05 aprile 2026

A Napoli nel 1711, il primo e unico sciopero del clero (di Fausto Nicolini Sr.)

Quando Fausto Nicolini raccolse gli scritti che andavano componendo il volume intitolato «Il Croce minore» (Ricciardi, 1963) era il 1962, l’anno degli scioperi. Sin dall’estate del 1960 ci furono aspri conflitti sociali e politici con manifestazioni operaie e popolari che si unirono alla lotta antifascista contro il governo Tambroni. Il 1962 vide una vera e propria ondata di scioperi, non solo tra i metalmeccanici della Fiat, ma di tutta la classe operaia. Furono organizzati molti picchetti ai cancelli delle grandi fabbriche del Nord: le proteste segnarono una svolta nella lotta sindacale. Tuttavia, nessuna organizzazione sindacale dell’epoca avrebbe mai pensato a proporre uno sciopero del clero. Impensabile! Eppure, nel 1711, a Napoli, sotto il regno di Filippo V di Borbone (alias, Filippo IV sul trono partenopeo), ci fu una serrata delle chiese per un litigio per i diritti per le onoranze funebri. Un evento davvero unico nella storia della Chiesa e della nostra Europa. (fn)

UNO SCIOPERO DI PRETI

I nostri organizzatori di scioperi a ripetizione non han pensato ancora a regalarci uno sciopero di preti. Vero è che, se vi pensassero, non credo riuscirebbero nell’intento, giacché nel clero napoletano, via via che esso, assottigliandosi di numero, è migliorato di qualità, ha percorso molto cammino l’idea che un ministro di Dio, il quale, per questioni economiche, ricusi l’opera propria, commette peccato gravissimo, che potrebbe quasi rientrare in quello di simonia.
Diversamente si pensava a Napoli circa duecentocinquanta anni fa, quando, dei cinquecentomila monaci di tutta Italia, il due per cento, ossia diecimila, dimorava a Napoli, la quale, calcolando altresì il clero secolare, i cosiddetti «diaconi selvaggi», chiamati anche «abati di mezza sottana», altre sorte di chierici non tonsurati, cioè i «cursori» e «attuari» (uscieri e birri) dei tribunali della curia arcivescovile, della nunziatura apostolica e della fabbrica di San Pietro, i laici o laiche addetti a chiese, conventi e tribunali ecclesiastici, e finalmente le tante «monache di casa» o «bizzoche», veniva a contare una popolazione ecclesiastica di circa ventimila persone. Numero tanto più esorbitante in quanto, non essendo la popolazione totale della città, decimata dalla peste del 1656, risalita ancora a duecentomila anime, corrisponde a una percentuale aggirantesi tra il dieci e il quindici per cento.

Naturale — dal momento che l’eccessiva quantità va sempre a detrimento della qualità — che, fra tanta gente che viveva dell’altare, molti considerassero il ministero sacro come un mestiere punto diverso dall’incannare seta, lavorare guanti, radere barbe e guidare cavalli (i quattro mestieri nei quali i napoletani di allora eccellevano). È naturale altresì che, in un tempo in cui i lavoratori non pensavano neppure da lontano a ricorrere allo sciopero come ad arma economica, vi pensassero proprio i preti, secondo mi farò a raccontare.

Nel 1711 tra la confraternita napoletana dei Santi Francesco e Matteo e taluni parroci era scoppiato un litigio circa i diritti, a dir della prima, troppo elevati, pretesi dai secondi per l’accompagnamento funebre dei confratelli. Pare che la vertenza fosse stata dibattuta in prima istanza presso la curia arcivescovile, e che questa avesse dato ragione ai parroci. Certo è che la confraternita, non senza mandare un suo agente a Roma, era ricorsa alla congregazione cardinalizia dei vescovi e regolari, su parere della quale Clemente XI [1], in un particolar decreto, aveva risecato [2] quei diritti mortuari a cifra molto più bassa.
Orgoglioso di quel successo, l’agente anzidetto era tornato glorioso e trionfante a Napoli, ove batté tanto la grancassa intorno alla sua gesta romana da farne giunger la voce al cosiddetto «eletto del Popolo», ch’era allora don Giuseppe de Angelis, duca di San Donato [3] . Naturalmente don Giuseppe, ch’era uomo di coscienza, pensò subito che la più elementare giustizia distributiva imponeva che la diminuzione di quelle tariffe, anziché privilegio d’una sola confraternita, dovesse divenir beneficio comune a tutti i napoletani, specie ai meno abbienti. Pertanto convocò i ventinove «capitani delle ottine» o capi contrade, che componevano la «piazza» o «seggio» del Popolo, li fece votare in conformità e presentò il voto al viceré per l’approvazione (luglio 1711).

Bastò, perché da quel giorno il popolino, interpretando a suo modo quella deliberazione non ancora approvata, si credesse facultato a non corrispondere ai parroci, per diritti funerari, neppure un «cavallo» o «callo» (la più piccola moneta di conto napoletana) [4]. Privati, per tal modo, d’uno dei maggiori loro cespiti di entrata, come quello che ascendeva complessivamente a circa quarantamila ducati annui (170.000 lire-oro di quei tempi, pari, tenuto conto dell’immensamente maggiore potenza d’acquisto del danaro, a parecchi milioni delle nostre lire svalutate), i parroci ricorsero per l’appunto a uno sciopero. Tutti, cioè, ricusaron di prestare qualunque assistenza funebre; e parecchi chiusero addirittura le chiese. Provvedimento quest’ultimo tanto più grave in quanto non solo venne a privare parte della popolazione del servizio divino, come se si fosse in periodo d’interdetto, ma rese impossibile, in moltissimi casi, persino l’inumazione materiale dei cadaveri, i quali, allora, per essere ancora molto di là da venire la fondazione del cimitero comune, venivan seppelliti nelle varie chiese delle singole parrocchie.

