07 aprile 2026

Intervista a Martina Carpi (di Walter Bagnato)

Intervista a Martina Carpi (di Walter Bagnato)

Ospito con immenso piacere su questo blog l’intervista a Martina Carpi, scritta da Walter Bagnato, sia perché conosco Martina ormai da «qualche anno», sia perché era un pensiero che mi solleticava da tempo. Bagnato, però, prima di me, è riuscito a rintracciare il bandolo che univa gli argomenti e, soprattutto, a raggrupparli in un insieme artistico che lo vede protagonista. È lui il musicista che accompagna l’attrice in scena mentre legge, dalle pagine del diario di suo nonno Aldo, le memorie dal campo di Gusen, dove fu deportato. È lui che suona le musiche di Fiorenzo Carpi in questo toccante «Al di là del muro» che Martina porta in giro dal gennaio del 2020. Spettacolo che all’epoca debuttò al teatro Parenti di Milano, per raggiungere Roma, una manciata di repliche prima della sospensione imposta dal Covid, all’Off/Off theatre di via Giulia. Ripreso nel novembre del ‘23 a Brera, e a gennaio ‘24 all’Istituto italiano di cultura a Parigi, dopo altri debutti italiani, speriamo di poterla rivedere a Roma quanto prima. Walter Bagnato, oltre a essere musicista, è docente di pianoforte e musica d’insieme al liceo musicale «Giuseppe Verdi» di Milano. (fn)

«L’ARTE CHE ATTRAVERSA LE GENERAZIONI»

Gli attori vivono in due mondi: quello che appare sul palco, davanti al pubblico, e quello più nascosto, fatto di silenzi, ascolto e affinità sottili. In questo spazio intimo si costruiscono i legami più profondi e nascono i mondi teatrali più vivi: storie che emozionano, provocano e restano dentro chi le interpreta e chi le osserva. Martina Carpi, attrice di rara profondità, porta con sé una storia artistica importante che non pesa mai come un’eredità da esibire, ma si manifesta, piuttosto, come un respiro naturale, un modo di stare nel mondo e nel teatro. Ho il privilegio di lavorare con lei come musicista in alcuni spettacoli, tra cui Al di là del muro, un progetto che intreccia memoria e creazione, parola e suono e che custodisce al suo interno una storia familiare capace di farsi universale. Le musiche di suo padre, il maestro Fiorenzo Carpi, accompagnano questo viaggio con una forza discreta ma incisiva, dando voce a ciò che spesso resta non detto. Questa intervista nasce da un dialogo che attraversa generazioni, esperienze e visioni, e che prova a restituire non solo un percorso artistico, ma un’idea più ampia e necessaria di teatro.

Sei cresciuta in una famiglia in cui l’arte era parte della vita quotidiana: tuo padre è il compositore Fiorenzo Carpi, tua madre l’attrice Luisa Rossi e tuo nonno il pittore Aldo Carpi. Crescendo in un ambiente così intensamente creativo, che tipo di sguardo sul mondo hai maturato? Ed è stato naturale per te scegliere il teatro?
In effetti, l’ambiente dove sono nata e cresciuta è stato, come dici tu, un mondo molto creativo, con tutti i suoi vantaggi elitari, ma non senza qualche svantaggio pratico. La mia era una famiglia in cui forse eravamo tutti poco pragmatici e, quindi, certe cose ho dovuto impararle col tempo, per diventare un po’ più realistica.
Una famiglia in cui l’arte interpretava la quotidianità. Non era qualcosa di costruito, come dire: «bisogna andare al museo» o «se è giusto o meno frequentare il teatro». Era qualcosa che si respirava sempre, che faceva parte della visione del mondo. Un modo di guardare la realtà attraverso il proprio sentire più profondo e con la fiducia nella possibilità di incidere sulle cose in modo creativo. Questo, secondo me, è molto interessante. Certo, non aiuta sempre a essere realistici. E oggi direi che questo tipo di visione è qualcosa che in parte è scomparsa in tutti. Penso anche però che l’arte ci abbia aiutato molto nei momenti difficili: l’arte offre una libertà mentale che altre visioni più rigide non danno. Oggi credo che manchino molto l’artisticità, la creatività. Lavorando con ragazzi giovani vedo quanto ci sia bisogno di questa spinta. Se l’arte tornasse ad avere un ruolo più importante nella società, aiuterebbe moltissimo chiunque e aprirebbe la mente a molte persone che ne avrebbero davvero bisogno.

