IN PRINCIPIO FU LA FAMIGLIA,IL VERO PROBLEMA!
Soffia il vento caldo di libeccio attorno alla casa di Ovidio: il presagio è malevolo. Non si riuscirà a concludere nulla di buono in questa giornata senza presente, senza l’oggi. Non c’è un tempo reale nella storia di Mattia Torre, eppure nella cucina di Guglielma un orologio a cucù segnala le ore che passano, e a ogni sortita il povero uccellino viene bersagliato con un violento lancio di noci: tempo – sembrano voler gridare i tre componenti della famiglia – perché tu scorri, mentre noi rimaniamo bloccati nell’immobilità quotidiana? Tuttavia, il tempo è il vero protagonista di questa straordinaria «tragedeide» sull’infelicità popolare che ci riguarda tutti da molto vicino. Esiste un ferreo passato remoto che viene tramandato, di padre in figlio, e che si materializza nel sugo perpetuo della nonna, morta quattro anni prima. Da allora il ragù ribolle costantemente nella pentola sul focolare sempre acceso, e il vapore che ne esce diventa il lume devoto in onore alla Madonna. Dal lato opposto s’intravede un futuro assai lontano, nebuloso come un miraggio, più che una speranza, ma che pure fomenta un desiderio.
Attorno al tavolo, su cui pende minacciosa una sopressata gigante, che dà immediata collocazione in un sud ben al di sotto di Eboli, i tre simboleggiano anch’essi il tempo: il pater, Ovidio, padre padrone, rappresenta il passato con le sue chiusure, le sue severità vuote e colorite, le paradossali paure per l’estero, l’avversità nei confronti della capitale, città pericolosa e perversa; il figlio diciannovenne, Genesio, vede uno spiraglio di salvezza nel domani, lontano da casa, e, per convincersi che la fuga (più che la partenza) possa avverarsi, s’è imposto un fioretto rinunciando al vizio del fumo; infine la mater, Guglielma, è il presente e, in quante tale, deve tacere sempre, anche quando risponde alle domande che le vengono poste; il suo unico cruccio è la tiella, una padella, che prestò anni prima e che non le fu mai restituita. La padella è quella sacrificale, quella annerita dalle fatiche di tutti i giorni, unica attività feconda che governa le giornate: cucinare lo stocco in tutte le salse.
Oltre a preparare pranzi e cene, in famiglia si litiga, ci si contesta l’un l’altro, fino a insultarsi, a detestarsi, a minacciarsi con il coltello alla gola, a imporre il silenzio con la forza. Eccolo il terribile vero presente familiare che Torre ci descrive utilizzando un linguaggio dai suoni arcaici, inventato sulla base della parlata calabro-siciliana infarcita di lussureggianti echi di maccheronico latino, e con qualche aggiunta di vocaboli più recenti che trovano spazio soltanto nel dizionario nazionale. Magia del teatro: il linguaggio dona alle fiamme dell’inferno domestico, la luce del paradiso universale, dove la Babele di Torre arriva chiara alla comprensione di tutti. L’ignoranza, la cattiveria, la rabbia, la violenza che cova in ciascun personaggio si addolcisce di surreale ironia, di poetica dolcezza, di comica attrazione grazie a tre attori straordinari, che dal 2011, periodicamente, riportano in scena questo 4 5 6 che oggi diventa lo spettacolo principe per ricordare il suo autore deceduto nel 2019 a soli 47 anni.
Loro sono Cristina Pellegrino (Guglielma), Massimo De Lorenzo (Ovidio), Carlo De Ruggieri (Genesio): bravi è dir poco, affiatati certamente, capaci di comunicare l’atavica arretratezza di quel mondo (che ancora oggi, pur se invisibile, ci opprime da lontano) e l’esatta semplicità del dialogo che si ravviva di emozioni; capaci soprattutto di riacciuffare il controllo, nel momento in cui pare lo si sia perso: è il miglior modo per reinventare la comicità. In particolare, il De Lorenzo, quando diventa il regista della scena di un pranzo che non avverrà mai, facendo ripetere ai familiari gesti e parole che aiuteranno a mitigare lo scorbutico ospite (Giordano Agrusta, bravissimo nelle vesti di un temerario imbroglione dall’aria assai severa, pronto a farsi prete per evitare di pagare l’Iva), mi ha ricordato i vecchi attori (conosciuti nei libri) della classica farsa, quando il gioco metateatrale diventava occasione per improvvisare e divertirsi prima ancora che per il diletto del pubblico.
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