Pertanto, per una quindicina di giorni (su per giù dall’11 al 25 agosto) s’assistette a uno spettacolo tutt’altro che edificante. Dei fedeli, i più tolleranti o più indifferenti, si contentaron di deporre le salme dei loro cari alle porte dei templi, innanzi ai quali si può pensare che cosa accadesse quando qualcuna di quelle pile, sempre più alte, di bare crollasse e molte di quelle non sempre solide casse si sfasciassero. Altri, più impetuosi, sfondaron quelle porte ostinatamente chiuse e, tra quei tafferugli e botte che parimente s’immaginano, provvidero da se medesimi alle sepolture. Altri, infine, dimoranti in parrocchie in cui non erano state serrate le chiese, ricorsero all’assistenza dei frati di questo o quel convento, i quali, sia detto a loro onore, consentiron di buon grado a prestare gratis et amore Dei quel servigio pietoso, ma non senza suscitare da parte dei parroci scioperanti accuse di crumiraggio, con conseguenti proteste estrinsecantesi in manifestazioni che si lasciano ancora una volta all’immaginazione del lettore.

Tuttavia, prima o poi, in un modo o nell’altro, la questione avrebbe trovato un equo componimento se, a prolungarla e invelenirla, non si fosse quasi posto d’impegno proprio chi avrebbe avuto il dovere di sedarla, vale a dire quella testa vesuviana [5] del cardinale-arcivescovo Francesco Pignatelli [6]. Cominciò col chiedere all’autorità laica, che naturalmente gli rispose di no, l’arresto dell’agente della confraternita, che, con le sue strombettature, aveva suscitato quel vespaio. Dopo avere ottenuto, con l’allegare che i parroci napoletani sarebbero restati sul lastrico, un decreto pontificio che annullava quello precedente, lo presentò per l’exequatur [7] alla medesima autorità laica, che gli oppose anche questa volta una fin de non recevoir [8], sin troppo motivato dal fatto che l’eletto del Popolo [il De Angelis] aveva preavvisato che la concessione d’un exequatur del genere avrebbe scatenato un’insurrezione generale. Per ultimo, in mancanza di meglio, [il Pignatelli] fece conoscere ai superiori di tutte le case religiose che avrebbe sospeso a divinis qualunque frate osasse, senza l’intervento del parroco, accompagnare un defunto all’ultima dimora: diffida a cui il governo fece seguir l’ordine che sarebbe stato sfrattato dal Regno qualunque frate osasse negare, con o senza parroco, quella doverosa opera di carità.

È da supporre che quest’atto di energia giovasse a rendere men pugnace il Pignatelli e, tra la fine dell’agosto e i principî del settembre, anche a comporre il dissidio. Per lo meno, dopo il 25 agosto, i documenti inediti, dai quali son tratti questi ragguagli, non ne esibiscono altri sulla macabra vicenda.
Fausto Nicolini
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Uno sciopero di preti, da Scritti varî, pubblicato nel 1963 da Riccardo Ricciardi nel volume «Il Croce minore», pagg. 313-315

Note

  1. Papa dal 1700 al 1721.↩ Torna al testo
  2. Ridotto.↩ Torna al testo
  3. Fu sindaco di Napoli, eletto dal popolo, dal gennaio 1710 al 1° agosto 1712.↩ Torna al testo
  4. Seguendo la tradizione delle antiche leggende napoletane, Ferdinando I d’Aragona (1458-1494) coniò per il popolo questa moneta di rame del valore di un denaro (corrispondente all’attuale monetina da un centesimo): all’epoca 12 cavalli, però, equivalevano a un grano (moneta di base delle piccole transazioni di scambio). Sul dritto recava la testa del sovrano, sul rovescio un cavallo e la scritta «Equitas regni», letteralmente il cavallo del regno, ma per assonanza con aequitas, equità del regno. Come se bastasse una moneta di rame a equilibrare l’ago di una bilancia che sull’altro piatto pesava un ducato d’oro!↩ Torna al testo
  5. Sta per testa calda: abituato a sbrodolar fuoco e fiamme.↩ Torna al testo
  6. Qui altre notizie sul cardinale .↩ Torna al testo
  7. Antico termine giuridico che equivale all’ordine di onorare una sentenza. Con il «si eseguisca» si dava il riconoscimento all’efficacia di un verdetto civile straniero, quale poteva essere quello deciso da Filippo di Borbone, in quel momento re di Napoli, condiviso dal tribunale pontificio, o viceversa.↩ Torna al testo
  8. Richiesta non accolta.↩ Torna al testo

Foto: Ritratto del cardinale Francesco Pignatelli (1652-1734)

Altri articoli di Fausto Nicolini Sr. sono disponibili su questo blog alla pagina a lui dedicata

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