23 febbraio 2026

«Come sedurre un femminista» di Samantha Ellis (regia, Susy Laude)

«Come sedurre un femminista» di Samantha Ellis (regia, Susy Laude)

Roma, Sala Umberto
21 febbraio 2026

I DOGMI INGLESI DELLA SIGNORA ELLIS

Quest’estate, in territorio neutro, l’amico inglese di un conoscente transalpino, avendo saputo la mia città d’origine, si mise a elogiarne bellezze e caratteristiche. Al di là della ovvietà del mare very beautiful che bagna la Partenope e del sole incredible che delinea il profilo di Capri, lo straniero rimase colpito dalla casual elegance con cui la maggior parte dei conducenti dei motorini oltrepassava gli incroci stradali, incuranti del colore che offriva semaforo. Osservò con una certa arguzia che la manovra, pur facendo parte di un riprovevole comportamento assai rischioso, in realtà denunciava una necessaria ribellione del popolo nei confronti delle regole. «Noi inglesi, per lo più, non siamo capaci di queste individuali e costanti manifestazioni d’indisciplina – diceva – che spesso critichiamo in voi italiani, ma, sotto sotto, vi invidiamo tantissimo perché sono sintomi di una libertà molto più spensierata di come invece la viviamo in Gran Bretagna. Per noi la libertà è sempre legata a principii dogmatici, etici, morali, dai quali non riusciamo a scioglierci e dai quali ci facciamo influenzare anche se scriviamo un messaggio sul cellulare.»

Uscendo dalla Sala Umberto, dopo aver visto Come sedurre un femminista, della scrittrice inglese Samantha Ellis, immediatamente m’è tornato alla mente il gustoso incontro dell’estate con l’englishman, acuto osservatore del nostro paese. Nella scrittura dell’autrice cinquantenne, infatti, ogni sfumatura rispetta i rigidi canoni inglesi: dalla costruzione dei personaggi, alle sofisticate ironie che difficilmente fanno ridere. La struttura è dogmatica, addirittura severa, mentre l’argomento dovrebbe essere trattato con una leggerezza e una spiritosaggine più calorose e mediterranee: quelle che Susy Laude si è sforzata di mostrare con una regia colorata e dalle intenzioni frizzanti. Ad apertura di sipario, un giovane, allevato secondo i valori del femminismo più austero, è in procinto di chiedere la mano dell’amata, ma prima di consegnarle l’anello si prostra ai suoi piedi implorando, senza alcun motivo, perdono per il patriarcato: un’iniziativa che forse avrebbe dovuto smuovere il sorriso, ma che invece ha raggelato di sconforto l’animo di ogni persona perbene. Un innocente che a priori chiede scusa non è un buon segno di civiltà. Da noi – mi dicevano gli anziani – lo si faceva durante i soprusi del regime. E nemmeno la carica ironica di Dino Abbrescia è riuscita ad addolcire le inflessibilità di Steve, stritolato oltretutto dai tempi serrati delle diverse scenette che si susseguono al ritmo delle sitcom televisive.

La Ellis, oltre a proporre scialbo umorismo sui problemi dell’ambiente e sulla guerra nucleare (perché questo prevede il codice deontologico del comico del XXI secolo), porta in scena anche il bagaglio macchiettistico delle sue origini ebraiche, che – con tutto il rispetto – se a Londra fa ridere, a Roma… who cares, ossia – tradotto in termini signorili – poco ci tange. Non è una comicità che ci affascina, non è la nostra, non abbiamo necessità di ridere delle tradizioni giudaiche. Obbiettivamente si poteva evitare: ma poiché ella stessa pare abbia insistito affinché non venisse modificato il copione, temo che, anche su questa cocciuta decisione, pesi il concetto del dogma. Una maggiore elasticità avrebbe certamente giovato a trovare una situazione ironica più adatta per il pubblico italiano.

I due attori, grazie a una tenda circolare, scompaiono per riapparire pronti per interpretare tanti altri diversi personaggi: la mamma di lei, il padre di lui, il datore di lavoro di lei, la ex fidanzata di lui etc…, ma mentre i cambi effettuati cum Laude, riescono più evidenti e meglio confezionati, Abbrescia, attore meno camaleontico, arriva col fiatone ad appropriarsi dei caratteri che gli sono stati affidati. Troppi personaggi: forse serviva qualche attore in più. Troppe vestizioni: tante che alla fine si fa fatica a riconoscere chi è l’uno e chi è l’altra. Addirittura, coppie differenti si ritrovano nello stesso ambiente: un tinello arancione con i piatti appesi al muro, per esempio, indica sia la casa di lei che la casa di lui. Insomma, qualche pasticcio si riscontra anche nella regia.

Uno spettacolo con ritmi così serrati non può avere il regista impegnato in scena a recitare: il suo occhio non potrà mai valutare dalla platea i tempi che intercorrono tra un cambio e l’altro. Tecnicamente questo è parso il problema più evidente, dopo la scelta infelice di voler mortificare il dialogo con un’amplificazione che lascia poco spazio alle sfumature recitative. (fn)

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Come sedurre un femminista, di Samantha Ellis. Traduzione, Isabella Prigione. Regia di Susy Laude. Con Susy Laude e Dino Abbrescia. Scena, Christian Antonio Auricchio. Costumi, Giuseppe Ricciardi. Musiche, Daniele Grammaldo e Luca Proietti. Luci, Giorgia Merlonghi. Viola produzioni. Alla Sala Umberto, terminato

Con microfoni esagerati

Foto: Dino Abbrescia e Susy Laude (© ???)

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