Sfogliando il volume intitolato «Il Croce minore» (Ricciardi 1963) che raccoglie oltre a una rigorosa Comunicazione presentata nel 1956 all’Accademia Pontaniana, di cui il mio avo fu più volte presidente, molti Scritti varî e la divertentissima Farsa liviana, ritrovo un più breve articolo che racconta un aneddoto che vede tra i protagonisti il musicista Giovanni Paisiello, il quale visse a Napoli gran parte della sua vita e che offrì a re Ferdinando IV una composizione che il sovrano promosse a inno del Regno delle due Sicilie. Mi piace pubblicarlo perché i fatti che si narrano restano vicini all’ambiente teatrale. Nello scritto, inoltre, compare il nome di Benedetto Croce come colui che per primo indagò sulle vicende prematrimoniali e matrimoniali di Cecilia Pallini, che divenne moglie del Paisiello. Purtroppo, mi duole non essere riuscito a rintracciare il frutto dell’indagine crociana, sicuro di potervi scoprire altri gustosi retroscena. (fn)
GIOVANNI PAISIELLO,GIACOMO GOTIFREDO FERRARIE L’ERUZIONE VESUVIANA DEL 1784
Scene e scenette napoletane
Tre i principali attori di queste scene e scenette: il Paisiello, sua moglie, donna Cecilia Pallini, e colui che ci ha serbato il ricordo dei suoi colloqui con l’uno e con l’altra, vale a dire il musicista roveretano Giacomo Gotifredo Ferrari, autore di certi Aneddoti piacevoli ed interessanti, i quali, pubblicati primamente a Londra nel 1830, furon ristampati, alcuni anni fa, nella «Collezione settecentesca» del nostro indimenticabile Salvatore di Giacomo.
Del Ferrari basterà dire che nel 1784 contava appena ventun anni e che, ignaro ancora del contrappunto, era venuto apposta da Rovereto a Napoli per istudiarlo. A un lustro dal mezzo secolo era pervenuto già il Paisiello, del quale non è da ricordare altro se non che, reduce allora dai trionfi russi, aveva raggiunto ormai l’apice della gloria. Qualche parola in più è da consacrare, invece, a donna Cecilia, le cui vicende prematrimoniali e matrimoniali trovarono, oltre settant’anni fa, un illustratore nell’allor giovanissimo Benedetto Croce.
Il Paisiello la aveva conosciuta nel 1768 per ragioni professionali. Ma a ventinove anni, quanti egli ne contava allora, è cosa assai pericolosa insegnare duetti d’amore a una giovane non brutta e che, per giunta, viva sola soletta senza alcun Argo né in calzoni né in gonnella. Accadde dunque l’inevitabile. Nell’impegnarsi a «riparare», il giovane maestro rilasciò anche una promessa scritta di matrimonio; ma, quando si trattò di mantenerla, cominciò ad avanzare quelle che sin da quei tempi si chiamavano le «scuse del cattivo pagatore». Senonché, energica quant’altra mai, donna Cecilia ricorse a re Ferdinando IV di Borbone e, per lui, al suo primo ministro Bernardo Tanucci. Il Tanucci, a sua volta, girò la pratica all’uditore dell’esercito, sotto la cui giurisdizione cadevano uomini e cose attinenti ai teatri, quindi anche i maestri di musica. E l’uditore non si contentò punto di chiudere il Paisiello in un carcere e di non farvelo uscire se non dopo che, con donna Cecilia accanto e infilandole al dito un cerchietto d’oro, ebbe pronunziato, innanzi a un prete, il fatale sì, ma spinse il suo zelo al punto da potere, nella sua breve relazione ufficiale, assicurare che, subito dopo la cerimonia, i due «s’erano uniti in una casa con la maggiore quiete e piacere d’ambedue».
Giunto, dunque, a Napoli il 20 novembre 1784 con commendatizie per il Paisiello, il Ferrari è ammesso subito nell’intimità familiare del maestro. Senonché, il giorno successivo, qualche ora prima di recarsi a pranzo da lui, il giovane maestrino vede di mano in mano oscurarsi l’aria, mentre la gente corre a frotte verso il mare.
