EUGENIA E FULGENZIO: L’IRRINUNCIABILE INFELICITÀ DELL’AMORE
Argomento eterno, la gelosia. Da sempre dibattuta, da sempre condannata, da sempre portatrice d’infernale bufera nel paradiso dell’amore. Carlo Goldoni nel 1759, rivolgendosi ai giovani dell’epoca sua, dopo averli esortati a evitare di convertire il balsamo in veleno, li ammoniva: «Specchiatevi in questi innamorati ch’io vi presento; ridete di loro e non fate che si abbia a rider di voi.» Evidentemente nelle intenzioni dell’autore c’era quella di divertire il pubblico e non v’è dubbio che in passate edizioni si sia anche riso e molto. Tuttavia, in questa di Roberto Valerio, più che ridere, si «soffre» con Gli innamorati. Ma non è un difetto, anzi potrebbe essere il pregio della regia se questa fosse bilanciata tutta sulla «tragedia dell’amore» o anche se fosse meglio equilibrata tra dramma d’amore e commedia leggera.
Spiccano gli arredi in scena che puntano sull’eccentricità del padrone di casa e ne giustificano la passione per il collezionismo per l’arte contemporanea: un grande struzzo in rosa, un gallo gigantesco, scuro, protetto da una vetrina, un sarcofago di una mummia egizia, sono elementi che strizzano l’occhio al kitsch, e mai si fondono con l’umore della commedia, tant’è che dopo un po’ ci si stanca a vederli. Molto più connesso con la storia è lo squallido frigorifero anni Settanta: mi chiedo pure perché opere da collezione debbano coabitare con un frigorifero. Misteri dello scenografo o del regista?
Comunque, tra tagli al testo che hanno reso possibile un unico atto – su tre originali – di un’ora e mezza circa e una bizzarra distribuzione, il grado d’attenzione resta vivo e sollecito soltanto per le deliziose appassionate scaramucce, piene di puntigli e d’orgoglio, che i due amanti, interpretati da Valentina Carli e Leone Tarchiani, in preda alla pazza gelosia, non possono assolutamente evitare: è da questo sentimento malato che passa la loro reciproca prova d’amore. E si comprende sin da subito che la tempesta diventa necessaria per mettersi quotidianamente sotto esame: ecco perché si soffre con Eugenia e Fulgenzio. Determinante, poi, sono i caratteri giovani dei due personaggi, abbigliati come due ragazzi dei nostri giorni: potrebbero essere i nostri figli. Lei con candido vestitino corto, estivo, ai piedi stivaletto nero coi lacci; lui, camicia bianca sbottonata, pantaloni leggeri grigio chiaro e scarpe da ginnastica.
Adeguata all’abbigliamento è la recitazione: fresca, credibilissima, lontana da ogni stereotipo del teatro goldoniano. Grazie all’impostazione di Valerio, i due ragazzi, pur parlando l’italiano settecentesco scritto dall’autore veneziano, si lasciano trasportare dal loro amore, vivendolo con la passione e la determinazione e la cocciutaggine dei giovani d’oggi. I duetti seguono un preciso spartito che si ripete: dall’emozione di rivedersi si passa all’incomprensione, quindi alla provocazione, e la miccia s’innesca fino all’esplosione, per poi, talvolta, ritrovare la serenità che però è soltanto una breve tregua, pronta a riprendere il cammino più scomodo e ardimentoso. Sciolti da ogni convenzione teatrale, la Carli e il Tarchiani portano avanti la genuinità dello spettacolo sulle loro spalle, offrendo il lato migliore della regia, che si sofferma sull’irrinunciabile infelicità dell’amore, quello che spinge Eugenia e Fulgenzio a riflettersi nello specchio deformante della passione incontrollabile che legò Giulietta al suo Romeo. Se lì l’odio delle rispettive famiglie contribuì, dall’esterno e in maniera del tutto involontaria, alla deflagrazione di un amore incandescente, qui sono i due amanti che s’inventano un odio reciproco per rafforzare ancor più il loro sentimento.
Poi però c’è anche il resto, il contorno, che invece risente di convenzionalità, di vintage, di antichi «tromboni» da salotto. A cominciare dal Fabrizio di Claudio Casadio: per come recita impostato da polverosa macchietta incipriata, vestito alla maniera degli antichi gagà (non assomiglia per niente – come ho letto – al compianto Philippe Daverio, tutt’altra classe la sua!); per le movenze lente e goffe, incautamente danzanti, un po’ patetiche perché sempre rivolte al pubblico, raramente rivolge lo sguardo agli attori, ma anzi sembra snobbarli, il ché lo estranea totalmente alla vicenda. Anche la Flaminia di Loredana Giordano non aiuta ad avvicinare i due mondi, l’antico e il moderno, benché le ragioni siano prettamente legate alla credibilità delle sue battute: di come le pronuncia lei, non certo per come le scrive Goldoni! Lorenzo Carpinelli, per il suo duca si è ispirato al personaggio iconico della canzone di Carosone, ‘O Sarracino… tutt’ ‘e femmene fa ‘nnammura’: convinto del suo fascino irresistibile, fa leva su sguardo e camminata in tralice, mano sinistra sempre sul panciotto, sorriso leggermente perfido, insomma una caratterizzazione profondamente triste e anche un po’ banale. Oltretutto non cambia mai registro.
Foto: Valentina Carli e Leone Tarchiani (© Filippo Venturi)
