetersi della catastrofe», si legge nelle note che accompagnano lo spettacolo: con queste parole la Germania, ottant’anni dopo la fine della Seconda guerra, acconsente nel 2016 a diffondere Mein Kampf, il saggio biografico che Adolf Hitler scrisse durante la prigionia nel carcere di Landsberg, in seguito al tentativo di colpo di stato organizzato a Monaco di Baviera nel novembre del 1923. Per le stesse ragioni Stefano Massini trae dal volume, che in alcuni paesi, ancora oggi, è considerato illegale, un monologo teatrale denso di interesse storiografico in una cornice scenica assai scarna ma efficace ed elegante. Riadatta le memorie del futuro dittatore con altri testi esaminati, per rintracciare quel fascino che ipnotizzò milioni di tedeschi. Al di là della discussione su un eventuale ritorno della catastrofe nazifascista, e in quali forme potrebbe manifestarsi nell’odierna società, c’è da sottolineare il favorevole percorso che l’autore compie intorno all’importanza dei libri.

Si comincia, infatti, col narrare un episodio della vita di Erich Emil Kästner, scrittore tedesco conosciuto per le sue pubblicazioni per i più giovani, il quale sempre si oppose al regime del Terzo Reich, e per punizione dovette assistere all’incendio della sua biblioteca che contava 25.000 volumi. Il nazionalsocialismo durante le sue malefatte mandò al rogo 200 milioni di libri, perché – spiegarono – «contrari allo spirito tedesco». Kästner conclude il prologo dicendo sarcasticamente che «i nazisti erano un libro», quel libro che li racconta, ed è curioso ascoltare poi dalle parole di Massini che lo stesso Hitler, durante il periodo viennese, amava trascorrere molto tempo in biblioteca a leggere per apprendere le cose del mondo, a studiare per capire meglio come agivano i nemici. Tra queste due curiosità non c’è una netta contrapposizione, ma si avverte la mancanza di un tassello critico che faccia capire bene quale fu la scintilla che portò il Führer prima ad apprezzare la cultura e poi a ordinare di dar fuoco alle pagine stampate, quelle che contenevano anche il suo sapere.

La scena di Paolo Di Benedetto, magnificamente illuminata da Manuel Frenda, pone al centro una candida pedana romboidale, completamente avvolta nel nero, che rappresenta, invece, una pagina bianca ancora tutta da scrivere. E su questo spazio, che sembra diventare un ring, le parole, seguendo una logica esatta, a volte spietata, pur se mirano in alto, colpiscono sempre più in basso. Risuona ossessivo il terrore di una carriera da impiegato; astuta è l’osservazione sul sonno delle masse che obbediscono, l’attesa secolare dei bassifondi, la squassante nullità dei benestanti che si comportano come cadaveri. È il quadro che Hitler fa della vita di Vienna – quella che l’ha forgiato – ricca capitale che all’inizio del XX secolo era gestita economicamente dalle grandi banche delle famiglie ebraiche. Sono loro i nemici e cascano a peso morto al centro della pagina, inaspettatamente dall’alto, sotto forma dei tipici indumenti yiddish: un cappotto nero, un cappello e un paio di scarpe. L’effetto improvviso è scioccante, così come, di tanto in tanto, fuori del tempo, come un lontano presagio, si sentono rumori di cristalli che s’infrangono e i vetri riempiono la scena, ricoprendo centinaia di volumi.

Gran bel lavoro quello sul testo, suggestivo e caparbio: non si pronuncia mai il nome di Adolf Hitler, che tutti (o quasi) riconoscono come il male assoluto. Dal racconto di Massini ne esce un uomo dotato d’ingegno, affatto pazzo, coscienzioso del programma da attuare per riuscire a cambiare la storia. La narrazione si interrompe all’alba del regime totalitario, dopo che abbiamo ascoltato proclami sulla diversità della razza ebraica, considerazioni sulla selezione naturale che la guerra esercita sugli uomini, pensieri rabbiosi sull’inutilità del dolore e sulla necessità del riscatto, intuizioni sulla vanità delle cospirazioni, mentre bastano poche essenziali parole a codificare la semplicità di un potere capace di carpire la fiducia a un’intera popolazione. L’ascesa, in effetti, si compie prima, scandagliando l’animo e il pensiero di un uomo, all’epoca insospettabile, che si autoproclamò futura guida della Germania.

La realizzazione dello spettacolo, a parte i colpi di scena, e apprezzando anche gli effetti sonori, risente un po’ troppo di un volontario lezioso indottrinamento: l’uso del microfono ne amplifica la sensazione. D’altronde un monologo su un libro è difficile che non lo sia: è il suo cruccio, ma aggiungerci il piglio da primo della classe serve a poco. Sarebbe il caso di contenere le braccia che fluttuano per l’aere, i menti sporgenti verso il loggione: sono pose da prime donne ottocentesche che oggi andrebbero riproposte con maggior parsimonia e soprattutto con tanta ironia. Massini autore è certamente promosso, Massini regista è riuscito a dare senso teatrale alla difficile impresa, Massini attore invece convince meno, un po’ per monotonia vocale, ma soprattutto per quel naturale vizio di movimenti che assomigliano ad eccentriche velleità coreutiche che stonano non poco con la narrazione. Infine, l’appunto più grave è per la costumista: Micol Joanka Medda, avrebbe potuto evitare, viste le circostanze nazifasciste, di vestire l’unico protagonista della serata in camicia nera e con bretelle; mancavano fez e stivali e la frittata era fatta! (fn)
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Mein Kampf, uno spettacolo scritto, diretto e interpretato da Stefano Massini, tratto da «Mein Kampf» di Adolf Hitler. Scene, Paolo Di Benedetto. Costumi, Micol Joanka Medda. Ambienti sonori, Andrea Baggio. Luci, Manuel Frenda. Produzione, Teatro Stabile di Bolzano, Piccolo Teatro di Milano (Teatro d’Europa); in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana. Al teatro Argentina, fino al 1° marzo

Con microfoni

Foto: Stefano Massini (© Filippo Manzini)

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