«IL CALAPRANZI» IN VERSIONE TROPPO SERIOSA
Nel 1957 Harold Pinter scrive The dumb waiter, che letteralmente significa il montacarichi, parola che nelle traduzioni ufficiali è stata mutata in Il calapranzi (quel piccolo ascensore che dalle cucine sotterranee dei ristoranti porta le vivande al piano dov’è la sala). Protagonisti sono Ben e Gus, e il dialogo che l’autore costruisce rimanda, per tempi e situazioni assurde, alimentate perdipiù da una fortissima componente grottesca, alle vecchie comiche di Stanlio e Ollio. Sin dai primi movimenti descritti nella lunga didascalia iniziale si intuisce che nulla può essere realistico: è, infatti, suggerito che Gus si sfili una scarpa e ne tragga una scatola di fiammiferi. Un’indicazione ben precisa, mi pare! Atmosfera e contesto sono il quadro paradossale di un umorismo nero: ma lo si scoprirà soltanto verso il finale, quando si capirà che i due sono sicari.
Emilia Agnesa e Xhuliano Dule, sulla falsariga pinteriana, riscrivono al femminile una versione seriosa dell’atto unico restituendo severo realismo a tutto quel che era rimasto avvolto nell’assurdo, sacrificando, dunque, gran parte del comico e dell’umoristico. Le due donne rivelano la loro crudele professione abbastanza presto e il finale, che è la risoluzione di un enigma, invita – udite, udite la novità – a liberarsi del patriarcato: «Uccidi il patriarca», dice il messaggio in codice calato dal piccolo marchingegno che unisce il piano bar superiore al sottoscala. Il titolo, Postremos, si veste di lingua spagnola e indica l’ultima portata di un banchetto, come fosse il dessert, segno che sbarazzarsi del maschio per le due killer deve avere un gusto particolarmente dolce. Ora, che la nuova drammaturgia si debba concentrare sull’estinzione della figura del pater familias mi pare argomento già ampiamente dibattuto, assai in voga, quantunque riduttivo: è un tema che difficilmente vien trattato con la giusta ironia; dai tanti lavori già visti se ne deduce che, più di una letteratura illuminante o ribelle, come lo fu la Nora di Ibsen, si esaurisce in una compilazione biliosa di un registro femminista che si ripete a mente cieca.
La messa in scena è affidata a Stefano Sabelli, ideatore del progetto e pater familias del Loto «il più bel piccolo teatro d’Italia», un gioiellino scenico in quel di Ferrazzano, in provincia di Campobasso. Visitatelo, se vi capita, ne vale la pena. La regia segue la severa struttura del copione: tanto realismo che dà origine a quel po’ di tristezza sufficiente a definire il nostro buio contemporaneo. Rapporti umani freddi e sempre interessati, amicizia e sentimenti usati come ricatto, quando con le pistole puntate reciprocamente si devono tirare le somme: sarebbe questo il femminismo cui auspichiamo? Sabelli introduce, come s’è detto, al piano superiore un locale di musica dove la brava Erika Petti si esibisce con canzoni d’epoca (un po’ troppe, per la verità) che lei stessa accompagna dal vivo al piano o alla chitarra. Sotto la pedana si svolge il dialogo tra Rosa (Bianca Mastromonaco) e Simone, alla francese, (Eva Sabelli, figlia dell’inossidabile pater familias – ah, se non ci fosse lui!): l’una intenta alla ossessiva cura di se stessa, l’altra archiviata sin dall’inizio alla soluzione dell’enigma. Non accade nulla, se non qualche piccola scaramuccia, ma le battute si esauriscono con scarsa attrattiva intellettuale, che non arrivano a colorare di sfumature i caratteri dei personaggi (eccessivamente maliarda la prima, troppo rigida l’altra): demerito di un testo senza condimenti, che ha come unico scopo propagandistico soltanto il perentorio ordine, «Uccidi il patriarca».
Foto: Bianca Mastromonaco e Eva Sabelli (© ???)
