QUANDO L’AUTORE NON CI CREDE!
Tre rose in foto, quante sono quelle che al finale i protagonisti della pièce, Claudio, Renato e Lorenzo, offrono ciascuno alla sua Lei: titolo, uno e trino, della commediola scritta da Federico Maria Giansanti, in scena fino a domenica al teatro de’ Servi. Sì, anche il giorno di Pasqua, la sala, dove debuttò Valeria Moriconi nel 1957, adiacente a via del Tritone, aprirà i battenti al pubblico a coloro che sono rimasti a Roma per le festività. In realtà ho scelto tre rose perché altre immagini dello spettacolo non se ne trovano, se non quelle relative alle vecchie edizioni di qualche anno fa; nessuno ha pensato di fare qualche scatto più aggiornato. Nel periodo in cui tutti fotografano tutto, spesso, recuperare una fotografia di un allestimento teatrale è impresa ardua.
Ma veniamo alla rappresentazione, o meglio, al testo. Non mi dilungherò. Tuttavia, lasciando un po’ sconcertato la platea, m’è balzata alla mente una domanda, che rimarrà senza risposta, e che ovviamente necessita di un breve preambolo. Dunque, Claudio, Renato e Lorenzo sono tre attori; stanno facendo le prove in palcoscenico, che però stentano a quagliare a causa dei problemi sentimentali di ognuno. Il primo ha scoperto di essere stato tradito ripetutamente, ma è ancora innamorato della fedifraga e piange; il secondo non ha il coraggio di rivolgere la parola a colei che gli ha rubato il cuore ed è infelice per la sua invincibile timidezza; il terzo pare mantenga una relazione stabile e tranquilla, tant’è che riesce a organizzare la regia dello spettacolo.
So bene che una critica non dovrebbe svelare il colpo di scena, ma in questo caso bisogna fare un’eccezione, perché secondo me il fatto è grave. A un certo punto, anche il terzo personaggio riceve una notizia «terrificante»: la sua donna è incinta. Viene preso dal panico, ma sopravvive. Nella scena successiva, invece, lo si vede agitatissimo al cellulare mentre parla con la produzione per annullare lo spettacolo. Che sarà successo? La donna – lo veniamo a sapere un attimo dopo – ha perso il bambino. Seduto in platea, prendo atto del dramma che ha colpito il personaggio e cerco di trovare una luce nel finale che lenisca la mia delusione. Tornando verso casa, poi, mi son chiesto: come fa uno scrittore di teatro a poter pensare che uno spettacolo si possa annullare per una simile ragione? Un aborto spontaneo è certamente un trauma per la donna, è senz’altro un grande dispiacere per l’uomo, che probabilmente lo vive col senso di colpa; ma quando mai s’è visto che un avvocato, un medico, un giudice, un farmacista, un chiunque altro professionista, nelle stesse condizioni, abbia mai pensato di abbandonare il proprio lavoro? Questa era la domanda.
Foto generica: tre rose (© Depositphotos)