Hai studiato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano con Giorgio Strehler, una figura fondamentale del Teatro europeo. Qual è l’insegnamento più importante che ti ha lasciato e che ancora oggi senti vivo nel tuo modo di stare in scena?
In realtà Strehler aveva insegnato soprattutto alle generazioni precedenti alla mia, ma seguiva comunque molto da vicino quello che accadeva alla Scuola del Piccolo e naturalmente la linea d’insegnamento era la sua. È stato il regista più importante che abbiamo avuto in Europa. Aveva una visione d’insieme fortissima: riusciva davvero a teatralizzare ogni cosa. Era colto, preparava gli spettacoli per lunghissimo tempo, lavorava molto sui testi e dava una grande importanza agli autori. Non prendeva un autore per farne quello che voleva. Cercava invece di capirne il linguaggio, i sottotesti, il senso più profondo. Al centro c’erano sempre l’opera e il suo autore. E intorno ci creava dei mondi. Ricordo, per esempio, quando ho lavorato con lui ne La grande magia, considerato all’epoca un testo minore di Eduardo De Filippo, prima di fare lo spettacolo Strehler aveva approfondito a lungo il copione insieme con l’autore. Eduardo poi morì poco tempo dopo. Quando mi telefonarono per offrirmi una parte, io dissi a Rosanna Purchia, direttrice di produzione del Piccolo, che il personaggio che avrei dovuto interpretare non lo vedevo su di me. Lei mi rispose: «Non ti preoccupare, è Strehler: se ti ha chiamato vuol dire che ha un’idea». Ebbi fiducia e poi fui ampiamente soddisfatta!
La scena d’apertura era ambientata in un albergo vicino a Rimini, d’estate al tramonto, con persone annoiate che spettegolavano sulla coppia protagonista, ognuno aveva un suo carattere e un suo modo particolare di annoiarsi. A un certo punto arrivava una ventata improvvisa che faceva volare sabbia, cartacce e oggetti: una scena quasi felliniana, molto cinematografica. Il sipario si apriva con questa ventata pazzesca: noi che urlavamo ridendo, inseguendo un cappello e altro, un uomo che, di nascosto dalla moglie, seguiva la partita e alzava il volume della radio, esaltato perché avevano segnato un gol: tutto accadeva contemporaneamente. Era una scena fortissima, costruita quasi sul nulla, che alla prima, a Milano, fece scoppiare addirittura un applauso. Questo per dire come Strehler lavorasse: nella sua fantasia creava un mondo che riusciva a realizzare in palcoscenico, così che tutti comprendessero la situazione.
Era anche molto musicale. Ha lavorato tutta la vita con mio padre, che è stato il suo musicista e in qualche modo il creatore della musica di scena in Italia. La musica diventava quasi un personaggio dello spettacolo. Ogni suo spettacolo diventava una sorta di opera d’arte totale, come direbbe Wagner, in cui tutte le arti partecipavano alla costruzione di un unico contesto. Una visione d’insieme che oggi non ritrovo più nel teatro contemporanea.

Nel corso della tua carriera teatrale hai avuto anche l’occasione di lavorare con Dario Fo. Che ricordo hai di quell’esperienza e cosa si impara da un artista che ha fatto del teatro uno strumento così potente di critica e riflessione sociale?
Quella con Dario Fo è stata un’altra grande collaborazione di mio padre. Lo ricordo fin da bambina: quando veniva a Roma mi portavano a vedere i suoi spettacoli il giovedì pomeriggio. Mi piacevano moltissimo, c’erano le musiche, si cantava, per me era meraviglioso. La primissima cosa che ho fatto in teatro è stata con Fo. In casa mia, tra l’altro, i quadri che non sono di mio nonno, o del mio bisnonno, sono di Dario Fo: era molto generoso, spesso faceva uno schizzo, un disegno e me lo regalava.
In palcoscenico aveva un modo di lavorare completamente diverso da Strehler che ha fatto grande teatro di regia. Fo, invece, sposando Franca, si era avvicinato al mondo dei Rame, vecchia famiglia di teatranti, e aveva assorbito il meglio di quella tradizione. Aveva un talento straordinario, era veramente geniale. Jacques Lecoq diceva che era un mimo puro e che Mistero buffo era un capolavoro. Il suo teatro era legato all’attore, alla commedia dell’arte, ma sempre a livelli altissimi. La critica sociale era preponderante, era la sua forza, e grazie al teatro l’aveva porata nelle piazze. A suo modo era un rivoluzionario. Il lavoro con lui era molto artigianale e anche divertente. Arrivava la sera in teatro e, a secondo degli avvenimenti della giornata, si ritoccavano le battute all’ultimo momento: sì, cambiava il testo, lo aggiornava in continuazione. Era un modo di lavorare completamente diverso, ma molto vitale.
In quella generazione di teatranti si erano diffuse visioni molto diverse tra gli artisti, non c’era omologazione. Tutti si stimavano e spesso collaboravano. Erano persone uscite dalla guerra, e forse proprio per questo avevano una grande voglia di creare. A Milano nacquero case editrici, il Piccolo Teatro, nuove realtà artistiche. È stato quasi un nuovo Rinascimento.