«Che diamine è accaduto?», domanda. Gli si risponde che, ancora tranquillo due ore prima, il Vesuvio vomita già grande quantità di fumo e che, da un momento all’altro, s’attende una eruzione. Sbigottito e, al tempo medesimo, assillato dalla curiosità, egli s’incanala in quella marea umana; e a lui, che in vita sua non aveva visto mai un vulcano, nemmeno spento, si presenta un immenso pennacchio di fumo, che sembra toccare il cielo, e «così denso e così nero – racconta egli stesso – ch’io mi aspettava ad ogni tratto che stesse per spandere le tenebre per tutto l’orizzonte». E dire che, mentre lui muore dalla paura, popolani e femminelle esclamano con faccia contenta: «Madonna mia, ti ringrazio. È scirocco e non c’è paura per Napoli [¹]. Gesù Cristo mio, prega san Gennaro che non faccia cangiare il vento prima della fine dell’eruzione».
Alle due pomeridiane, col cuore che gli «balla in petto il minuetto», il Ferrari si presenta a casa Paisiello per il pranzo. Con sua grande meraviglia trova il maestro, donna Cecilia e uno zio (lo «zio Ciccio») lieti e contenti come pasque. Anzi, alla frutta, la padrona di casa lo invita a passar da loro alle sette per andare poi tutti insieme a teatro ad ascoltare un’opera del maestro.
— A teatro!?
— A teatro.
— Ma...
— Che cosa?
— L’eruzione...
— Tu che eruzione dici? Non è altro che un poco di fumo.
— Ma non sentite come trema la terra? Non è forse il terremoto?
— Il terremoto? È il fuoco della montagna che bolle e fa questo tramestio.
— ?!
— Neh, ragazzo mio, dimmi la verità: avessi paura?
— Paura io? — esclama spavaldamente il Ferrari, che ne aveva tanta. — Nemmeno per ombra.
— Poverino! Sei abituato alle tue montagne coperte di neve, e un po’ di fumo in cima alla nostra ti fa spiritare dalla paura. Senti a me: è meglio che stasera tu non venga a teatro.
— Non venire?! Ma, per ascoltare un’opera di Giovanni Paisiello, io attraverserei un lago di lava infuocata!
— Bravo! Alle sette, dunque.
— Alle sette.
E alle sette il Paisiello, lo zio Ciccio, donna Cecilia e l’ospite s’avviano a teatro, che tutto fa supporre fosse quello, ora defunto, dei Fiorentini. Ma, sebbene vi cantasse la Celeste Coltellini — della quale il Ferrari stesso scriverà che volentieri, tanto erano affascinanti, avrebbe sposato «a prima vista» lei e le sue tre sorelle — il maestrino, così durante la rappresentazione, come, e ancora più, nell’uscire nella strada, ha in mente, chiodo fisso, il Vesuvio, invisibile ancora, ma che si fa sentire molto bene con boati che cominciano a sembrare scrosci di tuono. Alla luce rossiccia delle torce viatorie, donna Cecilia, s’avvede che, pur ostentando coraggio, il Ferrari è bianco come un panno di bucato. E, un po’ per non lasciarlo solo a spiritarsi di paura, un po’ per continuare a prendersi spasso di lui, lo invita a salir su in casa per partecipare alla cena.
Hanno deposto appena cappelli e mantelli, e già vengono raggiunti da un largo stuolo di altri convitati, i quali, come se fossero nunzi di chissà quale gaudium magnum, si fanno a dire che l’eruzione è divenuta veramente magnifica: ragion per cui mette conto, mentre donna Cecilia s’attarda in cucina a dare le ultime disposizioni per il simposio, salire sull’«astrico» e godersi lo spettacolo. Più morto che vivo, il Ferrari s’inerpica anche lui lassù, e che vede!
Note
¹ In realtà è proprio lo scirocco, proveniente da sud-est, che indirizzerebbe il pennacchio di fumo e cenere su Napoli, ma per molti napoletani dell’epoca lo scirocco è il vento caldo che s’infila dalla Bocca grande del golfo (ossia tra Capri e Ischia, quindi da sud-ovest), e individuabile nel libeccio, che spinge la chioma verso le province di Avellino e Benevento.
Foto: L’eruzione del Vesuvio del 1794, dipinto di Camillo De Vito
Altri articoli di Fausto Nicolini Sr. sono disponibili su questo blog alla pagina a lui dedicata