Parliamo dello spettacolo «Al di là del muro», costruito sulle pagine del diario che tuo nonno Aldo Carpi scrisse durante la deportazione a Gusen. Quanto pensi sia importante oggi che il teatro continui a custodire questa memoria?
Credo che sia importantissimo, e lo si vede dalla risposta del pubblico ogni volta che riproponiamo spettacolo. Viviamo in un periodo molto violento, con contrapposizioni fortissime, e sembra che si sia perso di vista il senso dell’umano. Quando rileggo le parole di mio nonno mi colpisce sempre l’umanità che emerge da quel diario. È un racconto pieno di sofferenza e di morte, ma nello stesso tempo c’è una continua ricerca della bellezza. La creatività diventa qualcosa che può salvarti la vita. Mio nonno era professore di pittura a Brera, aveva sei figli. Un giorno fu portato via e deportato per la delazione di un suo collega. Nel campo di sterminio scrisse questo diario su piccoli foglietti di ricette mediche che teneva nascosti. Disegnava i volti dei suoi familiari a memoria. Quella scrittura e quei disegni gli permisero di costruire un mondo interiore che lo ha salvato.

Dando tu voce alle parole di tuo nonno Aldo, che io accompagno con le musiche di tuo padre Fiorenzo, in scena sembra quasi che tre generazioni della tua famiglia tornino a dialogare tra loro. Che emozione è per te portare davanti al pubblico una memoria così intima e familiare, e cosa credi che il pubblico possa recepire?
Per me è qualcosa di molto forte. All’inizio mi capitava semplicemente di leggere qualche pagina del diario. Poi il lavoro è cresciuto ed è diventato lo spettacolo che è oggi, con una struttura precisa, con le immagini dei disegni e con la musica di mio padre eseguita dal vivo. È probabilmente il lavoro a cui tengo di più. Le persone che vengono a vederlo rimangono molto colpite. A volte, alla fine dello spettacolo, mi portano le fotografie dei loro parenti deportati e mi chiedono se mio nonno li avesse conosciuti. È una storia che ancora appartiene s molti di noi.

Come vedi oggi il mondo teatrale? Pensi che il teatro abbia ancora la forza di incidere nel dibattito civile e sociale come accadeva nel grande Teatro del Novecento?
Il teatro dovrebbe sempre avere una funzione nella società. È fatto da uomini per gli uomini. Ma se si perde di vista l’umanità, allora è finita. Il teatro è uno strumento vivo, diretto. Può ancora parlare alle persone e farci guardare dentro noi stessi. I Greci, Shakespeare: tutti hanno sempre parlato alla profondità dell’essere umano. Il teatro dovrebbe sorprendere, porre domande, talvolta magari anche disturbare. Dovrebbe far soprattutto riflettere. Forse oggi ha perso un po’ della sua forza, ma ci sono molti artisti che stanno cercando di recuperarla. E credo che sia doveroso continuare a farlo. Perché il teatro è necessario.

Ascoltando Martina Carpi, si ha la sensazione che il teatro, prima ancora di essere un mestiere o una forma d’arte, sia un atto di responsabilità verso l’umano. Non qualcosa da esibire, ma qualcosa da attraversare. Non un luogo in cui rifugiarsi ma uno spazio in cui esporsi, mettersi in discussione, restare in ascolto. Nel suo racconto convivono mondi diversi: il rigore e la genialità visionaria di Strehler, la vitalità istintiva di Dario Fo (che proprio in questi giorni avrebbe compiuto 100 anni), la memoria dolorosa e luminosa di Aldo Carpi e, in filigrana, la presenza costante del padre, Fiorenzo Carpi, grande compositore capace di dare alla musica una funzione drammaturgica profonda, mai accessoria, sempre necessaria. Le sue note non accompagnano soltanto, ma abitano la scena, la attraversano, la rendono viva. Ma nulla di tutto questo resta confinato nel passato. Tutto si trasforma in una materia viva, che continua a interrogare il presente e a chiedere attenzione, profondità, verità. «Al di là del muro» è forse il punto in cui tutto questo si raccoglie con maggiore evidenza. Non è solo uno spettacolo, ma un gesto di restituzione: alla memoria, alla storia, alle persone che non hanno più voce. E in questo gesto si intrecciano parola, immagine e musica, in un dialogo che trova proprio nella scrittura sonora di Fiorenzo Carpi una delle sue espressioni più toccanti.

In un tempo che spesso semplifica, accelera e consuma, il lavoro di Martina Carpi ci ricorda invece la necessità della lentezza, dell’ascolto e della riflessione. Ci ricorda che l’arte può ancora essere uno spazio di resistenza gentile, un luogo in cui l’umanità non viene ridotta ma riconosciuta e custodita. E forse è proprio qui che il teatro ritrova il suo senso più autentico: non nel dare risposte ma nel continuare a porre domande. Non nel rassicurare, ma nel mantenere aperto uno spazio. Uno spazio fragile, necessario, in cui, anche solo per un attimo, è ancora possibile sentirsi parte di qualcosa di più grande.
Walter Bagnato
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L’arte che attraversa le generazioni, intervista di Walter Bagnato a Martina Carpi. Già pubblicata su Live New Art Magazine del mese di aprile
Il Diario di Gusen, di Aldo Carpi è pubblicato da Garzanti (prima edizione, 1974): «È forse l’unico diario uscito da un lager nazista»

Foto: Martina Carpi (© Tommaso Le Pera)

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